Villette /1

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Per quanto mi guardi allo specchio, non riesco a vedere altro che una istitutrice inglese, col viso indurito dalla routine fatta di lavoro e solitudine. Non ho amici qui a Villette, ed ogni giorno mi vede due volte straniera.
Visito di tanto in tanto la mia madrina, una matrona placida e prodiga di consigli. Vegliamo insieme al focolare e mentre lei chiacchiera raccontandomi qualche pettegolezzo di Villette od un episodio dei vecchi tempi che le è tornato in mente, io preferisco lavorare in silenzio al mio ricamo. Persino in sua presenza non mi sento in compagnia. Ma è una donna piena di buone intenzioni e di pensieri gentili: davvero, mi fa piacere assecondarla.
Qualche tempo fa mi ha invitata a teatro, ad accompagnarla insieme al figlio.
"E naturalmente avrai bisogno di un vestito" aveva aggiunto squadrandomi bonariamente.
Seguendo il suo sguardo avevo passato in rassegna il mio abbigliamento. Severo, quanto la mia espressione ed il portamento, un corpino nero sfumante al grigio che mi abbottona il collo, dignitoso ma dimesso, e senza fronzoli.
Non l’avevo mai esaminato così dettagliatamente. Lo avevo indosso sempre, per lavorare, ci ero abituata ed era l’unico che avevo. Era evidente, aveva ragione lei, non era adatto ad una serata mondana; ma mi trovai tutto d’un tratto inquieta, spaventata dalle possibilità che si aprivano una volta che mi fossi spogliata della mia seconda pelle. Non potevo fare a meno di sentirmi scorrere un brivido gelido d’angoscia giù per la schiena ogni qual volta, passando davanti ad uno specchio, immaginavo che vi avrei visto presto una sconosciuta.
Il nuovo abito che aveva deciso di procurarmi divenne per la mia madrina una diversione appassionante dalle sue solite occupazioni. Mi misurò e rimisurò col metro e coi suoi occhi mobili e vivaci.
Quando la rividi il giorno della recita, mi mise in mano trionfante un involto di carta velina. Mi sedetti e sperando di scorgere un lembo blu petrolio o verde scuro tirai con due dita il nastro che lo cingeva; scivolò a terra e dalla carta si liberò frusciando una matassa prorompente di seta rosa.
Sentii le parole di ringraziamento che avevo preparato seccarmisi in gola.
Un superbo abito da sera; magnifico, e rosa; adatto ad una fanciulla in fiore, non ad un elleboro come me che non aveva nemmeno conosciuto boccio.
La signora mi lesse con soddisfazione in viso lo sgomento. Mi accompagnò in camera per cambiarmi tenendomi per mano. Mi sottomisi docilmente alle sue mani fresche e leggere, ancora giovani; il loro contatto sulla pelle era in qualche modo rassicurante, moderno.
Quando mi guardai allo specchio, e non mi riconobbi, non provai tuttavia quello smarrimento che avevo temuto.
Le spalle scoperte rivelavano il loro candore alla luce delle candele; il busto si stringeva in vita per poi gonfiarsi fino a terra in una nuvola di seta rosa che catturava i colori del tramonto; la scollatura non era ampia ma impreziosita da pizzi perlacei e rosa pallido. E dentro quel nuovo guscio sentivo di potermi muovere in maniera diversa. Mi aveva conferito una leggerezza, una leggiadria che svelavo ora, e che non sentivo di dover imbrigliare.
Mi stavo ancora scrutando incuriosita quando entrò il figlio della mia madrina; gli lanciai dallo specchio, senza volgere il capo, uno sguardo di sfida divertita. Il Dottore – non lo chiamavo più solo John, come quando eravamo bambini – era anche il medico del collegio dove lavoravo e mi aveva avuta in cura per breve tempo, ma quando mi porse il braccio non lo fece con la sollecitudine dovuta ad una paziente, ma ad un’amica perduta, dopo lungo tempo ritrovata e riscoperta cara. Per tutta la serata mi intrattenne e rivolse a me le sue attenzioni, anche se sono certa che conoscesse molte delle persone presenti in sala.
La seta rosa lucida e soffice mi accarezzava dolcemente la pelle, e nel buio ne seguivo l’intessitura con le dita liberate di nascosto dai guanti. Era lui, lo sentivo, a fare in modo che gli occhi azzurri e ridenti del Dottore si posassero su di me, mentre io arrossivo fino alle orecchie di piacere.
Al ritorno la mia madrina non faceva che elogiare con entusiasmo gli attori, ma non potei unirmi a lei allora, perché dello spettacolo avevo un’impressione troppo sbiadita. Né abbiamo avuto molte altre occasioni di parlarne poi: nel frattempo è iniziato il nuovo trimestre, sono molto indaffarata ed anche il Dottore deve avere tutt’altre cose per la testa – con la pratica che si estende, il lavoro che aumenta ed i preparativi del matrimonio con Polly (conoscendolo non avrà ancora parlato con suo padre, ma è solo questione di tempo).
Dolce, piccola, sciocca Polly. Ha una predilezione per lei sin da quando eravamo bambini. Come dargli torto d’altronde? Non conosco creatura più amabile e tenera, con i suoi capelli lunghi e soffici, gli occhioni scuri e le guance rosee e tonde. Lei pare davvero una rosa in boccio.
Il mio ricamo è quasi finito, l’ho proseguito ogni sera nel dormitorio del collegio. Non mi dispiace ritirarmi indisturbata nella penombra della sera.
A volte mi sembra di risentire i suoi occhi su di me, ma quando mi volto non vedo nessuno. Sono solo io nella stanza. È un sollievo, non sopporterei uno sguardo di pietà ed al ricordo di quella serata quel maledetto abito rosa mi brucia ancora sulla pelle nuda.

Autrice: Charlotte BRONTË
Editore: Modern Library   Anno: 2001 (Prima edizione: 1853)   573 pagg
ISBN: 0-375-75850-X

 
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