Lord Jim

Quando la nave da crociera Concordia ha fatto naufragio davanti all’Isola del Giglio, le immagini di quel ciclope inclinato, impotente come una tartaruga rovesciata, hanno fatto sì che si sprecassero i paragoni con Titanic (il film). Però, man mano che sono emersi dettagli sulla condotta dell’equipaggio, a me è venuta in mente un’altra analogia: Lord Jim. Finalmente l’ho tirato fuori dallo scaffale dove era rimasto a intorpidire, ed ho affrontato una lettura impegnativa, difficile, recalcitrante.

Jim è un ragazzotto qualsiasi, viene da una famiglia benestante ma non ricca, ed affascinato dall’alone di avventura della vita si mare si imbarca come ufficiale. Viaggia un po’ fra le colonie inglesi in Asia sudorientale senza problemi, finché un giorno capita un incidente che gli cambia la vita. Quasi per caso prende servizio come ufficiale sulla Patna, una nave, che ho immaginato ingombrante e sgraziata, con un carico di pellegrini diretti alla Mecca. Una notte la nave inizia ad imbarcare acqua e ad inclinarsi paurosamente; nella concitazione di quegli istanti, Jim valuta che la vecchia Patna non riuscirà a restare a galla ancora per molto, tantopiù in quelle acque infide e sempre più burrascose. Quella di saltare su una scialuppa di salvataggio insieme ad alcuni membri dell’equipaggio che stanno abbandonando la nave è quasi un riflesso, non è nemmeno la decisione di un istante; ma arrivati a riva e denunciato l’affondamento della nave, ad attendere Jim e compari ci sono i gendarmi: la Patna infatti non è affondata, ma è stata rimorchiata in porto in qualche maniera, e su di loro grava l’accusa di abbandono della nave e fellonia. Se anche eviterà la prigione, Jim avrà perso la sua rispettabilità, non troverà mai più un imbarco, e la sua famiglia di origine romperà con lui ogni legame.
È a questo punto che Marlowe lo incontra, e decide di dargli una mano a cercare un altro lavoro: viene impiegato in varie aziende che forniscono equipaggiamento marittimo, ma Jim è sempre inseguito dalle voci sul naufragio della Patna, e finisce immancabilmente per abbandonare dalla sera alla mattina le ditte che lo impiegano. Non trova mai pace, roso dal desiderio di costruirsi da zero una nuova onorabilità, di costruire qualcosa di duraturo e di legare ad esso il proprio buon nome; accetta così di stabilirsi come agente commerciale/coloniale (le separazione fra le due figure è spesso labile) a Patusan, nell’entroterra di Sumatra, dove rimane per più di dieci anni riorganizzando l’amministrazione, garantendo maggiori introiti al mercante che lo ha impiegato, e conquistandosi la stima degli indigeni con la sua pacatezza ed intelligenza per il buon governo. A Patusan Marlowe vede Jim per l’ultima volta: è un uomo che ama il suo lavoro e che ne riceve in cambio rispetto, quasi devozione; e tuttavia traspare ancora un rovello interiore dalla sua figura che sbiadisce bianca e fragile a riva mentre Marlowe prende il largo.
Qui la storia raccontata da Marlowe si interrompe; potrebbe già essere un finale. E invece un narratore senza nome, che osserva melanconicamente i tetti di Londra, un giorno riceve una missiva insolita che contiene l’epilogo della storia di Jim.
…Che non racconto qui, ovviamente

Come accennavo sopra, si è trattato di una lettura piuttosto difficile. Non solo per via dell’inglese di Conrad, di per sé decisamente impegnativo, ma soprattutto a causa dell’andamento estenuante della narrazione. Ci vogliono un sacco di tempo ed un sacco di pagine per capire cosa sia successo a Jim sulla Patna: prima di arrivare al sodo Marlowe divaga, si diffonde sulle sue impressioni su Jim, racconta aneddoti su altri personaggi che in qualche modo l’hanno colpito, riprende a parlare del viaggio fatale ma si interrompe nuovamente per seguire un altro dei fili dei suoi pensieri. Se si va avanti a leggere spinti soprattutto dall’interesse per le vicende di Jim, un reticolato di deviazioni defatigante.
Però provando a sospendere l’urgenza degli eventi ed abbandonandosi unicamente alle parole – al loro suono, al loro scivolare l’una dopo l’altra, al ritmo delle frasi, con le loro pause ed accelerazioni, alla scelta delle parole usate – ho scoperto un romanzo che a prima vista mi era sfuggito. Non una lettura silenziosa, che si lascia afferrare al primo sguardo, bensì una lettura a mezza voce, o anche fra sé e sé. Inaspettatamente i periodi faticosi e frustranti si sono sciolti spontaneamente lasciandosi dietro un’ondulazione gentile, un’esperienza di protratto piacere.
Questo splendore si offre con particolare facilità nei punti in cui Marlowe fa una pausa dalla narrazione degli eventi per descrivere i paesaggi naturali in cui avevano luogo:

«The empty reaches sparkled under the high sun; between the high walls of vegetation the heat drowsed upon the water, and the boat, impelled vigorously, cut her way through the air that seemed to have settled dense and warm under the shelter of lofty trees.» (p. 240)

od i paesaggi umani:

«The shadow of the impending separation had already put an immense space between us, and when we spoke it was with an effort, as if to force our low voices across a vast and increasing distance.» (p. 240)

Mentre mi lasciavo portare alla deriva dal piacere della scrittura di Conrad, inevitabilmente seguivo con minore attenzione il dipanarsi delle vicende di Jim; ma emergevano il clima ed il traffico delle colonie dei mari del sud e dei loro porti, frequentati da personaggi di tutti i tipi, e poi la vegetazione invadente, lo sciacquio delle onde, la solitudine di Jim ed in fondo anche quella di Marlowe, nonostante le sue conoscenze in giro per il mondo. Non sempre però mi concedevo questo abbandono alle parole: talvolta a prevalere era il desiderio di vedere gli sviluppi della storia, di conoscere la sorte di Jim – ed allora la lettura tornava ostica, dispersiva, maledettamente faticosa. L’ho finito con un misto di sollievo, e di rimpianto per non essere riuscita a godermelo di più. Una rilettura? Magari, anzi lo spero, ma fra molti, molti anni.

Autore: Joseph CONRAD
Editore: Oxford University Press Anno: 2002 (Prima edizione: 1900) 340 pagg.
ISBN: 978-0-19-284067-7

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