Così triste cadere in battaglia

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa: gli aggiornamenti del blog si stanno facendo via via più saltuari mentre il ritmo di lettura, se possibile, più indiavolato di prima. (In compenso splinder si diverte a cambiarmi i tag di sua iniziativa…)
Tra un mattone e l'altro però mi sono concessa qualche diversivo di alleggerimento e Così triste cadere in battaglia rientra proprio in questa categoria. Devo ringraziare la gentilissima bibliotecaria che me l'ha dato nonostante il (cronico) sfondamento del tetto massimo di libri prendibili in prestito.

L'autrice, una giornalista giapponese, ricostruisce i preparativi e le condizioni in cui si svolse la battaglia di Iwo Jima, che vide un reparto tutto sommato ristretto dell'esercito giapponese tenere testa all'avanzata dei Marines nel Pacifico quando ormai la guerra, per il Giappone, stava volgendo in disfatta.
Nonostante lo sbandieramento della presenza di lettere dei soldati (comprensibile, visto che il lancio è stato calibrato in concomitanza con l'uscita del film Lettere da Iwo Jima), il protagonista assoluto è il comandante Kuribayashi. Se ne ripercorre la formazione, tratteggiando così facendo anche l'ambiente dell'élite militare del tempo; se ne esalta il pragmatismo strategico grazie al quale era riuscito a predisporre una difesa efficace in contrasto con le direttive dello Stato Maggiore; se ne decanta l'atteggiamento compassionevole verso i sottoposti (ciò che imho gli consente di avvertire, la tristezza insita del mandare una generazione al macello, svincolandosi dalla retorica del pro patria mori); l'epistolario che ce lo rivela marito e padre affettuoso, con il pensiero rivolto costantemente alla famiglia, completa il santino di una figura certamente fuori dall'ordinario, ma forse non già meritevole degli onori di incensi ed altari.

Non mi piacciono le agiografie e mi inducono in sospetto i turibolanti di qualsiasi colore.Quando mi ci imbatto mi viene da chiedermi dove abbiano intenzione di andare a parare.
Nel caso di Kakehashi, si possono fare alcune osservazioni; tanto per cominciare la figura dell'uomo dalle qualità personali eccezionali, che si staglia al di sopra della mediocrità e va incontro alla morte sposando una causa giusta è un topos del repertorio narrativo giapponese. Il fatto che qua e là spuntino aneddoti giaculatori lasciano sospettare che l'autrice abbia ceduto al suo fascino: perché altrimenti raccontare di come Kuribayashi fosse stato l'unico in grado di domare e montare un cavallo particolarmente focoso (e così via)? La presenza dell'eroe Kuribayashi, contrapposto ad uno Stato maggiore assente ed in preda alle «mene politicanti» pervade la battaglia di afflato epico; i veterani che l'hanno combattuta meriteranno un rispetto diverso, superiore a quello altrui, tributato anche dagli avversari, «gli spietati marine» (pag. 90, sic).

La rivelazione della scarsa adesione alla retorica della bella morte in guerra da parte di un personaggio chiave in parte la disinnesca, eppure rimane il dubbio se la prosopopea encomiastica finisca per crearne un'altra, di retorica, diversa ma non meno efficace.

Lettura rapida e scorrevole, nonostante l'italiano zoppichi in qualche punto (ho dovuto rileggere varie volte alcune frasi per riorganizzarle logicamente, ma niente di che).

Autrice: KAKEHASHI Kumiko
Editore: Einaudi   Anno: 2007 (Edizione originale: 2005)   210 pagg.
Titolo originale: Chiruzo kanashiki
Traduttore: Piero Arlorio
ISBN: 978-88-06-19061-3

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