Espansione e conflitto /1

Dopo un inizio in salita, la lettura di questo corposo libro di storia mi ha inaspettatamente appassionata: ho seguito con sorpresa, apprensione, sconcerto e speranza le giravolte della politica, dell’economia e della società statunitensi della metà dell’Ottocento; un certo sconforto nel constatare il ripetersi, attraverso le innumerevoli variabili di eventi multiformi, della costante della stupidità umana. Se la storia è una grande maestra, forse insegna solamente a riconoscere le avvisaglie dello sfacelo ed a misurare la propria impotenza. Forse anche ad intuire la relatività delle categorie di ordine e rovina.

Nel periodo compreso fra il 1820 ed il 1860 gli Stati Uniti conoscono una fenomenale espansione sia demografica che economica. Questa situazione di forte movimento, e quindi instabilità della situazione sociale, è fortemente avvertita dagli stessi americani. Si tratta infatti di un periodo di revival religiosi, con grandi raduni al seguito dei predicatori, confessioni collettive e conversioni, alla ricerca di una maggiore stabilità e coesione sociale tramite l’appartenenza partecipata ad una comunità cristiana. Qui vengono deprecati i costumi del tempo e tramite l’espressione di posizioni idealmente conservatrici in realtà si gettano le basi di una società nuova. Al contempo però la mobilità sociale, più narrata che reale, viene abbracciata come mitologia fondativa collettiva, e diventa un connotato della narrazione personale.
Massima espressione di queste ambivalenze è la Frontiera come luogo dell’immaginario: essa incarnava la possibilità di redenzione della terra e di costruzione di una società umana libera (ed è ciò che intendevano all’epoca con l’espressione “Destino Manifesto” «di occupare l’intero continente assegnatoci dalla Provvidenza», p. 178, un’eredità di Jefferson), sebbene materialmente furono grandi speculatori ad acquistare i terreni dal governo federale ed a colonizzarli. Per i piantatori del Sud invece l’Ovest assumeva tutt’un altro significato: era convinzione diffusa che l’economia schiavistica, parte di un sistema sociale intrinsecamente instabile, si sarebbe consolidata solo con l’espansione ad Ovest; inoltre si pensava che l’abolizionismo, all’epoca ormai prevalente nel Regno Unito, avrebbe ricondotto gli Stati Uniti al servaggio all’interno dell’Impero Britannico.
Il Sud è associato allo schiavismo, ma in realtà solo una frazione degli agricoltori possedeva degli schiavi neri, e solo una ristretta minoranza di essi ne aveva un discreto numero per la coltivazione in piantagione; tuttavia dal momento che le piantagioni di cotone costituivano la monocultura più significativa e che l’acquisto di schiavi richiedeva un forte investimento di capitali, il loro possesso conferiva notevole prestigio ed i piantatori divennero un’autentica aristocrazia i cui valori furono abbracciati dalla società agricola del Sud nel suo complesso.
Il Nord invece si andava configurando come società industriale – in buona parte di trasformazione dei prodotti agricoli del Sud – in cui il sistema economico basato sulla schiavitù suscitava sempre maggiore scontento: i manovali bianchi, spesso immigrati dall’Europa, temevano la concorrenza degli schiavi, mentre la società evangelica benpensante iniziò a nutrire qualche perplessità sull’eticità della condizione schiavile. Molti Stati settentrionali abolirono la schiavitù sui propri territori (peraltro ormai incompatibile con il tessuto produttivo e sociale), ma ciò non significa che ai neri furono riconosciuti diritti civili o politici.
Una coppia di romanzi+film fornisce utili stereotipi circa la differenza che intercorreva fra Nord e Sud: Piccole donne e Via col vento.
Le tensioni andarono accumulandosi anche all’interno del Congresso, ma per anni si decise di non decidere; finché una serie di circostanze concomitanti fecero precipitare la situazione: i partiti tradizionali si indebolirono e finirono per ridisegnare le proprie divisioni seguendo i confini regionali (con una maggioranza sudista fra i democratici ed una nordista fra i “black republicans“, nati dalle ceneri dei whig); e quando, nonostante teoricamente i democratici fossero numericamente maggioritari fu eletto presidente il black republican Lincoln, di vaghe simpatie abolizionistiche, prima ancora dell’insediamento lo Stato della Carolina del Sud si ritirò unilaterlamente dall’Unione, seguito a ruota da Missouri, Florida, Alabama, Georgia, Louisiana e Texas, insieme a quali fondò la Confederazione.

Spesso si pensa agli schiavisti del Sud come ad una masnada razzista ed un filo sadica; in realtà le loro preoccupazioni erano piuttosto complesse, ed andavano al di là della pura e semplice tutela dei propri immediati interessi. (Senza contare che il Nord, in cui i neri liberi godevano di uno status ambiguo e si avvertiva il rischio della contaminazione razziale, sviluppò un razzismo assai più intenso del Sud).
Innanzitutto in contrasto fra Stati del Sud e governo federale si aprì sulla definizione delle rispettive giurisdizioni: il governo federale poteva imporre agli Stati leggi o tasse alle quali i rappresentanti dello Stato si erano in maggioranza opposti? L’interpretazione fortemente autonomistica della Costituzione federale da parte degli Stati del Sud lo escludeva categoricamente; inoltre un’iniziativa antischiavista federale avrebbe leso la proprietà privata, ovvero le libertà individuali: qualcosa di assolutamente inaccettabile. Per i nordisti invece andavano fatte considerazioni di ordine etico in merito alla specificità della schiavitù, un’istituzione intrinsecamente liberticida: «la Costituzione attribuiva al Congresso il dovere e il potere di impedire la diffusione di un’istituzione che privava gli esseri umani al loro diritto inalienabile alla libertà» (p. 217).

[continua]

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4 thoughts on “Espansione e conflitto /1

  1. Qualche giorno fa ho letto un commento volante a una notizia su un sito d’informazione americano. Si parlava di giustizia, ma il commentatore era partito per la tangente parlando di tutt’altro.
    Però riferiva di come un forte contributo alla svolta nei rapporti tra Nord e Sud, e quindi alla corsa verso la guerra di secessione, fu dato dal divieto di rifornirsi di nuovi schiavi in Africa, cosa che rese impossibile procurarsi nuovi schiavi a basso prezzo e quindi mutò le condizioni economiche del Sud, i cui politici poterono ora presentare all’elettorato il Nord come una minaccia concreta.

  2. Sì, ne parlano anche gli autori di questo libro. Il Regno Unito fece grossissime pressioni per la fine della tratta con l’Africa, ed alla fine anche il governo federale statunitense recepì almeno in parte queste pressioni (per preservare i rapporti con uno dei principali partner commerciali, mica per sopravvenuto buon cuore).
    L’effetto più immediato per i piantatori fu di veder andare alle stelle il prezzo di acquisto degli schiavi (ho visto qualche numero ed erano veramente cifre impressionanti, specie per l’epoca), e poi la percezione di una mancata sensibilità del governo federale nei confronti delle esigenze del Sud. Tra l’altro sembra una scemenza, ma nel dibattito del tempo il fatto che le pressioni abolizionistiche venissero dal Regno Unito teneva campo, e dava adito a sospetti di tentativi di destabilizzazione del repubblicanesimo americani da parte della perfida Albione. Ai sudisti sembrava che il Nord si allineasse troppo con gli inglesi.
    Poi i rappresentanti eletti dagli Stati del Sud si misero molto presto a fare lobbismo pro-schiavitù, mentre quelli eletti dagli Stati del Nord non erano così uniti (c’erano abolizionisti e non).

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