Tre metri sopra il cielo

Tre metri sopra il cielo - www.liberonweb.itDiciamocelo: ero curiosa. Se n’è fatto un gran parlare e così via… mi sono detta che magari era effettivamente un bel romanzo (non è vero: ero pregiudizialmente dell’idea che sarebbe stato una schifezza, ma ora posso confermarlo autorevolmente: è una schifezza). Ma andiamo con ordine, e se avrete pazienza di seguirmi, faremo tante scoperte interessanti.

Stefano è un duro (e già qua si sprofonda nel ridicolo: si usa ancora dire "duro"?!) e divide le sue giornate (o meglio, le nottate, visto che di giorno dorme) tra la palestra, i locali più "in" ed una compagnia di amici con i quali fa gare di flessioni (che tristezza…) o comunella per andare a menare qualcuno che non si è portato con loro con il dovuto rispìettu. Anzi, in quanto ultimo vincitore di una gara di flessioni, è diventato il maschio alfa della brigata.
Babi va in terza liceo classico in una scuola privata per figlie di papà. Dopotutto, è una figlia di papà.
I due iniziano a battibeccare sin dal primo incontro: una mattina Stefano accosta al semaforo ed incomincia a fare il galletto, mentre Babi, sull’auto di fianco, lo manda a stendere. Un’altra volta Stefano si becca un bicchiere di qualcosa in faccia da Babi ad una festa a cui si è imbucato insieme alla sua allegra banda di buzzurri, e visto che gli ha mancato di rispìettu, prima le fa una doccia fredda, e poi insegue lei ed il suo ragazzo, al quale sfascia la macchina e dà una manica di legnate. Giusto per avere un quadretto dell’eroe. Babi invece, rimasta sola, chiede un passaggio fino a casa al suo aggressore – giusto per avere un quadretto dell’eroina. Continuano gli incontri più o meno casuali tra i due, e ad ogni incontro crescono tensione ed attrazione, acuiti dal fatto che entrambi sono orgogliosi e nessuno dei due vuole darla vinta all’altro facendo il primo passo.
I due finalmente si mettono insieme, vanno a letto insieme e dopo un mesetto di smancerie condensato in poche righe (rendiamo grazie all’autore) si mollano perché non riescono a mettersi d’accordo sul modo di vestire, di trascorrere le serate e sulla gente da frequentare; quella che doveva essere la grande storia d’amore interclassista (e già così non è, visto che Stefano è un particolare tipo di ribelle straricco e con la cameriera) in realtà non sopravvive ai dopocena in giacca e cravatta.
Il romanzo finisce con Babi che si mette con un altro – uno non solo dello stesso ceto, ma addirittura del medesimo condominio – mentre Stefano si chiede se riuscirà mai ad amare ancora (purtroppo il finale non rimane romanticamente aperto, visto che Moccia ha pensato bene di gratificare tutti noi con un seguito).

Se non fossi stata confinata in un luogo isolato e senza altre letture a parte quelle universitarie, non sarei riuscita a cavarmela così in fretta. La lettura infatti è stata piuttosto spiacevole. Sarà stato perché avevo l’impressione che l’autore menasse indefessamente il can per l’aia? O per via della scarsa empatia con la caratterizzazione dei personaggi? O magari per lo stile sgraziato caratterizzato da un presente narrativo alla Bruno Pizzul? (Perlatro, a quanto mi risulta questa versione del romanzo è stata ampiamente rimaneggiata dagli editor di Feltrinelli – il fondatore Giangiacomo si sarà rivoltato nella tomba).
Insomma, sotto il profilo estetico mi ha dato meno piacere del trapanamento di un dente cariato. La trama, poi: Barbie e Big Jim si mettono insieme, ma toltasi la curiosità Barbie preferisce tornare da Ken e Big Jim dalle Bratz. Però c’è un però. Tre metri sopra il cielo è un’autentica miniera. È strapieno di cose interessanti che l’autore non vuole o non sa nascondre sotto il tappeto.

