Tito di Gormenghast

Tito di Gormenghast - www.adelphi.itRigirandomelo per le mani ripensavo alla strana vita degli oggetti. Questo volume ha quasi trent'anni; prima che ci incontrassimo presso un rivenditore di libri di seconda scelta, aveva trascorso buona parte di quel tempo tra le ragnatele di qualche magazzino polveroso. Solo un paio di settimane fa l'ho adibito allo scopo per il quale era stato concepito e stampato, ben prima che io nascessi.

Questi strani pensieri sono in linea con l'atmosfera di cui il romanzo è imbibito: qualcosa di impalpabile, suggerito, difficilmente definibile, eppure evidente.
Un castello le cui origini si perdono nella notte dei tempi ed i cui abitanti non escono dalle mura infestate d'edera centenaria; un'accozzaglia di casupole fangose costruite a ridosso delle mura, e tutt'intorno una distesa boscosa che ricopre alture e valli come una peluria.
Gormenghast è l'ombelico del mondo: il fulcro di un ordine cosmico che viene mantenuto tramite la rigida osservanza di un corpus di tradizioni. La Legge regola la vita degli abitanti del castello, e più di ogni altro di Sepulcrio De' Lamenti, settantaseiesimo Conte di Gormenghast.
La nascita del figlio Tito, sospirato erede di una stirpe antica quanto il mondo e quanto il tempo, viene festeggiata come garanzia della perpetuazione della Legge negli anni a venire; nessuno sa prevedere che costituirà invece la scintilla di avvio alla più dissimulata delle rivoluzioni. Sotto la patina secolare della reiterazione di un cerimoniale immutabile, che sembra soffocare ogni cosa col peso polveroso del passato, ribollono infatti ambizioni, sospetti, paure, fantasmi, curiosità, domande, desideri monchi ed inespressi.
L'autore sciorina senza fretta le sue carte: la sorda malinconia del Conte Sepulcrio; l'ambizione sconfinata di Ferraguzzo, deciso a sfruttare ogni mezzo suggeritogli dalla sua perfida scaltrezza pur di soddisfare una sete di potere senza reale oggetto o scopo; il desiderio di fuga ed allo stesso tempo la coscienza di esistere solamente a Gormenghast della contessina quindicenne Fucsia. Contrapposta alla dedizione solitaria alla Legge di Lisca, Acrimonio e Barbacane si profila una avversione da parte della giovane generazione. Acconsentiranno infine a ripetere i gesti prescritti dalla tradizione? Cosa sarà di Gormenghast nel caso in cui la Legge venisse abbandonata?

Dopo il primo impatto con lo stile insolito, denso e pirotecnico, la scrittura conquista e trasporta nella dimensione rafferma eppure sempre in bilico di Gormenghast, in mezzo alla natura meravigliosa ed insieme minacciosa, per i corridoi del castello avito in cui la luce radente illumina l'onnipresente pulviscolo. Il lessico è splendido e ricercato, carico del sapore antiquato in cui si riverbera l'atmosfera del romanzo.
Mervyn Peake ha pubblicato questo fantasy sui generis nell'immediato dopoguerra, ma me lo immagino vagare con la mente nei meandri del Gormenghast da un rifugio antiaereo, incurante dei bombardamenti che stanno riducendo la sua città ad un cumulo di rovine.

Non vedo l'ora di leggere gli altri due romanzi della saga

Autore: Mervyn PEAKE
Editore: Adelphi   Anno: 1981 (Edizione originale: 1946)   536 pagg.
Titolo originale: Titus Groan
Traduzione del titolo: Tito De' Lamenti
Traduttrice: Anna Ravano
ISBN: 9788845904769

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5 thoughts on “Tito di Gormenghast

  1. lessi questo libro tantissimo tempo fa.poi attesi per anni i due libr successivi e quando ho iniziato a leggere il secondo mi sono accorto di aver perso la magia. 

  2. Povero Cinas Temendo qualcosa di simile ho atteso l'uscita del terzo volume per aggredire il primo (essendo tra l'altro passati vent'anni tra la pubblicazione del primo e quella del secondo…)Il mio maggior timore è che gli altri traduttori non siano all'altezza della prima (quando un'opera ha uno stile così distintivo ed un carattere unitario, credo che dovrebbero affidarne la traduzione ad un'unica persona).Nota a margine: vorrei da matti invitare a cena il Dottor Floristrazio. Le volte in cui penso che i limiti cartacei per certi personaggi siano troppo stretti. Chissà cosa direbbe del sushi.

  3. Pingback: Duemilaeundici | Vacuo sognare

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