La persecuzione nazista degli zingari

Stavo curiosando fra gli sconti di in una libreria veneziana, quando questo ponderoso volume mi ha irretita; tuttavia, essendo sullo scaffale dei libri a prezzo pieno, ho preferito affidarmi alla biblioteca vicino casa.

Quando si parla delle persecuzioni naziste contro fette della popolazione, in genere il pensiero corre a scene alla Schindelr's list: famiglie della piccola e grande borghesia bollate d'infamia dall'oggi al domani, private dei beni, costrette a vivere segregate nei ghetti prima di essere spezzate e mandate nei lager. Tutte immagini forti, che raccontano un odio maniacale, sadico ed inspiegabile.
Questa rappresentazione delle vittime è riuscita a coinvolgere empaticamente i fruitori (viene quasi da dire: "il pubblico") più di ogni altra, ed altre categorie di perseguitati sono caduti nel dimenticatoio: malati di mente, disabili, vecchi. omosessuali e nomadi. È di questi ultimi che si occupa il saggio di Lewy, molto puntuale, circostanziato e ben documentato.

Parola d'ordine: sicurezza
I provvedimenti presi dal governo del Reich nei confronti degli zingari hanno avuto almeno due caratteristiche che mi hanno particolarmente colpita: la prima è la sostanziale continuità con politiche precedenti – non solo di Weimar, ma di quasi tutti i Pesi europei e degli Stati Uniti. L'avversione agli zingari non era certo un'invenzione nazista (anzi, Lewy ne percorre a ritroso le tracce fino alla Guerra dei Trent'anni), mentre studi razzisti erano pane quotidiano della comunità scientifica già a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, e programmi di sterilizzazione coatta venivano attuati anche da Paesi che avevano fatto del libertarismo la propria bandiera (quali gli Stati Uniti).
La seconda è che le politiche contro gli zingari attuate dal governo nazista, diversamente da quelle antiebraiche, consistevano perlopiù in risposte alle richieste della popolazione locale e dei quadri bassi del partito: mentre i vertici mostravano un certo disinteresse nei confronti della «piaga degli zingari», come veniva comunemente chiamata, la presenza di zingari entro o nei pressi di una comunità suscitava spesso a livello locale istanze di ordine, declinato sia sotto forma di sicurezza che di igiene. Come a dire che erano genitori e presidi delle varie scuole a non volere i bambini zingari in classe insieme ai rampolli ariani, e via dicendo.
Il perdurante disinteresse da parte dei vertici fece sì che non venisse adottata una politica unica finalizzata allo sterminio, come con gli ebrei, ma semmai provvedimenti di espulsione o confinamento nei campi nomadi, motivati da generiche ragioni di "sicurezza".
Fu proprio la motivazione di "sicurezza", spesso non esplicitamente razziale (gli zingari erano collocati entro la categoria degli "oziosi ed asociali"), a far sì che molti tribunali del dopoguerra non riconoscessero gli zingari quali vittime di persecuzione: in molti casi i tribunali accolsero implicitamente l'estensione agli zingari nel loro insieme il sospetto di delinquenza, estensione che aveva motivato le azioni nei loro confronti del periodo nazista.

In cerca di una definizione
In realtà già al tempo la definizione razziale di "zingaro", quella fatta propria dalle autorità sulla base delle ricerche di alcuni istituti, mescolava elementi diversi: sedentarietà/nomadismo, inserimento nel tessuto lavorativo, carnagione e capelli scuri – ossia, l'indistinguibilità sociale e biologica dagli ariani, rappresentazione del "tedesco stadard" costruita dal regime. In realtà non si giunse a dei criteri di "zingarità" individuati in maniera univoca ed omogenea, perciò le politiche adottate finirono per non essere applicate in maniera uniforme, talvolta lasciando enorme potere discrezionale ai burocrati incaricati della loro attuazione.