Tono, stile, figura, immagine
La preoccupazione costante di tutti i personaggi è quella di fare una certa figura, ossia di assumere un atteggiamento che proietti una certa immagine di sé di fronte agli astanti in quel dato frangente; questo si verifica soprattutto con le comparse, con quei personaggi che compaiono per poche righe e che vengono trattegiati unicamente sulla base della posa che assumono (con successo variabile). C’è quello che «alza il braccio destro, cercando di darsi uno stile non ben definito, quel fingere di essere superiore per non ammettere in realtà di aver fatto pippa» (pag. 62); quello che incrociando le ragazze nel parco «anche se sfinito, controlla un cronometro che ha in mano e per darsi tono aumenta l’andatura» (pag. 109); quello che «deve avere una donna e non ci sta a fare brutta figura» (pag. 200). Gli esempi non si contano, e Moccia non si distanzia da questa prospettiva, anzi, la sposa appieno.
Gli adolescenti immaginati da Moccia vivono immersi in una recita ininterrotta, indossando maschere costruite sulle aspettative e sul giudizio altrui. (Anche gli adulti, solo che Moccia istituisce un contrasto adulti-ragazzi imperniato proprio sul binomio artificialità-genuinità – un’operazione dettata da clamorosa stupidità oppure, più probabilmente, dal desiderio furbetto di accattivarsi il lettore strizzandogli l’occhio con aria complice). Una finzione continua che finisce col fossilizzarsi occupando il posto della vita nella sua interezza: con l’eccezione, in certa misura, dei due protagonisti, i personaggi sono schiacciati sui loro atteggiamenti pubblici e sono goffi ed a disagio quando si trovano da soli, senza un pubblico ad orientarli.
Se questo fosse davvero lo spaccato della realtà di noi ggiovani che pretende d’essere, ci sarebbe da piangere la notte.

Invidia
Vista l’enfasi esasperata sull’immagine, non può stupire che  a caratterizzare le relazioni sociali sia fondamentalmente l’invidia, che si fonde con ammirazione e rispetto in un unico magma indistinto. Si tratta di un desiderio di possesso di qualcosa che non si ha, ma visto che si affaccia continuamente è diventato un basso continuo, un sentimento onnipresente a bassa intensità. L’invidioso coltiva delle fantasie proiettando se stesso nei panni dell’invidiato, ma si tratta di un gesto perlopiù privo di malevolenza. Così Moccia può scrivere: «Pallina guarda invidiosa l’amica che si allontana. È felice per lei.» (pag. 221); «Invidiose e sognanti, desiderose di essere al suo posto, abbracciate a Step» (pag. 290).
Essere oggetto di invidia alimenta il prestigio sociale, e questo vale tanto per il mondo adulto (la cerchia dei genitori di Babi) che per quello di noi ggiovani (Stefano e gli altri burini), eppure è a questi ultimi che Moccia attribuisce un primato morale, in virtù della loro "autenticità". In un infuocato discorso ai suoi genitori, Babi rinfaccia a loro ed agli adulti del loro stampo di non volere o non sapere avvicinarsi ai figli in quanto persone, e di non considerare Stefano un loro pari solo perché «non pensa solo ad avere il GTI 16 valvole, il Daytona e ad andare in Sardegna» (pag. 297), implicando che si tratti perciò di un ragazzo più "autentico". Senonché le uniche preoccupazioni di Step sembrano essere la sua Honda, i muscoli ed il rispìettu. Qualcuno saprebbe spiegarmi che differenza c’è? O più semplicemente che cosa sia un Daytona…?

