La guerra ineguale

L’ho acquistato alla presentazione che ne fece l’autore alla Casa della Cultura nel lontano 2006, mentre ero ancora intrippata a più non posso nell’esame di Storia della Filosofia politica, che quell’anno aveva come argomento il problema della guerra. Il corso era tenuto dal prof. Geuna, che ricordo ancora con piacere per la diligenza, la chiarezza, la disponibilità con gli studenti e l’impeccabile gusto nel vestire.

Ma sto divagando. L’argomento de La guerra ineguale è, naturalmente, la guerra. O meglio, è la trasformazione subita dal modo di combattere e di concepire la guerra nell’ultimo secolo.
Rifacendosi Carl Schmitt ed a Michel Foucault, Colombo tratteggia le condizioni che avevano portato all’istituzione dello Ius publicum europaeum, un ordinamento “classico” perché consentiva di distinguere nettamente fra combattenti e non combattenti, fra campo di battaglia e luoghi non interessati dalle operazioni belliche, ed in ultima istanza fra guerra e pace. Nell’analisi di Colombo, le trasformazioni materiali e concettuali della guerra coincidono con la crisi di questo sistema, un connubio di istituzioni e concezioni nato in Europa ma che estese (ed in parte estende ancora) la propria influenza anche sul resto del mondo.
Tutto ebbe inizio con le guerre di religione del sedicesimo e diciassettesimo secolo. Per tutto il medioevo la legittimazione del ricorso alla violenza aveva a che fare con l’adesione a principî di giustizia universali (fra cristiani, naturalmente: ebrei e musulmani in Terrasanta non facevano testo e non avveano diritto ad un trattamento “da cristiano” – quando già questo era un sinonimo di “umano”); quando l’unità religiosa europea venne meno, improvvisamente il Vaso di Pandora della violenza fu spalancato nel mondo cristiano: le guerre combattute sulle linee di frattura confessionali si trasfrmarono ben presto in macelli indiscriminati.
Dopo la Guerra dei Trent’anni andò progressivamente assestandosi un sistema diverso. La legittimità per prenedere parte ad un conflitto armato non discese più da un principio di giustizia universalmente riconosciuto (visto che l’universalità cristiana se n’era andata a pallino), bensì da un principio di sovranità che gli Stati avocarono a sé. Gli Stati si riconoscevano vicendevolmente come portatori di sovranità, avevano a cuore il mantenimento di un certo equilibrio del potere in Europa, e i rapporti di reciprocità in cui stavano consentirono l’introduzione di una serie di limitazioni ale operazioni belliche (stato di guerra/pace, belligeranza/neutralità, combattenti/civili, delimitazione del campo di battaglia). Fu proprio in questo periodo che gli eserciti divennero statali e regolari, con tanto di uniformi, mentre quasi sparirono le compagnie di ventura tipiche del periodo rinascimentale. Ma le cose, prima ancora delle istituzioni, iniziarono ad avvertire dei cambiamenti.
Già con la coscrizione obbligatoria introdotta dal governo rivoluzionario francese, la distinzione combattenti/civili si indebolì, ma con il Congresso di Vienna gli altri Stati cercarono di metterci una pezza – pezza che resistette all’incirca un secolo. L’incremento della gittata delle armi e l’ingresso in guerra dell’aviazione fecero venire meno il ruolo dell’esercito come forza di interposizione e la delimitazione del campo di battaglia, dal momento che l’intero territorio nemico era a portata di bombardamento; mentre la mobilitazione totale, il coinvolgimento dell’intero corpo sociale nello sforzo bellico (all’interno dell’esercito di leva o nell’industria e nei trasporti) portò alla fine della distinzione fra combattenti e non, e dunque ad azioni ostili dirette non più verso il solo esercito avversario, ma verso l’intera popolazione nemica.
Al termine delle due guerre mondiali (che l’autore considera nella loro continuità) lo Ius publicum europaeum e l’ordinamento vestfaliano erano di fatto andati a remengo, sostituiti dall’esile equilibrio della deterrenza atomica tipico della Guerra Fredda – già una guerra post-vestfaliana, visto che non fu mai combattuta in campo aperto dai due soggetti interessati.

Ho trovato particolarmente interessante l’analisi che l’autore fa del ventennio successivo alla caduta del Muro, dal momento che i Paesi NATO hanno combattuto non poche guerre da allora (due guerre in Iraq, una nella ex Jugoslavia, in Kosovo, in Afghanistan ed in Somalia) – e generalmente senza chiamarle nemmeno tali a livello ufficiale: si parla di operazioni di polizia internazionale o di peace keeping. Nell’analisi di Colombo, sono queste le “guerre ineguali”: caratterizzate da una estrema asimmetria fra belligeranti NATO e nemici, che non godono di un riconoscimento su un piano di parità, sono combattute sul territorio di questi ultimi, senza che questi abbiano la possibilità di estendere il conflitto al territorio degli altri, e prevedono un bassissimo tasso di azzardo da parte dei Paesi NATO. Il punto debole dei Paesi NATO è la loro bassa disponibilità alla mobilitazione, quindi la strategia dei soggetti deboli che si è dimostrata vincente è stata quella di elevare il livello di danno inflitto all’avversario fino a superare il punto che quel Paese (ovvero la sua opinione pubblica) è disposto a tollerare.

Nel complesso l’ho trovato chiaro nell’esposizione ed estremamente interessante nell’impostazione generale (sistema vestfaliano e crisi), sebbene la parte conclusiva, dedicata alla “guerra ineguale” vera e propria, abbia a disposizione solamente una trentina di pagine. Letale il capitolo su Grozio, mi ha bloccato la lettura per un mese buono.

Autore: Alessandro COLOMBO
Editore: il Mulino Anno: 2007 330 pagg.
ISBN: 978-88-15-11074-9

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