Infinite Jest

La lettura di Infinite Jest mi ha impegnata per quasi due mesi, un record per una divoratrice di pagine come me. Tutto è cominciato a causa di uno scambio di chiacchiere con un appassionato di Wallace, che mi ha fatto venire una voglia smodata di leggere qualcosa di suo. La scelta di partire con un peso massimo come Infinite Jest è stata un po’ avventata, ma si è rivelata azzeccatissima e non mi resta che ringraziare il wallaciofilo in questione. Grazie!

Quando ho iniziato a leggerlo, mi sono sforzata di tenere insieme i vari elementi di trama introdotti da Wallace, pensando che mi sarebbero stati necessari per seguire il filo logico della storia; ma man mano che la lettura procedeva, ho realizzato che tenere insieme tutto sarebbe stato una faticaccia immane, e probabilmente destinata all’insuccesso, visto che un filo logico si stentava a vedersi. Finito di leggere ho cambiato nuovamente idea: una trama ci sarebbe anche, e nemmeno da buttare via, ma è come se Wallace, una volta assemblata una storia intrigante, l’abbia seppellita sotto un mucchio di tappeti, e vi sia ritornato solo occasionalmente. Talvolta sembra proprio che se ne sia dimenticato per centinaia di pagine di seguito, perso nel labirinto barocco della sua scrittura. Me lo immagino tutto assorbito dalla scrittura, ma ad un certo punto si riscuote e l’occhio gli cade su un foglio con uno schema, attaccato con lo scotch al paralume della lampada da tavolo. “Ah già, la storia!”, e si piega nuovamente sulla macchina da scrivere per mandare avanti la trama; dopo non molto però l’operazione di scrittura in sé lo assorbe nuovamente, e per avere altri accenni di trama bisogna aspettare che si riscuota un’altra volta.
Tutto inizia con il colloquio di ammissione di Hal Incandenza davanti al collegio di Decani di un’università; Hal è un tennista eccezionalmente dotato, ma è anche un genialoide con performance accademiche da post-doc. Prima vediamo la scena dal punto di vista di Hal: si rivolge ai Decani sfoggiando sicurezza, quasi superiorità derivatagli dalla propria fenomenale erudizione. Man mano però la prospettiva di Hal si frantuma per lasciare posto a quella dei decani, che vedono Hal sussultare e grugnire come in preda ad una sorta di crisi. Il colloquio si conclude con il ricovero d’urgenza di Hal. A questo punto (pagina 20) io ero fregata su tutta la linea ed ho dovuto proseguire la lettura per sapere cosa mai fosse successo.
Le scene principali della scena sono due, ed hanno apparentemente ben poche relazioni fra loro: la Ennet House, una comunità di recuperto per tossicodipendenti, e la Enfield Tennis Academy, un plesso scolastico in grado di seguire giovani talenti tennistici dalla più tenera età fino al diploma. In realtà, per quanto la trama non le correli in maniera significativa, si tratta di ambienti di cui Wallace si è divertito a mettere in mostra la specularità. La ETA è la scuola frequentata da Hal e, prima di lui, da suo fratello maggiore Orin. Era stata fondata dal padre, James Incandenza, soprannominato Lui in Persona. Lui in Persona era un ottico genialoide, che aveva fatto fortuna inventando nuovi tipi di lente; parte degli introiti derivatigli da queste invenzioni straordinarie li aveva investiti nella fondazione dell’ETA, e parte nella sua passione per il cinema. Lui in Persona infatti produsse e diresse una quantità di film, prima di suicidarsi infilando la testa dentro al forno a microonde.
Sullo sfondo c’è una situazione politica che vede Canada, Stati Uniti e Messico federati dell’Onan (ogni allusione credo sia puramente intenzionale), una macrounità politica che ha risolto il problema dello smaltimento della colossale quantità di rifiuti prodotti dalla sua società iperconsumistica ed ossessionata dall’igiene (una replica ironica e grottesca della nostra) catapultandoli nel Québec, diventato una sorta di regione interdetta: suolo e acque diventano tossiche, mentre persone ed animali esposte agli effetti nocivi dei rifiuti iniziano a presentare spaventose deformazioni congenite (la più raccapricciante delle quali è forse l’assenza della scatola cranica). Queste politiche hanno causato violente reazioni presso i Québecchiani, deportati in massa, che hanno dato vita a diverse agguerrite associazioni terroristiche. Almeno una di esse è sulle tracce dell’arma finale capace di conferire loro un immenso potere contrattuale rispetto al governo dell’Onan: un nuovo tipo di droga, l’Intrattenimento – un film talmente appassionante da irretire lo spettatore annichilendone ogni volontà. Si dice sia l’ultima opera realizzata da Lui in Persona prima del suicidio, ma il suo master – l’unico esemplare dal quale sia possibile fare delle copie, che sono tutte protette – non si trova. Quindi una folla impressionante di personaggi sulle tracce del master dell’Intrattenimento finisce per entrare in contatto con la disfunzionalissima famiglia Incandenza, composta dal già citato Hal, da Orin, diventato giocatore di football professionista ed incapace di un rapporto non manipolatorio con l’altro sesso, dal fratello di mezzo Mario, l’unico che abbia portato avanti la passione per il cinema e gli strumenti ottici di Lui in Persona, e dalla di loro madre Avril detta Mami, canadese con simpatie indipendentiste e campionessa continentale di Doppio Legame nel rapporto con i figli.
Chi riuscirà a mettere per primo le mani sul master? Il gruppo insurrezionalista degli Assassini su Sedia a Rotelle? I servizi di sicurezza onaniti? Hal? Don Gately? Pemulis? Chi?
Purtroppo Wallace è un malandrino e non risponde a tutte le domande che suscita. Di alcuni dei suoi personaggi racconta vita morte e miracoli, mentre altri vengono appena sbozzati e rimangono avvolti nel più fitto dei misteri. Quindi non tutte le nostre curiosità vengono soddisfatte.

