1977

1977 - www.einaudi.it

Quello dell’Annunziata è il racconto diseguale e discontinuo dell’"anno fatale" 1977. La Annunziata alterna in maniera che trovo francamente seccante l’enumerazione degli avvenimenti di cronaca, ricordi ed emozioni personali in genere fortemente empatiche, citazioni di analisi altrui (per esempio ha molto spazio Asor Rosa). Il libro, la cui lettura non dura più di un pomeriggio, non è né carne né pesce e lascia un po’ il tempo che trova, però sforziamoci di coglierne gli spunti positivi.

Il ’77 è un anno interessantissimo. È l’anno della prima generazione postmoderna, che si è lasciata definitivamente alle spalle il dopoguerra. Già solo per questo varrebbe la pena parlarne.
La tesi fondamentale dell’Annunziata (o meglio, riportata dall’Annunziata) è che la caratteristica che accomuna i movimenti studenteschi del ’77 sia stata la contestazione radicale dei padri, una sorta di parricidio rituale consumatosi simbolicamente con la cacciata di Luciano Lama dalla facoltà di giurisprudenza della Sapienza occupata.

Ok, ma perché? Quali sarebbero le radici di questo parricidio? Secondo me capire questo aiuta a capire i decenni successivi, non solo gli anni di piombo ma lo yuppismo, la mentalità e l’atmosfera tipiche della "Milano da bere". Il ’77 non è solo un fenomeno interno alla sinistra, ma è la spia di un cambiamento sostanziale nella società italiana.
Ne ho parlato spesso con mia madre, che sebbene sia anagraficamente più vicina al ’77, è per cultura e formazione più legata al ’68.
Il movimento del ’77 è peculiarmente diverso perché si tratta di un rigurgito di disagio giovanile e malcontento, informe e dunque più malleabile e disponibile ad esperienze nuove; ne facevano parte gli universitari che provenivano per la prima volta dalla nuova Scuola Media unificata e contestavano le istituzioni. Non alcune politiche, regole o prassi interne alle istituzioni, ma le istituzioni stesse percepite come realtà strutturate e gerarchiche, perciò stesso illiberali e repressive. Era nemico lo Stato, in tutte le sue manifestazioni, e poi le aziende ed i partiti, Pci in testa. Veniva portata avanti una contestazione priva di alternative costruttive ("Lo Stato borghese si abbatte non si cambia").
Mentre nel ’68 le parole d’ordine erano democrazia ed equità, nel ’77 erano desiderio ed individuo. Il grosso problema era lo scoglio che qualsiasi realtà strutturata oppone a volizioni ed aspirazioni individuali: veniva percepita una cappa paternalistica ed opprimente. Il parricidio non era che il primo passo.
D’altro canto però non sempre si era in grado di elaborare questo disagio che faceva da sottofondo magmatico a tutto il movimento: allora riemergeva in sobbollimenti, in laboratori di creatività e decostruzione, nei giornali e nelle radio libere, ma anche nello sfogo violento, nella banda armata, nella ricerca della spiritualità in India, nel ricorso all’eroina.
Bilancio di una generazione che doveva imparare a far fronte alla frustrazione?

Piccola TamaNota: una cosa che davvero non capisco, e che mi dà veramente sui nervi, è il ricorso alla violenza. O meglio, alla sopraffazione. Ed è una cosa tuttora presente in svariati movimenti vicini ai centri sociali (farò incazzare qualcuno, ma è giusto chiamare le cose con il proprio nome).
Svaligiare dei negozi in nome del proletariato (la cosiddetta "spesa" od "esproprio proletario"): è successo anche relativamente di recente, un paio di anni fa: una gran massa di persone è entrata tutta insieme nei centri commerciali e si è portata via dei televisori al plasma. Rubare dei televisori di lusso, è un’impresa eroica?
Occupare le case popolari sigillate ed aprirle per famiglie certamente bisognose, ma non più di quelle che attendevano in graduatoria e che si sono viste così scavalcate da ragazzi che si definiscono loro paladini, è forse un’azione buona e giusta?
Si sentivano (si sentono) tanto giusti, coraggiosi e forti a picchiare chi non la pensava come loro (il che vale specularmente per quelli sull’altro fronte)?
Fare una cosa solo perché se ne ha la possibilità materiale non è sintomo di saldezza, ma di una volontà di potenza isterica e cieca. Ritenersi autorizzati a fare qualsiasi cosa giustificandosi con la scusa che tanto "gli altri sono cattivi" è vile ed arrogante.

Cosa è peggio, sfogare la frustrazione attraverso i beni di consumo o menando le mani? Non saprei dire. Io che sono, a detta di tutti i miei amici, una folle, snob ed imbevuta di cultura orientale, preferisco agire al livello della rimozione della frustrazione. Non ci è necessario desiderare così tante cose. Non ne abiamo bisogno.
… Immagino che pensarla così faccia di me una sorta di destabilizzatrice, uah uah uah!

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