Istanbul. I ricordi e la città

Istanbul - www.liberonweb.it Recentemente il mio quasi promesso sposo in pectore (lunga storia) è stato trasferito ad Istanbul. L’ha presa piuttosto stoicamente, con controllata disperazione. Ci sono rimasta male pure io perché in fondo, pur non condividendo di un ette i suoi progetti matrimoniali, sono giunta ad apprezzarlo molto come persona.
Ho provato a convincerlo che Istanbul non dev’essere poi tanto male: una città ricca di storia e d’arte, per di più sul mare (per chi ha sempre vissuto nell’entroterra come me, un indubbio elemento di fascino); senza contare che si tratta di un laboratorio dell’incontro tra culture e della reciproca trasformazione.
Sìsì, ha tagliato corto lui, tutti mi dicono che sarebbe bello visitarla da turisti, ma non conosco nessuno che sarebbe contento di andare a viverci.

Allora, innanzitutto occorre chiarire un equivoco: Istanbul non è un romanzo. Per usare una terminologia americana, si tratta di non-fiction, perché Pamuk non racconta una storia di invenzione, quanto piuttosto inanella una serie di aneddoti, descrizioni, considerazioni, ricordi e sensazioni legati alla sua città natale. E fin qui.
Il problema vero è che non sarebbe nemmeno un testo disprezzabile, se non fosse animato da ambizioni spropositate. Rigiriamo un po’ il dito nelle piaghe.

Il tormentone dell’intero libro è il sentimento di tristezza: «Ciò che tento di raccontare è la scoperta di questo sentimento come concetto, la sua definizione, la sua articolazione, le sue prime apparizioni nelle opere di eccellenti poeti francesi (Gautier sotto l’influenza del suo malinconico amico Nerval).» (p. 230) Bè, il simpatico programma di Pamuk (definizione, articolazione ed emergenza poetica) non viene minimamente rispettato, perciò mi chiedo se non avrebbe fatto più bella figura tacendo. È vero che il sentimento della tristezza viene continuamente richiamato nel libro, ma di certo non in termini anche solo lontanamente analitici. Pamuk ripete che il panorama urbano è triste, che il paesaggio è triste, e che più ancora il Bosforo attraversato da navi a vapore è tristissimo. In breve, che la tristezza è la marca principale della città di Istanbul, perché la città di Istanbul ispira tristezza. Ah bè, tante grazie. L’irritante circolarità logica rende l’approccio alla questione quanto mai poco fruttuoso. A me lettrice non dice nulla di più né sul sentimento né sulla città né, soprattutto, sulla relazione che Pamuk sostiene di aver trovato tra i due, ma che non si perita di esplicitare.

Ma c’è di peggio. Un altro degli assi portanti del libro, di tutta la sua premiazione nonché motivazione dell’assegnazione del Premio Nobel («nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture») è evidentemente l’esplorazione dei terreni di incontro e dialogo tra "oriente" ed "occidente" nella città di Istanbul. As if.
Sicuramente Pamuk apre delle finestre su alcuni modi di pensare e riferimenti simbolici tanto dei repubblicani laici quanto dei religiosi. Lo fa in altri libri però (ad esempio in Neve).
Queste pretese di acuta penetrazione e di identificazione di luoghi (in questo caso anche topografici) condivisi di traffico si scontrano con la sua prospettiva dichiaratamente maschile, laica, repubblicana, imbevuta di cultura europea e nemmeno troppo interessata alle "vite degli altri" che abitano la città. Si avvita invece sui propri ricordi, sull’infanzia, sulla famiglia, sulle impressioni che appartengono a lui, ma che ai suoi occhi trasformano l’intera fisionomia urbana.
Una storia sentimentale privata di Pamuk con la propria città e, sotto questo profilo, un testo consigliabile, anche perché costituisce una fonte più unica che rara di informazioni ed opinioni critiche sulla letteratura turca, non particolarmente frequentata da questa parte del Bosforo.

Quello che lascia davvero basiti, a maggior ragione in un autore che ha fondato le sue fortune sulla fama (non infondata) di grande attenzione alla dialettica interculturale ed intraculturale, è la disinvoltura, se non la superficialità disarmante, con cui fa ricorso ai concetti di "oriente" ed "occidente", come se si trattasse di entità oggettive ben definite ed immutabili, e non categorie relative complesse al centro di conflitti di senso quali effettivamente sono. E lo fa di continuo.
«La particolarità più importante di Istanbul consiste nel fatto che i suoi abitanti la guardavano talvolta con occhi occidental, e talvolta con occhi orientali.» (p. 255)
Sì ma cosa vuol dire? In cosa consiste l’occidentalità dello sguardo? E la prospettiva orientale, in cosa consisterebbe? Quali sono i valori a cui si riferiscono? Sono questioni che rimangono implicite per tutto il libro, e l’impressione è che nemmeno Pamuk sia pienamente cosciente degli slittamenti semantici e simbolici che subiscono a seconda del contesto, o perlomeno, che li evochi senza stare a pensarci sopra. Voglio dire, visto che lo scontro si gioca sulla maniera in cui si raffigura l’altro, trascurare questo aspetto non mi sembra una gran mossa.
Ma magari non gli interessava approfondirlo; magari voleva semplicemente rievocare la città della propria infanzia attraverso la trasfigurazione malinconica e dolce dei ricordi: in questo caso, il racconto è intenso e suggestivo. Inoltre il testo è corredato da un gran numero di fotografie in bianco e nero tutte molto belle, dai ritratti familiari ai quartieri di case di legno cadenti.

No, dico, peccato per il testo.

Non per la scrittura di Pamuk, poverino: è grumosa e pachidermica, ma suppongo corretta. È la traduzione che fa davvero schifo, semplicemente. Dire che sia in italiano è una bestemmia: il testo è infarcito di errori che spaziano dall’ortografia all’incoerenza lessicale. Sul frontespizio, sotto il nome della traduttrice, compare anche quello dell’editor: garanzia sicura di un rimaneggiamento massiccio sul testo che doveva essere davvero ripugnante.
Che la prima casa editrice italiana faccia uscire dai propri tipi un prodotto editoriale così imbarazzante già sarebbe motivo di preoccupazione; visto poi che Pamuk è un vincitore di Nobel ed i suoi libri vendono molto, una cura dell’edizione così approssimativa lascia senza parole.

Il libro è interessante e pur con tutti i suoi limiti sono contenta di averlo letto; ma ancor più contenta di non averlo comprato.

Autore: Orhan PAMUK
Editore: Einaudi   Anno: 2006 (Edizione originale: 2003)  388 pgg
Titolo originale: İstanbul: Hatıralar ve Şehir
Traduttrice: Şemsa Gezgin
ISBN: 978-88-06-17899-4

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