(Auto)ironia
Visto che Moccia fa propria l’ottica dei personaggi preoccupati di fare bella figura, non c’è alcuno spazio per l’autoironia. I personaggi non sono capaci della benché minima leggerezza nel loro agire, forse anche perché Moccia cerca di rendere epico, allusivo di chissà quale importanza campale qualsiasi episodio. Peccato che il risultato sia di una pesantezza mostruosa, con spruzzi di comicità involontaria.
C’è un episodio in cui la prof ha sbagliato a scrivere un’assenza sul registro – fin qui vi sembra grave? – le viene fato notare in classe e la prof corregge il proprio registro; inoltre, tnenedo conto di quest’assenza non segnata, interroga un’altra studentessa – ed ora, vi sembra grave? Chiedo perché a me sembra ordinaria amministrazione, ma Moccia ha idee molto diverse in proposito. Moccia ci dice che la prof «sbianca. Prende il registro generale ed inizia a sfogliarlo come impazzita. (…) Controlla frenetica le assenze. (…) Quel cognome scritto dalla sua stessa mano stampato a lettere di fuoco. La sua vergogna. Il suo errore. Non serve altro. (…) È distrutta.» (pag. 176). Maddài. Un’overdose di enfasi. Tutti si prendono terribilmente sul serio.

La scuola
Quando me ne sono accorta sono rimasta esterrefatta: tutto ciò che si verifica a scuola è spogliato del contesto educativo. Le materie studiate, le attività svolte e la presenza stessa all’interno del comprensorio scolastico sono tutte connotate da una marcata insensatezza. L’autorità del docente, in assenza di un principio sotteso riconosciuto, non è che un potere arbitrario ed oppressivo; e così il rapporto studenti-docenti è uno scontro tra avversari, scontro avvelenato dal vantaggio strutturale conferito dal Sistema ai docenti.

Uomini e donne
Ah, dulcis in fundo. Ho lasciato per ultima la ciliegina sulla torta: il modo in cui viene concepita, rappresentata e promossa la relazione tra i due sessi: un rapporto di consumo predatorio e narcisistico. Un ragazzo interessato ad una ragazza è  «interessato all’acquisto» (pag. 198). Le ragazze impazziscono per Stefano e compagnia perché «hanno un sacco di ragazze carine, le cambiano come e quando vogliono» (pag. 66).
Il prestigio sociale di una ragazza, ovvero quanto sarà ammirata-invidiata, si realizza nella misura in cui piace (pag. 70), mentre quello di un ragazzo è determinato dal suo accesso al maggior numero di ragazze possibili. Maddalena, la ragazza di Stefano prima dell’incontro con Babi (ed a dire il vero anche dopo) è l’incarnazione di questa filosofia: aderisce alle esigenze di lui («star ferma» durante le corse e «muoversi» a  letto), ma Moccia non ci dice assolutamente niente di lei, della sua personalità, di quello che fa; non ci dice nemmeno che faccia abbia. Semplicemente, è funzionale a Stefano.
Alle ragazze in generale è destinato un ruolo passivo ed accessorio, come viene esemplificato al massimo grado nelle corse clandestine di moto: i piloti (maschi) hanno il beneficio della scelta delle partner durante la corsa (femmine), le quali a loro volta non hanno generalmente il beneficio dell’iniziativa o di tirarsi indietro.
Questo medesimo schema si ripete nei rapporti interpersonali, anche nella relazione tra Babi e Stefano, che lo vede «padrone della spiaggia e di tutto (…) padrone anche di lei» (pag. 207), mentre le sue mani, invero piuttosto lunghe, «spavalda e padrona» (pag. 248), «si impadroniscono di lei» (pag. 293).
Viste le premesse, non stupisce che, una volta consumato, i due non sappiano più cosa farsene l’uno dell’altra.

Siete stati carini a sopravvivere fin qui, e verrete giustamente ricompensati con una indimenticabile citazione, che Moccia dedica a Maddalena (la ragazza usa-e-getta di Stefano): «Lei, semplice concime di quella pianta che spesso fiorisce sopra la tomba di un amore appassito. Quella rara pianta il cui nome è felicità.» (pag. 198)

Autore: Federico MOCCIA
Editore: Feltrinelli   Anno: 2004 (Edizione originale: 1992)  319 pagg.
ISBN: 978-88-07-84039-1

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12 thoughts on “Tre metri sopra il cielo

  1. che bello, anche tu l’hai letto.

    e sottoscrivo parola per parola la tua recensione. mi ricordo che miaveva in particolare colpito la questione della totale assenza di un registro ironico.

    e poi la sciatteria della scrittura.

    comunque non sono riuscito a finirlo, cosa per me rarissima.