Lo scienziato e il burocrate
L'avanzamento di priorità della difesa biologica della popolazione nell'agenda politica è proceduto di pari passo agli studi di razzismo e biologia umana. Fior fiore di studiosi hanno analizzato il fenomeno con acume e cognizione incomparabilmente superiori ai miei, perciò le mie osservazioni dilettantesche vanno prese con le molle; tuttavia non è possibile non notare il continuo dialogo fra centri di ricerca e gangli del potere politico, fra definizioni scientifiche e politiche dei fenomeni, e fra le proposte di intervento.
Spesso si è soliti immaginare lo sicenziato come un figuro un po' trasandato, perennemente in camice e con l'occhio incollato al microscopio, imperturbato dagli eventi esterni allo svolgimento della sua ricerca. Ora, in realtà, i rapporti fra i due ambiti sono molto più ambigui e complessi. Non (o non solo) riferendosi a tentativi da parte di singoli di brigare per ottenere questo o quell'appoggio per la propria carriera, ma proprio perché l'ambito della ricerca scientifica (ad esempio la "razza, ma il cao non è isolato) è esso stesso terreno di contesa politica.
Si potrebbe anche dire che il mondo accademico abbia prestato il proprio linguaggio ad alcune istanze politiche che si figuravano la realtà in un certo modo, propugnando di conseguenza certe soluzioni: ad esempio la pressione alla coesione sociale omologante del nazismo si è valsa dell'appello alla comunione storico-biologica  ("sangue e suolo") del popolo ariano tedesco. Fra le conseguenze politiche, figurano il divieto d icontrarre matrimoni "misti" e la sterilizzazione coatta di individui potenzialmente contaminanti.
Decisioni e provvediementi furono presi dai governanti, ed anche se ci fu un fronte di scienziati pro o contro lo specifico provvedimento, sono dell'idea che la responsabilità fu in ultima analisi dei primi; tuttavia non si può ignorare il contributo del mondo accademico che fornirono legittimazione al razzismo conferendogli autorevolezza di scienza oggettiva. (Come già accennato in precedenza, ciò non si verifico solamente in Germania ed Italia, ma anche nelle democrazie liberali).

Il genocidio è mio e me lo gestisco io
L'ultimo capitolo del libro di Lewy è dedicato al tema molto interessante del "dopo", soprattutto al modo in cui la memoria della persecuzione nazista è stata costruita: anche questo è stato (ed è ancora) terreno di contese molto aspre. Alcune associazioni culturali zingare sono molto agguerrite nel rivendircare ia parità con gli ebrei nella persecuzione e dunque il titolo di vittime di genocidio, mentre, all'opposto, vi sono correnti che tendono a minimizzare, sostenendo che il Reich per gli zingari era poco meno che il paradiso e che gli sporadici provvedimenti di segno restrittivo erano dettati da esigenze contingenti (in genere di "sicurezza").
L'autore si colloca su una posizione intermedia, sostenendo (con varie pezze d'appoggio) che è legittimo parlare di «genocidio dilazionato» (p. 321) in riferimento al programma di sterilizzazione coatta portato avanti in certi distretti, che avrebbe dovuto produrre l'estinzione degli zingari sul medio termine, ma non nel caso di altre politiche, in particolare alla deportazione in lager, dal momento che non era guidata da «un programma aprioristicamente finalizzato alla distruzione degli zingari» (p. 321). Assassinî di massa ebbero luogo anche grazie alla disponibilità di strutture di produzione della morte in serie esistenti ed operative, benché inizialmente concepite per altri gruppi sociali.

In conclusione, il libro di Lewy è ricco, interessante, non nascondele difficoltà e mi ha messo in moto le rotelle: tutte cose che apprezzo. Del medesimo autore Einaudi ha pubblicato più di recente un libro sul massacro armeno (evento di cui so scandalosamente poco e nulla); ho intenzione di leggerlo prima o poi.

Autore: Guenter LEWY
Editore: Einaudi   Anno: 2002 (Edizione originale: 2000)   363 pagg.
Titolo originale: The Nazi Persecution of the Gipsies
Traduttore: Piero Arlorio
ISBN: 978-88-06-15945-0

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