Tae wang sa shin gi /2

[prima parte]

Nel corso di queste campagne militari Damdŏk viene riconosciuto legittimo re anche dai Guardiani del Sigillo del Drago Blu e della Tigre Bianca, benché quest’ultimo fosse stato trovato da Hogae versando fiumi di sangue. Incurante dei segni del Cielo, Hogae desidera a ogni costo consumare la propria vendetta e quando perde esercito e titolo, esiliato da Koguryŏ, si allea più strettamente con gli Hwachŏn, guidando la loro armata conto Damdŏk.
Nel frattempo però sta per consumarsi nuovamente l’antica tragedia: Kiha, reincarnazione non della Fenice bensì della Fenice Nera, perde la ragione e con essa ogni controllo sul potere del Fuoco. Damdŏk si accinge ad ucciderla, come Hwanung a suo tempo aveva fatto, ma decide infine di spezzare il ciclo del destino celeste riportando in Cielo le Quattro Divinità per lasciare agli uomini il controllo completo sul proprio destino.

Il finale mi ha suscitato sentimenti contrastanti. Mi ha colpita molto, e molto positivamente, il rifiuto dell’obbedienza al Cielo come compimento di una storia che ha nelle corrispondenze celesti e nella predestinazione uno dei suoi elementi narrativi centrali. Tutte le scelte politiche di Damdŏk come re non poggiano sulla certezza della propria ascendenza celeste, bensì sulla consapevolezza della necessità difondare legami umani, etsi deus non daretur. Il rifiuto del potere del Cielo e la scelta di lasciare i destini del regno (e del mondo) in mano agli uomini giunge come il coronamento del regno di Damdŏk.

“Chiunque può commettere degli errori. Lo dirò al Cielo. L’uomo è fatto così: rimedia i suoi errori ed impara ciò che  ignorava. Il Cielo adesso ci sta domandando: riusciremo a stare sulle nostre gambe? Oppure  abbiamo bisogno di un Cielo che ci governi?
Il Re di Jushin è stato chiamato a rispondere a questa domanda. Il suo compito consiste in questo. Allora la mia risposta è: io credo nell’uomo. Credo che Jushin ne uscirà vittorioso. Tutto ciò che non  riuscirò ad ottenere, lo conseguiranno i miei discendenti. Restituirò al Cielo i suoi poteri.” (episodio 24)

Quello che del finale mi ha lasciata interdetta è che, per restituire al Cielo i suoi Poteri e riportarvi le Quattro Divinità, Damdŏk debba uccidere con le sue mani i Quattro Guardiani. Parliamo di personaggi che sono al fianco di Damdŏk per buona parte delle vicende – un suo maestro e consigliere, un guerriero di Paekje posseduto da un demone, un suo compagno di avventure, e non da ultimo il suo grande ed impossibile amore Kiha – e con i quali stringe forti legami di rispetto, cameratismo, fiducia, affetto. E Damdŏk li uccide tutti quanti. L’audacia della sceneggiatrice mi ha lasciata davvero disorientata perché, pur creando un finale estremamente interessante, non indietreggia minimamente di fronte alla possibilità di amareggiare gli spettatori. La scena finale di tutti loro che, in mezzo alla foga della battaglia, si trovano improvvisamente con la vita recisa, è stata una delle più strazianti che mi sia capitata divedere in un drama.

Abbassando un po’ la manopola dell’emotività soggettiva, si possono fare alcune osservazioni interessanti.
Il personaggio di Damdŏk romanza la figura storica del re di Koguryŏ Kwang’gaetŏ (374 – 413 d.C.), ricordato soprattutto per le sue conquiste militari e per la grandiosa sepoltura in una parte del suo regno che oggi si trova su territorio cinese.
Una delle cose che mi hanno colpita del drama è il fatto che tutti gli abitanti dei vari regni e delle regioni limitrofe con cui Damdŏk si trova ad interagire paiono pienamente coscienti di condividere sangue, lingua e cultura, e soprattutto un manifesto destino comune. L’unificazione della Corea, una prospettiva politica e culturale storicamente anacronistica in questa epoca, viene presentata invece come un obiettivo condiviso sul piano politico e già attuato su quello culturale, oltre che come un retaggio primordiale disceso dal mito. Sarei curiosa di sapere quando il mito di Tang’un è stato codificato come mito di fondazione della Corea; da quello che ho letto so che fu ripescato e reinterpretato in chiave politica nel ventesimo secolo dai nazionalisti coreani che si opponevano alla colonizzazione giapponese.
Peraltro il progetto di un grande regno coreano come poteva accarezzarlo un sovrano di Koguryŏ storicamente non si è concretizzato: buona parte del territorio del Regno di allora oggi si trova in Cina od in Mongolia, mentre a compiere l’unificazione fu il Regno di Shilla, che però implose poco dopo.
Una curiosità: nella gestione dei rapporti con regni e popoli vicini, anche quando si trova in una posizione di superiorità militare schiacciante, Damdŏk non pretende dagli avversari la sottomissione, bensì offre loro di stringere relazioni diplomatiche amichevoli. Usa una parola: 형제, “fratelli”. Damdŏk cerca di instaurare legami di interdipendenza economica fra i popoli coreani per rafforzare il senso di unica appartenenza e rendere eventuali futuri conflitti una faccenda sempre meno vantaggiosa per tutte le parti in gioco. Tuttavia dietro a questa scorza di lungimiranza pacifista (che ben poco ha a che fare con la figura storica di Kwang’gaetŏ) si può scorgere un preciso disegno egemonico: la relazione fra fratelli infatti non è paritaria, anzi è uno dei paradigmi delle relazioni sociali di subordinazione nell’etica confuciana (è curioso che sia il modello scelto per descrivere, alcuni secolo più tardi, la relazione fra Regno di Corea e di Cina). Damdŏk tesse una tela politica che mira a rendere i vari Regni e popoli di Corea satelliti di Koguryŏ, a creare una forza centripeta che faccia sì che tutti rimangano stretti nel suo abbraccio; si tratta però di una forza umana, non celeste. Il regno unitario di cui cerca di gettare le fondamenta non cerca la legittimazione nel Cielo, bensì nel consenso dei popoli che condividono la medesima origine.

Tae wang sa shin gi non mantiene alcune delle promesse che fa nelle prime puntate, nelle quali pecca di una certa prolissità; verso la metà a prende il volo e con le sue scelte insolite, a volte difficili da accettare, lascia il segno. Ha spazzato via la mia diffidenza nei confronti dei drama ad argomento storico, e non mi sentirò più particolarmente intimidita dal numero elevato di puntate.

Traduzione del titolo: Leggenda del Gran Re e delle Quattro divinità
Interpreti principali: Bae Yong-jun, Mun So-ri, Yun Tae-yŏng, Ch’oi Min-su, Lee Ji-a
Episodi: 24 + 2 SP
Canale: MBC
Anno: 2007
Paese: Corea del Sud

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