  2. Bel commento.
    Mi piacerebbe leggerne uno analogo su Jack Frusciante è uscito dal gruppo, altra icona della letteratura gggiovanile, ma del decennio passato.

    Lo schema “lui e lei all’inizio non si sopportano e poi finiscono assieme” mi ricorda la trama di non so quanti shōjo manga.

    Sul paragrafo della scuola, non ho capito perché t’abbia resa “esterrefatta” che tutto sia visto in chiave d’opposizione. Per certi versi, non è realistico?

    Sui rapporti ridotti a un “consumo predatorio e narcisistico”, be’, questo a me pare molto realistico, almeno per l’80% degli individui.
    Almeno il libro, da quel che mi pare di capire (non l’ho letto!) non ha pretese di dare una morale finale, che lo farebbe suonare anche ipocrita. O no?

  3. @Cinas
    Ho fatto anch’io una fatica… l’ho trovato lento, pesante e sgradevole.

    @Yupa
    Lo schema “lui e lei all’inizio non si sopportano e poi finiscono assieme” è un classicone (pensa solo a Orgoglio e pregiudizio).

    Non mi era sembrato realistico l’antagonismo come viene raccontato da Moccia perché nella scuola non mette nient’altro: quindi non si tratta di una delle dinamiche che hanno luogo dentro la scuola, bensì dell’unica dimensione.
    Sarò un’aberrazione statistica io (e col passare del tempo mi sembra un’ipotesi sempre più probabile), ma ho ricordi molto diversi di come io ed i miei amici vivessimo la scuola. Di sicuro non era una lotta all’ultimo sangue.

    Per quanto riguarda i rapporti predatori, è ben possibile che siano diffusi, ma resta tutto da vedere se Moccia ne dia una rappresentazione realistica (o forse i livelli raguardevoli di volgarità a cui dà voce sono solo lontani dalla mia esperienza, boh?).

    La morale c’è, e temo che si possa riassumere così: “Oh. ma Step è troppo fico, bellazio, cistaddentro”.

    Per Jack Frusciante prendo nota ma ripassa tra un annetto, ché mi devo disintossicare prima ;P

  4. — Sarò un’aberrazione statistica io (e col passare del tempo mi sembra un’ipotesi sempre più probabile), ma ho ricordi molto diversi di come io ed i miei amici vivessimo la scuola. Di sicuro non era una lotta all’ultimo sangue. —

    Eh, non hai avuto la mia preside! 😉

  5. Non mi ricordo più che filosofo o pedagogo scrisse che la scuola replica in piccolo (ed in chiave meno celatamente oppressiva) le strutture sociali del mondo esterno.

    In effetti la scuola à la Moccia ripropone le dinamiche esterne, e visto che la società che propone è caratterizzata da una competizione senza quartiere per ottenere il prestigio maggiore, la scuola assume di conseguenza la fisionomia di una delle arene in cui la competizione (che coinvolge anche i prof) ha luogo.

    È questo ad apparire assurdo ai miei occhi. Rocordo che al ginnasio ci furono grossi scontri col preside (e quando dico “grossi” intendo dire proprio GROSSI, con sabotaggi incrociati e quant’altro), ma non erano orchestrati per emergere o far parlare di sé, né la situazione di conflitto permanente ci impediva di appassionarci alle cose, di scherzare tra compagni o di dialogare con i professori.
    Quando c’era qualche guaio, il sentimento prevalente era “siamo sulla stessa barca”, non “ecco il palcoscenico adatto per la mia entrata ad effetto”.

