Vita e destino

Confesso che sin dall’ingresso alla Facoltà di filosofia ho provato una profonda diffidenza, mista ad ammirazione, per coloro i quali si inoltrano nello studio del versante morale della disciplina. A me è sempre parsa una materia alquanto intricata ed anche quando mi sembrava di avere a che fare con questioni piuttosto semplici, bastava il confronto con qualcuno per rendersi conto di quanto quell’impressione fosse fallace.
Così ho preferito un naviglio senza pretese, che pescasse i suoi pesciolini con gli strumenti messi a disposizione dalla logica formale, piuttosto che imbarcarmi sulla Pequod ed ingaggiare un duello con la balena bianca: si richiedeva troppo ardimento.
Chiusa parentesi autobiografica. (Perché l’ho aperta? Ci arriviamo.)

Vita e destino è un romanzone monumentale in cui si intrecciano le vicende di vari personaggi, sullo sfondo dell’assedio di Stalingrado, che ogni tanto inghiotte a tradimento qualcuno. C’è il comandante Grekov, un comunista della vecchia guardia ripescato dal carcere dove era stato stivato per effetto di una purga, che guida la resistenza di un avamposto di Stalingrado con uno spirito pragmatico che scandalizza i commissari politici; c’è Strum, un fisico teorico che concepisce un sistema di equazioni rivoluzionario durante lo sfollamento a Kazan’ e per il quale in rientro a Mosca può significare la consacrazione ufficiale od un mare di guai con i vertici politici dell’Istituto di Fisica (e non è scontato quale delle due cose ne incrinerà la fibra); c’è Krymov, solerte membro del partito, che dopo una vita spesa con convinta abnegazione a difendere il partito senza esitare a tagliarne i rami secchi, i potenziali dissidenti, si vede chiudere senza preavviso nei sotterranei della Lubjanka; c’è Ljudmila, che continua a discorrere con la fotografia del figlio Tolja caduto in battaglia; c’è lo Sturmbahnführer Liss che si distrae dai suoi doveri di comandante di un lager per discorrere di massimi sistemi con gli internati che più lo interessano, con l’intento di scrivere un trattato sugli aspetti condivisi dai sistemi totalitari nazista e sovietico; c’è Ženja, sorella minore di Ljudmila ed ex moglie di Krymov, che dovrà decidere se rinunciare alla propria felicità personale per non lasciare solo l’ex coniuge caduto in disgrazia, seguendolo alla Kolyma
Le storie si incrociano, si intrecciano, prendono direzioni inaspettate disegnando i profili di persone normali scaraventate in situazioni di quotidianità che li mettono continuamente nella posizione di dover compiere scelte non facili, tantomeno facili quando la strada sembra già tracciata innanzi a loro.

La quarta di copertina definisce Vita e destino «una bruciante riflessione sul male», con un moto di epocalità che la accomuna a molte altre quarte di copertina («cambierà per sempre le vostre vite», «tornerete ad amare», «un capolavoro indelebile della letteratura urlucca»… ), però non è un epiteto che mi abbia convinta granché. In parte per via della mia già citata diffidenza (ed inadeguatezza) nei confronti delle discussioni di ordine morale; in parte perché Vita e destino è molto di più di una "riflessione" sul bene e sul male: è uno splendido, meraviglioso romanzo che conquista per la sua ricchezza, per la complessità e vivacità dei personaggi, per lo stile che sembra fatto di niente ma lo illumina di una limpida bellezza.
Ho comprato Vita e destino contro ogni ragionevole considerazione (soprattutto di spazio: adesso che l’ho finito e va tolto dal comodino letteralmente non so dove metterlo ^^’ ) perché la prima pagina, sfogliata distrattamente in libreria, mi ha calamitata e non sono stata capace di rimetterlo giù.

Poi sì, è vero, il problema del bene e del male nella condotta umana emerge nel romanzo, dal complesso delle vicende dei vari personaggi e dall’intrigante scavo psicologico che Grossman dedica a ciascuno; e quello che Grossman fa dire al povero, incompreso Ikonnikov (e non vi dico cos’è  ) mi ha molto colpita (anche se non è stato il primo a prendere una posizione del genere). Per certi versi, è qualcosa che mi sento di condividere.
Però sono convinta anche di qualcos’altro: che le cose sono sempre ingarbugliate; ma non abbastanza per dissuaderci dal cercare di capirle un po’ di più, come aggiungeva il mio professore di storia e filosofia del liceo.
Grossman ha il merito di non pretendere di sgarbugliarle troppo, raccontandole invischiate di quotidiana banalità: questo me lo fa amare assai di più che considerazioni sulla "morale" che potrebbe consegnare ai posteri (od ai gggiovani, che ultimamente pare essere un passatempo praticato da molti).

Autore: Vasilij Semënovič GROSSMAN (Василий Семёнович Гроссман)
Editore: Adelphi   Anno: 2008 (Edizione originale: 1959)   827 pagg.
Titolo originale: Žisn’i sud’ba (Жизнь и судьба)
Traduttrice: Claudia Zonghetti
ISBN: 978-88-459-2340-1

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8 thoughts on “Vita e destino

  1. — c’è lo Sturmbahnführer Liss che si distrae dai suoi doveri di comandante di un lager per discorrere di massimi sistemi con gli internati che più lo interessano, con l’intento di scrivere un trattato sugli aspetti condivisi dai sistemi totalitari nazista e sovietico — 

    Se questi dialoghi l’autore li riporta per intero, potrebbe essere uno stimolo eccellente per cimentarsi nella lettura di cotesto mastodonte narrativo! ^^

    Per il resto mi chiedo se "Жизнь" significhi "Vita" e "судьба" sia"Destino" o viceversa… ^^”

  2. Riporta per intero il dialogo con Mostovskoj, un bolscevico della vecchia guardia.

    Comunque, per quanto la mole sia dissuasiva, sono convinta che meriti la lettura. E’ uno dei più bei romanzi che mi sia capitato in mano negli ultimi anni ed averlo finito mi ha dato un grande senso di soddisfazione.
    Prima o poi sicuramente lo rileggerò – per godermelo di nuovo, e per pensare al tempo trascorso.

    Tama

    PS– "Жизнь" significa "vita" e "судьба" "destino" (ho controllato )

    «Mostovskoj non aveva paura delle torture. A spaventarlo, piuttosto, era l’idea che quel tedesco non stesse mentendo, ma dicesse la verità. Che avesse solo voglia di parlare.» (pag. 378)

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