Espansione e conflitto /2

[prima parte]

Una volta separate, ad Unione e Confederazione bastò una piccola scaramuccia sul confine per essere trascinate nella Guerra Civile (1861-1865). Oggigiorno pensiamo al Nord vincitore come assai più potente e meglio equipaggiato contro un esercito confederato improvvisato, ma in realtà la situazione iniziale fu di stallo, e di grande confusione. A fare la differenza fu la mobilitazione economica ed una serie di misure centralizzatrici (come l’unificazione dello scartamento dei trasporti ferroviari, l’emissione di una valuta unica, e l’istituzione di uno Stato Maggiore per coordinare più manovre e campagne militari contemporaneamente).
Ad uno stadio avanzato della guerra la necessità di manodopera da un lato incentivò la meccanizzazione e l’automazione della produzione industriale, dall’altro spinse a reclutare nell’esercito anche i neri, per i quali solo a questo punto si iniziarono a prendere provvedimenti di emancipazione collettiva, al Nord quanto al Sud. Intanto però il Sud perse la guerra, e l’abolizione della schiavitù in tutti gli Stati Uniti arrivò nel 1865 con il Tredicesimo Emendamento, che riconosceva ai neri diritti politici e civili. Siccome si pensava che «Dio ha fatto inferiore il negro, e le leggi non possono renderlo uguale.» (p. 337), i singoli Stati (al Nord quanto al Sud), cui era demandata l’applicazione dell’Emendamento, fecero del loro meglio per disattenderlo in tutto o in parte per almeno ancora un secolo.

Gli Stati Uniti uscirono dalla Guerra Civile rafforzati nella loro coscienza di unità nazionale e politica; nel corso del decennio successivo venne portata a compimento anche l’unificazione territoriale, con la scomparsa della Frontiera ed il raccordo ferroviario di Est ed Ovest. Circolavano progetti fantasiosi di conquista anche di Canada, Messico e Cuba, ma non ebbero poi seguito.
L’unica spina nel fianco rimasta all’effettiva unità americana erano i nativi, concentrati soprattutto nel Territorio Indiano (attuale Oklahoma) ma presenti anche con comunità di varie dimensioni nell’Ovest e nel MidWest. Quando i francesi persero le loro colonie americane, ai nativi vennero meno i tradizionali alleati e furono costretti a migrare verso Ovest; ma c’erano continui problemi con i coloni, perché questi ultimi sconfinavano spesso e volentieri stabilendosi nei terreni indiani, mentre i primi non disdegnavano di attaccare gli insediamenti bianchi e di rubare il bestiame. Dopo la Guerra Civile, il governo federale mandò alcuni distaccamenti dell’esercito a gestire la situazione per così dire, mentre il Territorio Indiano venne attraersato dalla ferrovia e furono sterminate le mandrie di bisonti americane, che dei gruppi nativi delle praterie costituivano la principale fonte di sostentamento. Nel giro di un decennio i nativi furono spogliati delle terre e confinati nelle riserve. Una volta eliminato il loro potere offensivo, filantropi e benpensanti americani poterono disinvoltamente versare lacrime di coccodrillo sul loro triste destino, trasformandoli rapidamente da ladri di bestiame, selvaggi, straccioni e pidocchiosi (ai quali Lincoln, in piena Guerra Civile, aveva ancora avuto la faccia tosta di dire: «Noi come razza non siamo inclini a combattere e ucciderci fra di noi come i nostri fratelli rossi.», p. 357 ) in un popolo fiero e saggio e tutte le altre cose che sappiamo.
Comunque si era in un’epoca che richiamava l’attenzione su molti altri temi, più stringenti: la crescita economica con i suoi vincitori e le sue vittime, la crescente integrazione economica e politica su scala nazionale, le beghe politiche ed i continui scandali di corruzione della pubblica amministrazione, la nascita di un movimento operaio tantopiù malvisto quanto sospettato di essere stato importato dall’Europa, già funestata dalla nascente minaccia comunista.

Dopo aver divorato il pur consistente primo volume dei tre della serie della storia degli Stati Uniti del Mulino, non ho perso tempo a reperire il secondo – ahimé, dimenticato nel magazzino di una biblioteca, lontano dagli occhi dei potenziali lettori. Non mi dispiacerebbe procurarmi l’intera serie ma attualmente è fuori stampa, e non ho ancora ricevuto risposta alla mail che ho scritto all’editore.
Mi faccio molte domande sull’editoria italiana. Si pubblica molto – e, nonostante quel che possono suggerire gli alti lai degli addetti, si vende molto – perciò non mi spiego come sia possibile che un testo di riferimento come questo, atto ad essere propinato agli studenti, possa aver avuto un’unica edizione, venticinque anni fa.

Titolo completo: Espansione e conflitto. Gli Stati Uniti dal 1820 al 1877
Autori: David B. DAVIS e David H. DONALD
Editore: il Mulino Anno: 1987 (Edizione orginale: 1985) 433 pagg.
Titolo originale: The Great Republic: A History of the American People
Traduzione del titolo: La Grande Repubblica: Storia del Popolo Americano
Traduttori: Gianfranco P. Ceccarelli (capp. I-VI) e Maria Elisa Traldi (capp. VII-X)
ISBN: 88-15-01266-8

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2 thoughts on “Espansione e conflitto /2

  1. Per Cuba avevano addirittura mosso qualche passo per chiedere all’ambasciatore spagnolo a quanto gliel’avrebbero venduta.
    Penso che abbiano ricevuto in risposta una pernacchia, ma su questo punto le fonti sono vaghe XD

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