Stabat Mater

Stabat Mater - www.liberonweb.itHo fatto qualcosa di veramente insolito per il mio usuale snobismo di lettrice: ho preso in biblioteca il libro che quest’anno ha vinto lo Strega tra tutte le polemiche. Bisogna anche dire che se avessi trovato una lista d’attesa, avrei lasciato perdere ;P

Cecilia è una delle tante bambine abbandonate alla ruota dell’Ospitale della Pietà – un’istituzione che nella Serenissima fungeva da cassonetto differenziato per il frutto del peccato. Cecilia è una bambina solitaria, ossessionata dall’oscurità e dalla madre che non ha mai conosciuto, a cui indirizza il carteggio che costituisce il romanzo. Vive nell’educandato ed impara a suonare uno strumento come le altre ragazze, ma non riesce a condividere i loro sogni – il matrimonio, forse l’amore.
I giorni si susseguono, scanditi dai concerti asfittici composti dal maestro di cappella Don Giulio, finché il suo posto non viene preso da Don Antonio (Vivaldi), le cui musiche portano una ventata di frescura; Cecilia si inebria di note ed il suo talento non sfugge alle orecchie del musicista. La ragazza però non ha intenzione di trascorrere il resto dei suoi giorni dietro alle sbarre dell’Ospitale, neppure come beniamina del Maestro, e fugge imbarcandosi per il Levante travestita da uomo.

Pur senza averli letti, ritengo con relativa certezza che uno qualsiasi degli altri romanzi finalisti avrebbero meritato il premio più di questo. Nella motivazione dell’assegnazione del premio (per quel che vale) veniva lodata l’attenzione con la quale era stata scandagliata e resa la psicologia della protagonista; l’impressione che ne ho ricavato io però è stata ben diversa.
La prosa agonizza in uno staccato di brevi periodi, in cui il racconto degli eventi è intervallato dall’intarsio di vari episodi (il più frequente è il dialogo ripetitivo ed inconcludente di Cecilia con la Morte sotto forma di testa di Medusa – non chiedetemi perché venga inserito di continuo, non ne ho idea); espedienti per sottrarsi proprio al confronto prolungato con il personaggio di Cecilia? L’impressione che ho avuto io è che l’approfondimento psicologico venga evitato con ogni mezzo.
Al massimo qualche incursione breve, dalla quale Scarpa subito si ritrate a suon di secchiate di sangue & merda (leggendo pensavo: nooooo, Thomas Prostata!!).

È un po’ un peccato che Scarpa abbia immolato quei brevi scorci, anche avvincenti, sull’altare del pulp, molto pulp… pure troppo! Non approfondisce nessuno degli spunti buttato nella storia (non il rapporto di Cecilia con la musica, non il legame che avverte tra la musica e l’essere donna, non la sua vita all’Ospitale, non i suoi sogni, non i suoi desideri per il futuro, non il suo rapporto con Vivaldi che è in realtà solo una comparsa, non la maturazione della decisione della fuga, che avviene repentrinamente nell’ultima pagina): accenna a tutto, ma non lascia spazio a niente, forse troppo preso dalle ossessive fantasie defecatorie di Cecilia e da sgozzamenti vari.
Probabilmente anche il rapporto con la madre, l’espistolario che costituisce lo scheletro del romanzo, è più un espediente narrativo (che ammette nelle note finali non essere nemmeno suo) che una occasione per la costruzione del personaggio. A proposito poi della mancanza di originalità, difficile ignorare le polemiche sul presunto plagio.

Il romanzo si legge in fretta (un paio d’ore, d’altronde è brevissimo), ma arrivata in fondo mi sono accorta che Cecilia rimaneva un personaggio imprigionato nella carta – un grumo di passioni sotterranee che erano state evocate, ma non liberate tramite la scrittura.
Una lettura frustrante che forse qualche vezzo stilistico in meno ed un po’ di generosità in più da parte dell’autore avrebbero reso un romanzo meno indegno di essere ricordato.

Autore: Tiziano SCARPA
Editore: Einaudi   Anno: 2009   136 pagg.
ISBN: 978-88-06-17124-7

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11 thoughts on “Stabat Mater

  1. Vabbé, dai, te la devo raccontare. Perché dovrebbe suscitare inquietudine (credo), ma in realtà diventa grottesco.

    Alla piccola Cecilia capita spesso di trascorrere le notti in bianco; le piace il buio e riesce a trovare la strada per le latrine anche senza candela. Un giorno (anzi, una notte) ode dei gemiti e trova una ragazza piegata sulla latrina in preda alle coliche. Cecilia rimane affascinat a guardarla (e già qua…). Quando quella che le era parsa una cacca gigante iniza a strillare, capisce di aver assistito ad un parto; da qui in poi inizia a farsi ulteriori fisime sulle deiezioni umane, che collega indissolubilmente alla maternità.

    Forse già solo questa chicca, che Scarpa cerca da un lato di lucidare e di rendere letterariamente appetibile e dall’altro di lasciare il più zozza possibile per suonare trasgressivo, meriterebbe la lettura.

  2. Celebrato: io ne ho sempre sentito parlar bene, se non benissimo, funambolo della parola, scrittore innovativo, giocoliere della sintassi, ecc ecc. Manco fosse Nabokov.

    Una volta ero entrato in biblioteca, e non sapevo proprio che leggere, e vedendo Scarpa sullo scaffale, mi tiro giù una sua raccolta di racconti con l’idea tipo “perché non provare?”; e una raccolta di racconti non dovrebbe essere troppo impegnativa per, appunto, provare.
    Sfoglio un po’. Vedo che uno dei racconti dovrebbe parlare del “nonno superdotato di Woody Allen” (sic!).
    Un altro era una specie di delirio del protagonista nel mentre che subisce, descritto nei dettagli, un rapporto orale.
    M’ha dato come l’idea del bambino che vuole scandalizzare gli adulti gridando cacca-pipì-cacca-pipì.
    Ho rimesso il libro sullo scaffale e me ne sono andato, rafforzato nella convinzione che gran parte degli scrittori italiani contemporanei è proprio meglio evitarli, o almeno attendere che qualche decennio operi da setaccio.

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