Uomini comuni

Uomini comuni - www.liberonweb.itUno degli aspetti del regime nazista e della Seconda Guerra Mondiale che ho sempre trovato più stimolanti (come sfida intellettuale intendo!!) e più carichi di mistero è la partecipazione ad esso delle persone normali, come potremmo essere voi od io. Si sente spesso dire che Hitler fosse pazzo; anche mettendo da parte le mie riserve sul termine, potrei anche convenire che lo Stato Maggiore nazista fosse una sentita di estremisti preda di una serie di convinzioni tanto lontane dalla realtà da sfiorare il lucido delirio. Qui però parliamo di milioni e milioni di persone che hanno cooperato all'assassinio di milioni e milioni di altre persone. La repressione delle opposizioni operata dal regime era intensa, ma non sono mancati episodi clamorosi, a tutti i livelli della società (entro la galassia della resistenza tedesca sono particolarmenter noti il movimento della Rosa Bianca, il tentato assassinio di Hitler) – indici di un movimento carsico ma reale di insofferenza rispetto al regime stesso.

Cristopher Browning ripercorre l'attività svolta nelle retrovie polacche, in qualità di Corpo Speciale, da parte del Battaglione 101, ponendosi esattamente il medesimo interrogativo.
Il Battaglione 101 era composto da riservisti di polizia, ovvero coscritti che avevano preferito un servizio di appoggio alle forze di polizia in patria al servizio nell'esercito, al fronte. Si trattava perlopiù di operai e bottegai di Amburgo, solo alcuni dei quali tesserati al partito nazionalsocialista, che avevano scelto la riserva di polizia per non allontanarsi da casa. Eppure, questi esemplari "uomini comuni" uccisero 38 mila civili inermi e ne deportarono 45'200 nel periodo compreso fra il luglio 1942 ed il novembre dell'anno successivo.
Browning segue il loro distaccamento con funzioni di polizia nei territori occupati della Polonia, i primi rastrellamenti ed eccidi di civili ebrei, fino alle operazioni di liquidazione di interi ghetti, tramite fucilazione o deportazione nei lager, e lo fa attraverso le testimonianze riportate dagli stessi riservisti, a trent'anni di distanza, davanti ad un tribunale chiamato a giudicare la loro condotta.

Browning non dà un'unica risposta, evidenziando piuttosto una pluralità di fattori.
Il primo e più importante è l'inserimento di ciascuno in un sistema gerarchico ed ordinato da regole esplicite – le forze di polizia, certo, ma anche imho l'abitudine all'autoritarismo verticistico assorbito in un decennio di regime nazista in patria. L'obbedienza conformistica all'autorità è un'abitudine generalizzata, ma in un regime fascista si tratta della somma virtù dell'uomo comune: "Credere, obbedire, combattere". La contestazione dell'autorità è una destabilizzazione intollerabile, dunque delegittimata.
Nessuno dei riservisti si trovò con la pistola puntata alla tempia da un superiore, anzi, capitò varie volte che i superiori stessi consentissero ai sottoposti di scegliere se partecipare o no alle attività repressive previste. In generale coloro che si sottrassero non furono puniti, anzi, i superiori lo tenevano a mente ed evitavano di inviarli a svolgere compiti sgraditi; tuttavia costoro furono solo una piccola minoranza.
Browning fa riferimento ai noti esperimenti sull'obbedienza all'autorità ed il conformismo di Zimbardo [post] e Milgram.
«Anche se era proibita qualunque violenza fisica, nel giro di sei giorni la struttura intrinseca della vita carceraria aveva prodotto livelli sempre più alti di brutalità, umiliazione e disumanizzazione. (…) La sola situazione carceraria, conclude Zimbardo, "era una condizione sufficiente per produrre comportamenti aberranti e antisociali".» (p. 175)
«Il dato forse più attinente alla nostra indagine è quello che riguarda la gamma di comportamenti scoperti da Zimbardo nel campione delle undici guardie. (…) mostra una misteriosa somiglianza con i raggruppamenti emersi all'interno del Battaglione 101: un nucleo di aguzzini sempre più fanatici che si offrivano volontari per i plotoni di esecuzione e le batture di "caccia all'ebreo"; un più ampio gruppo di poliziotti che eseguivano le fucilazioni ew le evacuazioni dei ghetti se glielo si ordinava, ma che non andavano alla ricerca di occasioni per uccidere (anzi, talvolta disobbedivano agli ordini se nessuno li controllava); e infine, un gruppo più ristretto (meno del 20 per cento) di poliziotti che rifiutarono di eseguire gli ordini, o che vi si sottrassero in vari modi.» (p. 175)

Oltre all'adeguamento alle pressioni verticali, si verificò un adeguamento alle pressioni orizzontali. Molti non volevano esporsi al biasimo dei commilitoni, né essere bollati come "deboli" o "codardi" rifiutandosi apertamente di prendere parte alle operazioni, anche quando i superiori l'avrebbero consentito.

Un terzo ed interessante fattore è l'assuefazione all'atrocità. Tutti i riservisti interrogati ricordavano bene il primo eccidio, addirittura con dovizia di particolari, quando radunarono i 1500 ebrei del villaggio di Jozefow e li condussero a gruppetti nel bosco poco lontano per ucciderli puntandogli il fucile alla nuca. I riservisti si erano dati più volte il cambio nel bosco, incapaci di sopportare lo strazio, mentre il comandante del battaglione si era chiuso in un edificio a piangere. I ricordi delle operazioni speciali successive si facevano più sfocati e tendevano a confondersi l'uno con l'altro, anche quando il numero delle vittime civili per singola operazione si faceva molto superiore, decuplicando persino. Alcuni di essi rivelarono insospettato sadismo nello svolgimento delle operazioni, ma furono una minoranza malvista; i più si limitavano a seguire le direttive senza soffermarcisi troppo.