C’è una cosa impressionante (o meglio, più impressionante di altre) a proposito del libro di Wallace: la quantità incredibile di cose che cerca di contenere. Mi ha fatto venire in mente l’immagine di una balena che inghiotte qualsiasi cosa senza fermarsi: lampade, comodini, impressioni, sensazioni fugaci e sensazioni violente, stuzzicadenti, paesaggi, strade, pali della luce. Non si ferma davanti a nulla, ma continua ad inghiottire gonfiandosi a dismisura. E’ incredibile che riesca a starci tutto, eppure la balena continua ad ingollare e a gonfiarsi. A lungo andare la sua pelle si fa talmente tesa e sottile che è possibile guardare all’interno della pancia della balena; e se non fosse per la vaga patina traslucida della membrana che separa le cose che si trovano dentro alla pancia della balena, non sarebbe quasi possibile riconoscere cosa sia dentro e cosa sia fuori. Dopo un paio di settimane di immersione quotidiana nel mondo narrativo di IJ ho avvertito un lieve senso di vertigine, di disorientamento: la bulimia del romanzo sembra sempre sul punto di esondare pervasivamente nel mondo reale; poi non lo fa, ma si avverte la sensazione del pericolo imminente.

La traduzione mi ha suscitato qualche perplessità: per un verso è stato svolto un lavoro immenso per la traduzione del po’ po’ di voli pindarici di Wallace sulle disfunzioni emotive di questo o quel personaggio, sulle caratteristiche di qualsiasi sostanza sfruttabile come stupefacente, sulla poetica cinematografica di James Incandenza; detto questo però salta all’occhio il modo in cui i traduttori cadono come pere su espressioni veramente veramente banali (“annoying” è reso come “noioso” e non come “seccante”, oppure “to pass a student” è tradotto “passare uno studente” – frase che mi sembra pure priva di senso compiuto – e non “promuovere uno studente” e via dicendo).
P.S. Consiglio ai coraggiosi che giungessero in fondo al romanzo di rileggere le prime venti pagine (edizione Einaudi; saranno ventidue-ventitré nell’edizione Fandango). Avrete una grossa sorpresa.

Autore: David Foster WALLACE
Editore: Einaudi Anno: 2006 (Edizione originale: 1996) 1282 pagg.
Prima edizione italiana: Fandango Libri Anno: 2000 1440 pagg.
Titolo originale: Infinite Jest
Traduttori: Edoardo Nesi con Annalisa Villoresi e Grazia Giua
ISBN: 978-88-06-17872-7

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