Qui è proibito parlare

Qui è proibito parlare - www.liberonweb.itCome molti, presumo, ho fatto la conoscenza del Signor Pahor quando è andato ospite a Che tempo che fa a presentare Necropolis, un memoir sulla sua esperienza di internato. Il libro in particolare non mi interessava granché (no, ancora i lager no! – che poi probabilmente lo leggerò, ma la mia prima reazione è stata proprio questa… potrei chiedermi come sia giunta a questo stato di saturazione, ma per il momento vi risparmio); il Pahor invece mi sconfifferava assai ed ho puntato  Qui è proibito parlare non appena è uscito. Giusto prima delle vacanze ne ho vista una copia nuova di zecca in biblioteca e sono corsa al banco prestiti stringendola in mano.

Trieste, 1938. Una giovane donna, Ema, osserva il mare dal molo con un’espressione contratta. Un marinaio la avvicina proponendole un giro in barca, ma lei declina seccata. Ha altri pensieri per la testa: deve trovare un nuovo impiego alla svelta, è sola in città e non ha soldi da parte. Il giorno successivo però ci ripensa e torna al molo nella speranza di incontrarlo nuovamente; Danilo è lì, gentile come la sera precedente, e questa volta Ema accetta il suo invito.
Scoprendosi entrambi italiani di lingua slovena, trovano immediatamente un terreno comune nell’amore e nella nostalgia per la propria lingua madre, che si articola nella vita pubblica (ancorché clandestina) in militanza antifascista. Le autorità italiane infatti hanno proibito di parlare lo sloveno, di insegnarlo nelle scuole, di pubblicare e leggere libri in lingua. Né si erano limitate a questo, visto che le squadracce non avevano perso occasione per devastare i luoghi di aggregazione e produzione culturale degli slavenofoni in città, né per uccidere o riempire di botte i malcapitati avventori.
La relazione con Danilo, l’amore per la lingua slovena e la sintonia di tutti i sensi con la natura istriana – l’anelato ricongiungimento con la quale non è mai del tutto possibile, amplificando il senso di amputazione spirituale – accompagnano Ema in un percorso di scoperta di sé, di crescita umana, e di partecipazione alla lotta antifascista.
Mentre Hitler invade la Polonia e Francia e Regno Unito gli dichiarano guerra, Ema e Danilo sentono nell’aria che gli eventi stanno per prendere una piega definitiva e rimangono in attesa del momento buono per far divampare la rivolta.

Prima di qualsiasi altra considerazione: è scritto divinamente. L’italiano è splendido e delicato, la prosa dotata di una ricchezza espressiva che mi ha estasiata. Un urrà per la traduttrice! Le pagine mi hanno catturata e mi sembrava di essere lì, tra le vie di Trieste appesantite da un’umidità stagnante ed afosa, carica di odori, spazzata di tanto in tanto dalla bora. S tratta di una città in larga parte immaginaria, la mia, visto che l’univa visita a Trieste è stata di brevissima durata, ma le parole del romanzo la evocavano nitidamente grazie alla loro precisa bellezza.
Già solo per questo Qui è proibito parlare è un romanzo ammaliante; ma c’è dell’altro: si tratta di un’occasione più unica che rara di ripensare alla nostra esperienza della Guerra e del fascismo in quanto italiani attraverso la testimonianza appassionata ma pacata di vittime del fascismo prima e della rimozione collettiva poi. Quando si parla di Seconda Guerra Mondiale il nostro pensiero corre all’occupazione tedesca, agli eccidi indiscriminati della popolazione in Italia centrale, alla resistenza partigiana: in altre parole, sempre al nostro status di vittime. Perché?
Così facendo laviamo via con un unico colpo di spugna tutto ciò che gli italiani al tempo hanno perpetrato a danno di altre vittime, rimosse così della memoria e dalla coscienza colettiva. Perché?
Il fatto che la guerra si sia conclusa in maniera particolarmente dilaniante ci ha dato forse il diritto di fingere che i misfatti fascisti non godessero dell’appoggio e della partecipazione attiva della maggior parte delle persone? Di rappresentarci esclusivamente come vittime cancellando tutto il resto? Non mi pare disonorevole riconoscere le responsabilità del regime e dei suoi sostenitori, che – è sempre bene ricordarlo – si contavano a milioni. Gli italiani non si sono sempre meritati l’appellativo di "brava gente", perché capitò anche che aderissero a politiche ingiuste e violente.
D’altronde la storia è un gran guazzabuglio, e quando si fa la guerra è illusorio pretendere di mantenere le mani pulite (anche se si tratta di una pretesa diffusa, soprattutto presso i vincitori).

Da dove ero partita? Ah già, dal libro. Bè, è bellissimo, ne consiglio vivamente la lettura.

Autore: Boris PAHOR
Editore: Fazi   Anno: 2009 (Edizione originale: 1963)  398 pagg.
Titolo originale: Parnik trobi nji
Traduttrice: Martina Clerici
ISBN: 978-88-8112-178-6

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4 thoughts on “Qui è proibito parlare

  1. grazie della dritta, penso che lo regalerò a mio padre: quest’estate abbiamo passato qualche giorno sul carso, dove tutti sono bilingui italo-sloveni, e le tante conversazioni con gli autoctoni hanno stuzzicato il suo interesse per la faccenda… 🙂 s.

  2. Pip!!! Sei tornata tra noi nella terra dove il sì suona!

    Mi fa davvero un immenso piacere che tu abbia preso al balzo un consiglio di lettura. Poi fammi sapere che ne pensa tuo padre (se del caso, puoi sempre dare la colpa a me) ^^

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