Ma c'è molto altro: la parcellizzazione del lavoro all'interno delle singole operazioni, od il delegare a reparti reclutati presso le zone occupate dell'Europa dell'Est la parte più sporca del lavoro – ciò che consentiva la deresponsabilizzazione dei riservisti tedeschi ed al contrario la proiezione sui collaborazionisti delle proprie colpe.

Il testo di Browning è ricco di spunti, pur nella sua brevità. Mi ha fatto venir voglia di rileggere il libro di Zimbardo, in cerca di conferme di una ipotesi relativa ad un fenomeno del tutto diverso.
Continuo a trovare terribilmente interessante, e terribilmente spaventosa, l'idea che chiunque, in una data situazione, possa macchiarsi di azioni crudeli e ripugnanti. Non si tratta di una giustificazione, tutt'altro: si tratta di cercare di comprendere, per muovere qualche passo in direzione del disinnesco di altre situazioni a prima vista innocue, ma potenzialmente esplosive.

Titolo completo: Uomini comuni. Polizia tedesca e "soluzione finale" in Polonia – Nuova edizione
Autore: Cristopher R. Browning
Editore: Einaudi 1999 (Edizione originale: 1992 e 199?) 258 pagg.
Titolo originale: Ordinary Men: Reserve Police Battalion 101 and the Final Solution in Poland
Traduttrice: Laura Salvai
ISBN: 978-88-06-14988-8

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4 thoughts on “Uomini comuni

  1. A me colpisce un processo dopo trent'anni.
    Già ho dei dubbi sul senso di processi per fatti di guerra, considerando che la guerra consiste nella sospensione del diritto e il passaggio alla forza.
    E i dubbi si moltiplicano in proporzione ai decenni che separano i fatti e i processi stessi.

  2. Mah, penso che abbia avuto un valore storico più che giuridico: si concluse con una raffica di assoluzioni o pene molto lievi commutate in servizi sociali etc, però ha consentito di gettare luce su di una serie di operazioni e procedimenti che altrimenti sarebbero rimasti ignoti.

    Anche a me i processi post-bellici suscitano molti dubbi (chi viene accusato? per quali capi d'accusa? da chi? quando? etc etc), tuttavia non è detto che le guerre siano necessariamente momenti di sospensione del diritto: la tradizione dello ius in bello è antica e complessa; però riguardava le guerre fra stati europei, in cui il nemico godeva di un certo riconoscimento come avversario di pari dignità.
    Le guerre caratterizzate da squalifiche (ad esempio razziali) del nemico hanno mandato la codificazione giuridica a carte quarantotto.

    (Caspita, dovrei proprio rileggere Carl Schmitt… quando mai ne avrò il tempo… )

  3. I codici di guerra sono antichi quanto il mondo, è vero, ma, suggerirebbe Hobbes (secondo me a ragione), in guerra manca un'autorità superiore che abbia la forza concreta (e la legittimità politica) per implementare tali codici, visto che la guerra è l'uso della forza per ottenere una legittimità altrimenti non concessa.
    Laddove invece, in periodo di pace, la forza è usata da un'autorità già riconosciuta come legittima.

    Difatti sempre Hobbes affermava (e secondo me a ragione anche qui) che tra gli Stati vige lo stato di natura (quello della guerra di tutti contro tutti), proprio perché manca un'autorità dotata della "spada", cioè di quella forza che consentirebbe di far rispettare gli accordi.

    Poi, se vogliamo, anche le guerre di annientamento hanno una storia lunga quanto il mondo.
    Non credo che inglesi e spagnoli e altri, nelle Americhe e altrove, si facessero punto di rispettare i codici di guerra vigenti in Europa.
    E qui ribadisco una cosa mai sottolineata abbastanza: che lo "scandalo" dei genocidi del Novecento durante la II Guerra Mondiale è dato anche e soprattutto perché furono adoperate sul continente europeo pratiche di guerra e sterminio che prima e nel contempo tutti gli altri paesi già applicavano altrove.

  4. E qui ribadisco una cosa mai sottolineata abbastanza: che lo "scandalo" dei genocidi del Novecento durante la II Guerra Mondiale è dato anche e soprattutto perché furono adoperate sul continente europeo pratiche di guerra e sterminio che prima e nel contempo tutti gli altri paesi già applicavano altrove.

    Sì. Il punto è che la loro applicazione in Europa ha reso possibile la presa di coscienza del fatto che si trattava di proprio di guerre di sterminio. Penso che gli eccidi nel cosrso delle guerre coloniali non fossero percepite molto diversamente dall'uccisione di animali selvatici. Penso mancasse il riconoscimento dell'altro come umano, alla faccia della carità cristiana.

    Per quanto riguarda Hobbes… anche mettendo da parte le mie riserve sullo "stato di natura" (sono state chiamate "natura" le condizioni più disparate, e si tratta sempre e comunque di ipotesi non verificabili), lui stesso visse in un periodo in cui determinate convenzioni belliche erano accettate e grossomodo rispettate (ad esempio, la guerra in Europa veniva dichiarata da un soggetto ad un altro: oggi non è più così, ci sono guerre "a bassa intensità", guerriglia, guerra al terrorismo etc etc), pur nell'assenza di un'autorità che punisse eventuali trasgressioni.

    Sono dell'idea che a rendere efficace una norma sia il riconoscimento fattivo da parte dei singoli, piuttosto che la presenza di un meccanismo coercitivo.
    Ma si tratta di un discorso che ci potrerebbe troppo lontano – sicuramente molto lontano dal libro di Browning ^^

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