Via da Gormenghast

Ed eccomi infine con il terzo romanzo della trilogia di Gormenghast! Scoprii questi romanzi anni fa grazie alla miniserie prodotta dalla BBC, ma all’epoca in italiano era disponibile solamente il primo, ma non avevo abbastanza fiducia nel mio inglese per avventurarmi a leggere gli altri in originale. Un bel giorno però, mentre gironzolavo nella mia libreria di fiducia specializzata in Adelphi (era un periodo in cui compravo ancora parecchi libri), non solo vidi il secondo volume esposto, ma il libraio mi disse anche che a breve sarebbe stato pubblicato anche il terzo. Così comprai il primo ed il secondo (un salasso °_°’ ) ed attesi l’annuncio dell’uscita del terzo per leggerli tutti e tre, uno all’anno. Nel frattempo le mie possibilità di comprare (e stivare) libri si sono alquanto ridotte, perciò per il terzo volume non mi sono rifornita in libreria. ma in biblioteca.


[Trailer della serie della BBC, basata sui primi due romanzi]

Il secondo romanzo terminava con l’allontanamento di Tito da Gormenghast; diciassettenne, Tito desiderava scoprire se ci fosse un mondo fuori dal castello di cui era conte, un modo di vivere diverso da quello scandito dal Rituale dal quale si era sempre sentito soffocare. Il terzo romanzo riparte da un Tito smarrito, che erra nel mondo fuori da Gormenghast ed ha completamente smarrito la via di casa (dove peraltro non desidera, e sente di non poter, ritornare).

«Sa soltanto che si è lasciato dietro, dall’altra parte dell’orizzonte, qualcosa di caotico; qualcosa di brutale; qualcosa di dolce; qualcosa di vero solo a metà; qualcosa che è un sogno solo a metà; metà del suo cuore; metà di se stesso.» (p. 12)

Una notte viene ripescato piuttosto debilitato ed in stato confusionale da un fiume che serpeggia nei pressi di una città. A prendersi cura di lui l’enigmatico Musotorto, che se lo carica in macchina e lo porta a stare presso il proprio zoo. Musotorto è il più gormenghastiano dei personaggi del romanzo, a partire dal suo linguaggio paradossale. Tito però fugge, e sfuggendo alle inquietanti e silenziose forze dell’ordine cittadine si intrufola nella parte altolocata della città; da un lucernario precipita in una grandiosa festa da ballo, dove viene notato dalla matura e affascinante Giuna, che con lui intreccia una relazione allo stesso tempo passionare e materna.
L’irrequietezza però lo conduce sempre altrove, e Tito inizia a stancarsi di quel mondo così diverso da quello in cui è nato, e dal quale comunque non riesce a liberarsi completamente. Sebbene sotto forma di negazione, di assenza, Gormenghast lo perseguita, anche quando fugge da Giuna e dalla sua dolcezza, anche quando le autorità distruggono lo zoo casalingo di Musotorto, anche quando avverte un brivido nel vedere una misteriosa fabbrica di morte ed avvia una strana relazione di desiderio e repulsione con Ziita, una ricca rampolla volitiva e capricciosa.
Tito infine riesce a ritrovare la via per Gormenghast, ma alla fine deciderà di tornare o riuscirà a troncare definitivamente il legame che lo teneva avvinto al grande castello in rovina?

Il terzo romanzo pare quasi avulso dai primi due, una sorta di scheggia della vita di Tito che poco ha a che fare con quanto è venuto prima. Peake ha affrontato l’arduo compito di scrivere un libro della serie di Gormenghast senza Gormenghast – ovvero, senza la sua presenza fisica; però la sua assenza non è meno assillante: rimane sempre un luogo del ricordo, dal quale Tito desidera fuggire ma allo stesso tempo del quale si rende sempre più conto di non poter fare a meno. Nemmeno queste considerazioni però mi hanno fatto sentire di meno la mancanza di Ferraguzzo, di Carampanio, di Fucsia e soprattutto del Dottr Flori.
Originariamente la serie di Gormenghast doveva comprendere cinque romanzi che seguissero Tito lungo tutta la sua vita, ma Peake morì prima di aver completato la revisione del terzo, mentre un ipotetico quarto romanzo fu scritto e pubblicato dalla vedova, ma sono un po’ scettica. Al di lì delle idee, sulle quali Peake potrebbe anche aver lasciato appunti consistenti, ciò che rende speciali i suoi romanzi è la fusione fra immaginazione ed un uso della lingua spettacoloso, pirotecnico, tagliente e capace di grandi sorprese. (Approfitto dell’occasione per fare i complimenti a Roberto Serrai, responsabile delle traduzioni del secondo e terzo romanzo).
Mi piace immaginare che alla fine Tito sarebbe tornato e sarebbe stato testimone, se non fautore attivo, della distruzione di Gormenghast; magari avrebbe istituito un ordine nuovo, che però a distanza di secoli sarebbe diventato a sua volta un Rituale parimenti oppressivo, e sarebbe stato sovvertito da qualche altro adolescente irrequieto.

Autore: Mervyn PEAKE
Editore: Adelphi   Anno: 2009 (Edizione orginale: 1970)  329 pagg.
Titolo originale: Titus alone
Traduzione del titolo: Tito da solo
Traduttore: Roberto Serrai
ISBN: 978-88-459-2456-9

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One thought on “Via da Gormenghast

  1. gormenghast è semplicemente affascinante! io adoro questo tipo di letteratura. un curiosità: sapevate che i cure si sono ispirati al romanzo per due loro canzoni: all cats are grey e the drowning man? è proprio il loro genere che io adoro.

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