Duemilaenove

Un anno davvero intenso, questo duemilaenove ormai alle nostre spalle, ed anche guardando indietro non posso non dirmi contenta, nel complesso, di quanto è accaduto. Va anche detto che a me basta poco per tenermi paga…

Anche quest’anno anobii ha tenuto la contabilità in mia vece, ed afferma autorevolmente che nel duemilaenove avrei letto 99 libri per un totale di 25’076 pagine. 99 è un numero francamente irritante. Ecco, se potessi cambiare una cosa dell’anno passato, leggerei un libro in più per fare cifra tonda!
Tra l’altro, scorrendo i bilanci dell’anno per compilare questa top seven complessiva, non ho potuto fare a meno di notare un arretramento della narrativa in favore della saggistica: spero che si tratti solo di un trend congiunturale…

Dawn Powell, La mia casa è lontana (Fazi)

Stravince a mani basse il titolo di libro dell’anno questo delizioso romanzo di un’autrice americana recentemente riscoperta. È stato amore a prima vista, sin dalla prima occhiata fugace in libreria fino all’ultima pagina assaporata con un’avidità ripagata. La scrittura è ricca ma senza sbavature, i personaggi escono dalle pagine, la lunghezza del romanzo è giusta giusta, e ricordo con sommo piacere il quasi pomeriggio in cui l’ho terminato, facendomi tante domande, sotto un olmo che andava perdendo le foglie.
Paul Feyerabend, Dialogo sul metodo (Laterza)
Mi fu donato svariati anni orsono da Pip, che come sempre, mostra di conoscermi prima e meglio di quanto non mi conosca da sola. Dopo anni di culto del rigore, della logica eretta a garanzia della buona prassi filosofica, un po’ di scanzonata anarchia è stata una ventata d’aria fresca. Feyerabend poi è un volpone d’un affabulatore. Mi ha convinta ad approfondire l’argomento (il problema rimane sempre lo stesso: ou quand?).
 
Anna Politkovskaja, La Russia di Putin (Adelphi)
Il titolo promette un’indagine sull’operato di Putin, ma si tratta di una promessa mezza tradita; in realtà ad essere raccontate sono una miriade di microstorie infinitamente più interessanti e rivelatrici di una biografia. Dal racconto di una rapida ascesa nel mondo del commercio grazie allo spirito di iniziativa ed una buona dose di collusione con la mafia integrata nelle strutture statali a quello della discriminazione quotidiana a danno di ceceni residenti in Russia, ad emergere è il ritratto impietoso di  un Paese lasciato in mano ad un’oligarchia di (mal)affaristi che lucrano sui beni comuni lasciando la gente ad accanirsi sui soggetti più deboli. Terribile, pulito nello stile, e che socchiude una finestra sul futuro?

Ibuse Masuji, La pioggia nera (Marsilio)
Ricostruzione del bombardamento di Hiroshima graziata da un equilibrio stilistico e da una pacatezza impareggiabili. L’ancoramento del protagonista al proprio campo visivo, a cose non più grandi di quelle che incontra materialmente nella propria quotidianità (le case inclinate, la pianta cresciuta a dismisura in capo a pochi giorni, i pesci che galleggiano a pancia in su nelle pozze) consentono all’autore di restituire in maniera assai vivida l’esperienza del bombardamento atomico senza cadere nel patetico (post).

John W. Dower, Embracing Defeat. Japan in the wake of World War II (W.W. Norton & Company)
Ancora Giappone in un saggio di assai piacevole lettura che ripercorre le difficoltà materiali -naturalmente-, ma anche culturali ed ideologiche, di identità e di orientamento di sé verso l’altro, ed in particolare verso un Occidente vincitore, da parte dei vari strati della popolazione giapponese all’indomani della disfatta nella Seconda Guerra Mondiale. Documentazione ricca ed accurata, stile limpido e scorrevole che è valso al libro il Pulitzer. E dire che l’ho scovato per puro caso fra gli scaffali, assai sguarniti, della biblioteca dell’università.

Boris Pahor, Qui è proibito parlare (Fazi) / Hwang Seok-yong, L’ospite (Baldini & Castoldi Dalai)
Due romanzi che, tramite stili e narrazioni alquanto diverse, mi hanno aperto orizzonti su vicende che non godono degli onori delle cronache ma che per le rispettive implicazioni meriterebbero maggiore attenzione: la resistenza slovena al fascismo, nel nome del diritto di parlare nella propria lingua madre (post) e la lacerazione in seno alla società civile coreana, istigata da esigenze di "purezza", in nome di valori assoluti anteposti alla compassione, al riconoscimento dell’altrui semplice, banale umanità (post).
 

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4 thoughts on “Duemilaenove

  1. Sto pensando di comprarlo anch’io (la copia che ho letto mi è stata prestata), benché non abba fisicamente dove metterlo.
    Dawn Powell è un’autrice in gran spolvero editoriale e conto di leggere altre sue cose quest’anno

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