Cent’anni di solitudine

Cent'anni di solitudine - www.liberonweb.itXX: Tu che leggi tanto, dovresti leggere "Cent’anni di solitudine".
T: L’hai letto? Com’è, bello?
XX: Non l’ho letto… Però è bellissimo! Devi leggerlo assolutamente!
T: …

Sono svariati anni che rimugino sull’opportunità di leggere Cent’anni di solitudine, ma finora avevo finito col rimandare, dissuasa da commenti di questo stampo oltre che dall’allure che circonda il Venerabile Maestro: soffro di un’insofferenza tutta particolare per le figure carismatiche e per i loro turibolanti.
Alla fine però ho compiuto il grande passo. Sono contenta di averlo fatto: me ne sento arricchita.

García Marquez racconta la vita di Macondo, villaggio sperduto, attraverso quella di José Arcadio Buendìa e della sua discendenza.
A Macondo, fondato dal furore caparbio di José Arcadio, il tempo scorre con estrema lentezza; isolato da montagne e paludi, gli unici a mettere in contatto Macondo con il resto del mondo sono gli zingari di una compagnia che vi si ferma di tanto in tanto con i suoi spettacoli e baracconi per meravigliare gli abitanti mostrando loro gli animali del circo, le calamite ed il ghiaccio.
Nemmeno gli sconvolgimenti portati dall’arrivo della ferrovia sono destinati a durare: ogni traccia della compagnia bananiera, delle loro piantagioni, dei quartieri nuovi e della prosperità dei Buendìa è cancellata da quattro anni di piogge torrenziali.

Il sottofondo dell’intero romanzo pare una sorta di permanenza nell’impermanenza – l’impossibilità di sconfiggere il potere distruttivo del tempo attraverso la costruzione di qualcosa di durevole – ma anche la forza delle cose, della natura, del mondo, che burlano il tempo tornando a riproporsi sempre uguali a se stessi proprio come i nomi dei Buendìa: Arcadio, Aureliano, Remedios che si inseguono da una generazione all’altra.
Macondo è schiacciata in un eterno presente, opprimente come l’aria troppo umida del clima tropicale: senza memoria e senza speranza, il ricordo è sostituito dalla fantasia e lo scollamento dal resto del mondo, in cui il tempo pare scorrere linearmente come noi lo conosciamo, crea una sospensione entro la quale è possibile il verificarsi di eventi magici di ogni sorta; la lettura di un’enciclopedia diviene mitopoiesi nelle parole di Aureliano Secondo, a metà strada tra la fiaba e la saga familiare.

Anche la narrazione ripropone quest’immutabilità nel divenire, incorporando numerosissime anticipazioni e retrospettive nel suo andamento pastoso. Proprio come i Buendìa, pare impegnata ossessivamente dal fare e disfare: scioglie e riintreccia i fili del tempo fino a far perdere, in chi legge, il senso di pregnanza della nozione di tempo lineare.

Poche altre volte quanto con questo romanzo le categorie del "mi piace" e "non mi piace" mi sono sembrate inadeguate: proclama con tale forza la propria esistenza che aggiungere dell’altro pare del tutto superfluo. Mi ci sono volute 300 pagine per entrare in sintonia col racconto, la prosa viscosa di García Marquez, coi suoi personaggi dal destino già tracciato, ma posso dire di essermi proprio goduta la lettura delle ultime cento.

Leggendo un po’ di critica a Mille anni di piacere (1982) mi sono imbattuta più volte in un accostamento a Cent’anni di solitudine, nel paragone tra la scrittura di Nakagami e quella di Marquez. Francamente, non vedo poi tante somiglianze. Ci sono temi che ricorrono in entrambi – il destino della stirpe (i Buendìa ed i Nakamoto), il villaggio isolato (Macondo ed i Vicoli), il confine tra naturale e sovrannaturale che viene meno – ma ho ricavato impressioni molto diverse dalle due letture, e questo per me chiude il discorso. Mille anni di piacere parla della violenza e dell’assoluta sacralità della vita, almeno secondo me,e tanto mi basta.
Per l’atmosfera magica e crepuscolare mi ha ricordato invece Menzogna e sortilegio (1948) di Elsa Morante, che amo moltissimo.
Mi sono sentita abbastanza ispirata da inserire L’isola di Arturo nella pigna dei prossimi libri da leggere.

Autore: Gabriel GARCÍA MARQUEZ
Editore: Mondadori 1988 (Edizione originale: 1967) 405 pagg.
Titolo originale: Cien años de soledad
Traduttore: Enrico Cicogna
ISBN: 88-04-31463-X

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24 thoughts on “Cent’anni di solitudine

  1. Non prendere le mie sbrodolate in maniera letterale… se ti ispirano bene, sennò pazienza ed andrà meglio con la prossima 🙂

    Piuttosto tu, caro Cremì, non aggiorni il tuo blog dal giurassico. What’s up?

  2. La mia non era una critica, anzi direi esattamente il contrario.
    Ammirazione per chi riesce a scrivere tanto per una cosa per la quale io riesco, con grande fatica, solo a dire: bello. 🙂

    PS. Non posto perchè sono in fase troppo sintetica.

  3. Allora fa’ attenzione! Esiste un punto di non ritorno dopo il quale tu non sei più tu, ma la filosofia non è ancora riuscita ad individuarlo univocamente (d’altra parte cos’ha mai concluso univocamente) e nemmeno la fantascienza, il che è francamente molto più preoccupante 🙂

    (Il fatto che tu mi citi il silicone tra l’altro mi istilla qualche sospetto…)

  4. La tua lunga assenza dalle scene – perarltre – sembrerebbe un’ulteriore conferma.

    Un bel post spumeggiante sarebbe la più autorevole smentita (i miei secondi fini sono piuttosto trasparenti direi).

  5. Allora… che ti devo dire? Sei tu a non postare!
    Però ti capisco, sono anch’io in recessione. Tra che leggo di meno, tra che sono sempre in ufficio…
    almeno posso dire che il lavoro è piuttosto interessante. Per adesso. Quando mi insegneranno a fare le fatture ci sarà da ridere…

  6. Yep… ovvero, non proprio. Me ne ero fatta prestare uno bianco e blu per il film, ma ho dovuto restituirlo.

    Però ultimamente mi sono tagliata i capelli e non è cosa che le miko possano fare a cuor leggero.

    …sarà per questo che non riesco ad affatturare?!

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