Gargantua e Pantagruele /1

«…cominciava il suo pasto con qualche dozzina di prosciutti, di lingue di bue affumicate, di bottarghe, di salsicce e di simili araldi del vino.

Frattanto, quattro inservienti a vicenda gli gettavano mai in bocca senza mai ristare mostarda a palettate, e lui ci versava sopra sorsate terrificanti di vin bianco per rinfrescarsene i rognoni. Quindi mandava giù secondo la stagione ogni altra cosa che gli andasse a genio, e quando la pancia gli tirava allora smetteva di mangiare.» (I, 21)

Ieri sera sono stata invitata a cena insieme a due amiche all’ex Poporo da un comune conoscente giapponese.

Mentre lo aspettavamo abbiamo ordinato un po’ di antipasti: edamame (fave giapponesi salate), wakemono (alghe in aceto) e calamari alla griglia. Da bere, tè verde e per una delle mie amiche birra Kirin.

Quando T-san è arrivato ha preso in mano la situazione degli ordini e la cosa ha iniziato a prendere una piega tragicomica.

Per prima cosa ha ordinato del sashimi (pesce crudo affettato), un intero vassoio su cui ci siamo fiondate come cavallette; tonno e sgombro si scioglievano in bocca.
Poi è stato il turno di un vassoietto di makizushi, cioè sushi preparati arrotolando riso e pesce crudo in un foglio d’alga. Lo ha seguito a ruota un gigantesco piatto di tenpura: una montagna di verdure fritte (peperoni, zucchine, melanzane, carote, patate e zucca) su cui troneggiava una mezza dozzina di gamberoni.
Abbiamo fatto onore a tutto quanto, ma già alla fine del tenpura abbiamo iniziato ad avvertire le prime difficoltà.

Il cameriere ci ha portato una bottiglia di nihonshuu (uno spirito, come il sake); ci eravamo raccomandate: freddo, perché bevuto caldo con un paio di bicchierini spedisce dritto sotto il tavolo. È cominciato il primo di una serie di giri che sarebbero finiti solo insieme alla serata.

Espletato questo rito i camerieri hanno continuato ad armeggiare intorno al nostro tavolo, su cui è comparsa un’anguilla, che ci siamo spazzata via in due. Poi è stata la volta di un piatto di ostriche impanate e fritte innaffiate da uno sciroppo dolce.

A questo punto è stato introdotto l’umeshuu, un liquore di prugna (ume) che ho apprezzato molto anch’io, benché di norma astemia.

Il va e vieni di camerieri è continuato e sono comparsi un piatto di yakitori (pollo alla griglia), e poi di maiale.

Tra un giro si spiriti e l’altro ci hanno portato anche una scodella di tarako (viscidissimi totani a striscioline), una specie di frittata e due shishamo (pescettini secchi ripieni di uova).

Avevamo ormai riso ed alcol che ci uscivano dalle orecchie, quando sono arrivati a nostro parziale sollievo due ciotoline di oshinko (specie di alghette nere a striscioline) e takemono (sottaceti): sollievo per la modestia delle porzioni, parziale perché eravamo ormai strapiene da un pezzo.

Siamo rimaste a lungo con i soli sottacetini ed alcolici, e la serata sembrava volgere al termine, quando è arrivato un enorme vassoio di sushi, sia maki che nigiri (fettine di pesce crudo adagiate su di uno gnocchetto di riso).

Eravamo tutte e tre cotte, ma non potevamo certo lasciare lì tutto quel bendidio, così abbiamo finito per spazzolare anche quello.

Bilancio finale: trecento euro di cena, offerti gentilmente da T-san, in cui sono comprese due bottiglie di nihonshuu ed una e mezza di umeshuu.

Posso andare avanti a pane e acqua per mesi e mesi. Oltre al fatto che mi sento un po’ verminosa per aver mangiato tutta quella roba…

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