    Nella scuola di Moccia, il conflitto è un homo homini lupus per avere i quindici minuti di celebrità. È una serie del Grande Fratello che dura cinque ore al giorno, sei giorni alla settimana, per cinque anni (ed in cui il potere di “nominare” ed eliminare però è in mano ad un gruppo ristretto di concorrenti che ne approfittano per vessare sadicamente gli altri).

    Se invece di utilizzare la scuola come scenario secondario per lasciar intendere ai suoi lettori ggiovani di essere “dalla loro parte” Moccia avesse sviluppato questo aspetto mostruoso, magari ne sarebbe venuto fuori un romanzo allucinato e visionario. 🙂

  6. avevo già letto parte del tuo commento su Anobii, e anche lì l’avevo trovato molto interessante, qua inoltre leggo anche la riflessione sullo scontro studenti-insegnanti, che mi ricorda l’altro exploit di letteratura gggiovanilistica, Jack Frusciante (che ho letto tutto, incredibilmente, a differenza di Moccia, del quale mi sono limitato a dargli una scorsa qua e là, più che altro perché mi sono accorto che a differenza di altri successi editoriali questo è stato davvero popolare, a suo modo un fenomeno, almeno tra gli adolescenti stile Vigna Clara, Ponte Milvio).
    Anche lì lo scontro dei gggiovani contro il Potere era limitato ai due minuti di odio contro i professori (oddio qualche insegnante ai miei tempi l’ho odiato anch’io, ma era odio personale…).
    Alle tue ineccepibili considerazioni vorrei aggiungere una cosa, cioè che credo che il suo punto di forza (sia pure triste) sia proprio quello che tu centri perfettamente, la descrizione dell’atteggiamento "pubblico" da tenere continuamente, come se tutti fossero in una grande "Grande Fratello"… Da piangere non solo di notte ma anche di giorno (lontano dalle telecamere, per favore…)
    Ettore Maggi

  7. Oh! Salve Ettore, mi fa piacere ritrovarti anche sul blog
    Figurati che stavo proprio pensando di leggerlo, Jack Frusciante. Poi però in un sunto della trama ho letto che viene esplicitamente citato Due di due di De Carlo, un autore che francamente conosco molto poco ma mi ispira poca simpatia. Avrò bisogno di tempo (e magari di un’altra sessione di isolamento alpino) per leggerli entrambi.
    Sono terribilmente interessata ai discorsi che si fanno sulla gggioventù. Se hai consigli da dare su romanzi gggiovani, li ascolto ben volentieri.

    Tamakatsura

    PS_ Non so Jack Frusciante, ma secondo me i gggiovani personaggi di Moccia non contestano "il Potere" (od "il Sistema"): vogliono solo conquistarlo ed esercitarlo, saltando di livello nel gioco.

    PPS_ I tuoi apprezzamenti sono molto gentili, ma qui si vola bassi… posto solo qualche ideuzza che mi viene in mente leggendo dei romanzi, tutto qui.

  8. sia Jack Frusciante che Due di due, secondo me, sono da leggere comunque (se si ha abbastanza tempo libero, ovviamente, altrimenti meglio dedicarsi ad altro! ;-))
    Sullo scontro con il Pppotere, mi sono espresso male. Hai ragione, in realtà ai gggiovani di Noccia non interessa assolutamente (e in questo è interessnate l’evoluzione tra i gggiovani di Due di due, che rappresenta una ggggioventù alternativa, sinistroide e fighetta, che lottano contro il Potere, poi lo rifiutano e vanno a vivere in campagna con i soldi ereditati dalla famiglia, comunque scritto in maniera professionale anche se "piaciona"; i giovani di Jack Frusciante, che appunto devono darsi un tono da alternativi e combattono contro i professori e i genitori, si ubriacano e ascoltano crossover, e quelli di Moccia…)
    ciao!
    Ettore
    PS: è volando bassi che si vedono le cose bene, se si vola troppo alto non si vede nulla… 🙂

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