Il Romanticismo e l’effimero

Il romanticismo e l'effimero - www.go-book.itRovistando tra le mie scartoffie è saltata fuori la brutta di un testo su Il Romanticismo e l’effimero che non avevo in seguito postato. Mi è bastata una rapida scorsa per capire subito perché, ed ho consegnato tutto quanto al bidone della carta. Sebbene opera ed autore siano considerati pietre miliari della letteratura giapponese moderna, non mi avevano entusiasmata. Dovendolo adesso recensire per una rivista, però, mi trovo costretta a riprendere tutto in mano. Meno male.

Il Romanticismo e l’effimero raccoglie tre racconti di ambientazione tedesca considerati (pare) l’atto fondativo del Romanticismo in Giappone. Il più celebre dei tre è il primo, "La ballerina" (Maihime).
Il protagonista è ŌTA Toyotarō, uno studente giapponese di diritto che riceve una borsa di studio per profeguire gli studi presso una università di Berlino. Il contatto con la realtà europea però inizia a produrre in Ōta cambiamenti imprevisti: da ragazzo inquadrato qual era sente l’esigenza di formarsi opinioni personali e coltivare «pensieri miei, diversi da quelli degli altri». La sua mutata condotta non incontra un’accoglienza particolarmente positiva, e la borsa di studio gli viene revocata.
Ōta è inebriato dal dissolversi dei legami che le tenevano avvinto ad autorità e consuetudini della madrepatria; si schiudono dinanzi a lui orizzonti in cui il suo pensiero è libero di spaziare come non aveva osato immaginare in passato. Ma impara anche presto che l’indipendenza dalle istituzioni gli crea non pochi problemi, in termini di reputazione non meno che di carattere materiale.
È mentre sta vivendo questo conflitto che intreccia una relazione con Elise, i cui occhi azzurri traboccano di una innocente fragilità nella quale Ōta vede il proprio riflesso.
La vita indipendente scelta da Ōta alla lunga risulta gravosa, logorante; quando gli si presenta l’opportunità di essere riammesso nei ranghi onorevolmente e rimpatriare, non rfiuta di coglierla, pur rendendosi conto che la reintegrazione sociale gli costerà la rinuncia al tipo di libertà per il quale aveva faticosamente lottato, e si appresta a sacrificarne il frutto.

Ōta, il protagonista, mi è stato subito antipatico ^^’ In realtà gliene capitano di tutti i colori, e per certi verso lo capisco; ad un certo punto dice: «pur mostrando un costante impegno, avevo ingannato me stesso e gli altri, avevo sperimentato solo il percorso che qualcuno aveva deciso per me» (p.42); invece poi, respirata un po’ di libertà e riconosciuta la limitatezza delle proprie vedute dovuta proprio all’inquadramento rigido in cui era rimasto chiuso, desidera solo affrancarsi dalla minorità che aveva invece in precedenza accettato.
Sembrerebbero dichiarazioni traboccanti di fiducia in sé, ma in tutto il racconto (anzi, in tutti e tre) sono velate di malinconia, di amarezza. Ōta fa delle scelte e le paga con il proprio disincanto, con la fatica del vivere, con l’accrescersi della sua capacità di soffrire.
Quello che me l’ha reso antipatico, però, è che fa scontare lo scotto maggiore delle proprie scelte esistenziali alla povera Elise. Ha un bel dire, poi, che soffre, oh quanto soffre al solo ricordo e che si sente colpevole, terribilmente colpevole. Dai suoi rimorsi Elise ed il loro bambino bastardo e mezzosangue lasciati dall’altra parte del paneta non ricevono grande aiuto. Ōta è sinceramente addolorato, ma ciò non toglie che abbia preferito ferire qualcun altro per ottenere qualcosa che ha scoperto di deisderare, piuttosto che far fronte agli impegni che si era assunto.
Scegliendo la reintegrazione, rinuncia anche per sempre alla libertà di azione e spirito cui aveva agognato, limitandosi ad una libertà del solo spirito. Mi è parso di intuire che lo stesso Mori fosse molto pessimista in proposito.
Probabilmente dovrei essere più indulgente con Ōta…

Sono rimasta molto stupita nello scoprire che in Giappone Maihime è considerato una classicissima storia d’amore. Ne parlavo con un mio conoscente giapponese davanti ad una bottiglia di umeshu. A me non era sembrata una storia d’amore, bensì piuttosto un romanzo di formazione. Ōta, che è anche la voce narrante, non si sofferma spesso sul proprio legame con Elise, che rimane largamente implicito ed immaginato; in compenso però si crogiuola nei dubbi in merito alla propria posizione sociale, al proprio sentire, al proprio avvenire, e quando lo fa, Elise non compare.
– Che razza di storia d’amore sarebbe questa?, ho chiesto al giapponese che era con me.
– Lui soffre ripensando a lei, nel proprio cuore, mi ha risposto lui dopo averci pensato un po’ su.
– E lei?, ho incalzato io.
Si è fatto di nuovo pensoso.
– Non saprei. Non ci avevo mai pensato. È un modo di pensare piuttosto occidentale, il tuo. Però puoi trarne una morale.
– Una morale?
– Quando deciderai di sposarti, Tamakatsura, stai molto attenta a scegliere bene.
– …

Autore: MORI Ōgai (森 鴎外) pseudonimo di MORI Rintarō (森 林太郎)
Editore: Go Book   Anno: 2007 (Edizione originale: 1890-1)  116 pagg.
Racconti raccolti:

  • La ballerina (Maihime舞姫) (1890)
  • Ricordi di vite effimere (Utakata no kiうたかたの記) (1890)
  • Il messaggero (Fumizukai文づかひ) (1891)

Traduttrice: Matilde Mastrangelo
ISBN: 978-88-95113-00-5

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4 thoughts on “Il Romanticismo e l’effimero

  1. con molto, moltissimo, vergognoso ritardo… tanti auguri Tama!! Come vanno le cose laggiù? quando torno a milano se ti va ti faccio un fischio così se hai tempo ce ne andiamo a fare quattro chiacchiere davanti a un buon the ^_^
    bacione!! pip

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