Comunità immaginate

Comunità immaginate - www.anobii.comEccomi qua, ancora una volta con un libro che segue lo strano destino di essere acquistato con le migliori intenzioni, per finire poi per attendere mesi il suo momento. Povero Comunità immaginate. Tra l'altro nell’ultimo mese sono stata così occupata dall’attività di lettura e schedatura dei libri per la tesi che ho raccolto le idee e pensato al post con una certa pigrizia. Il libro invece merita attenzione, e ne merita molta, tantopiù oggigiorno che “nazione”, “radici” ed “identità” sembrano concetti acquisiti e sono diventate parole d’ordine del dibattito e dell’agenda politica. Iniziare a chiedersi che cosa siano può riservare non poche sorprese…

Il tarlo dell'autore è l'idea di nazione ed al relativo senso di appartenenza: da dove viene? Come è nata? Come può un'idea tutto sommato recente aver suscitato e suscitare un attaccamento emotivamente molto intenso, al punto da ottenere a volte il sacrificio della vita?
Anderson non affronta il tema cercando di analizzare il concetto di per sé, bensì ripercorrendone la storia, realizzando una sorta di "ideogonia" molto intrigante. Secondo Anderson il singolo evento che ha dato la stura alla catena di eventi che ha portato all'idea di nazione è stato l'invenzione della stampa a caratteri mobili. E non solo della stampa di libri, ma della diffusione di periodici e quotidiani nel diciottesimo secolo. Se i primi, diffusisi in Europa nel Cinque e Seicento, avevano favorito la standardizzazione di un volgare ufficiale entro i confini statali, fu grazie ai secondi che si venne a costituire una platea di lettori che si immaginava temporalmente simultanea ed interessata dai medesimi eventi: un embrione di comunità, che però iniziò a concepirsi in quanto tale, finendo fatalmente per compiere il salto da comunità immaginata a soggetto politico: siamo nel Nuovo Mondo e le varie unità amministrative in cui è stato segmentato iniziano a reclamare l'indipendenza. Sono i confini amministrativi (e di diffusione della stampa) ad avere la meglio sulla trasversalità linguistica: il progetto di un panamericanismo ispanico trionfa mentre si fa largo l'idea di una integrazione dei creoli nella vita pubblica, in quanto peruviani, messicani, argentini e così via.
In Europa invece il Settecento porta una fioritura della filologia, che da un lato produce dizionari e grammatiche che fissano gli standard linguistici, dall'altro disegna mappe che legano la diffusione delle lingue ad un territorio, ed in prospettiva storica a popoli definiti dalla lingua parlata, che iniziano ad essere immaginati in quanto tali. Si tratta di un elemento potenzialmente destabilizzante per le dinastie reganti, le cui entità politiche sono spesso formazioni composite. Viene adottata così una strategia di contropiede: utilizzare l'idea di nazione come strumento sia di legittimazione delle dinastie stesse (che una dopo l'altra si "naturalizzano", come gli Hannover nel Regno Unito che cambiano nome in Windsor), sia di omogeneizzazione (nell'Ottocento l'impero zarista diventa "russo", ed iniziano le politiche di nipponizzazione dei sudditi del Trono del Crisantemo; senza dimenticare come, nel medesimo secolo, fatta l'Italia andassero fatti gli italiani) e disciplinamento (tramite l'istruzione e la leva obbligatorie) dei sudditi. La situazione però può sfuggire di mano anche ai monarchi, quando errori politici significativi li espongono all'accusa di "tradire" o non governare adeguatamente il loro popolo, da cui traggono legittimazione.
Queste politiche vengono adottate anche nei confronti dei domini negli imperi coloniali e nei regni indipendenti extraeuropei, con esiti estremamente interessanti. Anderson è un esperto di Sud Est asiatico (un'area di cui so scandalosamente poco: ho visto il film Anna and the King, ma non so granché altro… che vergogna .__. ), cosa che gli consente di conferire alle sue argomentazioni un'ampiezza affascinante.

Rimando tutti alla lettura del libro, che è piuttosto smilzo, molto accessibile e scorrevole e ricchissimo di spunti, e si trova in ogni buona libreria e biblioteca. Qualche trascurabile errore di stampa (che segnalerò all'editore) ed occasionalmente qualche cavatina polemica verso i mali del capitalismo, ma niente di che se si considera che si tratta di un libro scritto ancora in "tempi sospetti".

Titolo completo: Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi
Autore: Benedict ANDERSON
Editore: Manifestolibri   Anno: 2009 (Edizione originale: 1991)   238 pagg.
Titolo originale: Imagined communities
Traduttore: Marco Vignale
ISBN: 978-88-7285-578-9

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