Il fiore e la fiamma

E così eccomi arrivata all’ultimo dei tre romance della Woodiwiss che ho deciso di leggere per farmi un po’ di cultura in materia di narrativa romantica. Ultimo in ordine di tempo, ma il primo dell’autrice, che grazie ad esso esordì in maniera sfolgorante.
Svaporata ormai buona parte della curiosità per l’ignoto, il fastidio che mi ha suscitato non ha incontrato molti freni, quindi durante la lettura ho allungato con particolare attenzione le antenne per cercare di individuare cosa mi seccasse del romanzo.

La storia inizia con la, manco a dirlo, bellissima Heather, orfana diciassettenne dall’educazione raffinata, che si reca a Londra con il fratello della zia a cui era stata affidata; la fanciulla aveva colto al balzo l’opportunità di allontanarsi dalle angherie della zia Fanny, che la trattava peggio di una sguattera, ma giunta in città lo zio cerca di usarle violenza ed Heather si vede costretta a fuggire, convinta di averlo accidentalmente ucciso nella colluttazione. Si sta aggirando sola, spaurita, fra i docks, quando viene avvicinata da due tizi; Heather perde la testa, convinta che siano gendarmi inviati ad arrestarla, e li segue arrendevole senza insospettirsi nemmeno quando la conducono a bordo di una nave; grande è la sua sorpresa nel trovarvi non un giudice istruttore bensì il capitano. (Caro lettore, avrai intuito che Heather non è particolarmente sveglia come eroina da romanzo.) Il capitano la segrega nella propria stanza e la violenta ripetutamente nell’arco di vari giorni, nonostante i tentativi di resistenza di Heather, che solo in un momento di disattenzione dei suoi carcerieri riesce a fuggire ed a tornare a sgobbare dalla zia. Heather, non essendo un’aquila, non si rende conto di essere incinta, ma dopo pochi mesi se ne accorge sua zia che riesce a brigare per rintracciare il padre: si tratta di niente po’ po’ di meno che di Brandon Birmingham, ascendenze aristocratiche, genitori trapiantati in una delle Tredici Colonie da poco affrancatesi dal dominio coloniale inglese e, manco a dirlo anche stavolta, considerevolmente ricco. Pur provando per quell’uomo la ripugnanza che ci si può immaginare, Heather accetta di sposarlo con un atteggiamento fatalistico da vittima sacrificale sull’altare dell’onore, e lo segue in Carolina.
Brandon è oltremodo irritato di doversi sposare per forza, e con un ragionamento piuttosto contorto decide di punire Heather conservando le sole apparenze del loro matrimonio: in altre parole, non condivideranno il letto. In questa occasione nemmeno Brandon dà prova di particolare acume, visto che a Heather non dispiace affatto non dover condividere intimità fisica con l’uomo che l’ha violata. Quello perennemente in calore è lui, ed infatti è lui quello che nei successivi mesi sta sulla graticola: vorrebbe saltare addosso a questa ragazza che dopotutto gli piace, ma per orgoglio ha deciso di non farlo.
Arrivano in Carolina, si installano nella fiorente piantagione di lui, Heather sforna un bel maschietto, e Brandon continua a reprimersi. Finché un giorno, stufo marcio dell’andazzo, va da lei e le fa: “Sai che c’è? C’è che fra dieci minuti torno e ti #@*§£, che tu lo voglia oppure no, ma vedi di starci con le buone perché non mi piace la violenza” (eh be’, un po’ rude ma un gentiluomo). Heather ci pensa un po’ su e si dice che in fondo, ora che sono sposati, tutto sommato lui ne ha il diritto, si tratta di “doveri coniugali”, quindi si prepara di buon grado ad aspettare il ritorno di lui e da lì in poi i due fanno i fuochi d’artificio.

«”La mia sorte è ormai segnata, non potrei più accontentarmi semplicemente di esistere. Devo amare ed essere amata. Devo possedere ed essere posseduta. Devo essere tua, mio caro, come tu devi essere mio. Così, vedi, sei stato un maestro anche troppo bravo.” (…)
“Ma anche tu sei un’ottima maestra: l’allegro scapolo ore preferisce la sicurezza del matrimonio.”» (p. 360)

Lei dà prova di essere la mogliettina ideale, fedele graziosa e materna, benché a volte stupidamente ostinata, mentre lui provvede generosamente ed amorevolmente alle necessità di mamma e bambino, difende lei dai pericoli, e la pianta di correre dietro alle gonnelle di mezza Charleston. E vissero tutti felici e contenti.

Sono ben pochi gli elementi di questo romanzo che non abbia avvertito come mostruosamente irritanti. In realtà se si tiene ben presente che non si tratta di un romanzo storico, da prendere per così dire sul serio, ma di una proiezione di una serie di idee sull’amore e sul matrimonio che fanno riferimento ad un mondo – perlopiù femminile, statunitense, bianco, piccolo-borghese e anni Settanta – diventa interessante decostruire tutto il decostruibile per cercare di fare un piccolo ritratto di quel mondo. Cosa c’è di interessante nel romanzo, allora?

La bella e le bestie
Nei romanzi della Woodiwiss che ho letto sinora la protagonista è di regola bellissima, e Heather non fa eccezione: minuta, formosa, carnagione chiara e compatta, capelli lucenti e – immancabili – seriche sopracciglia. (Le seriche sopracciglia sono peggio delle dita di rosa per l’Aurora e del bianco braccio per Era). È «di una bellezza irresistibile» (p. 296) già il giorno dopo il parto, e può alzarsi vestirsi e gironzolare come se nulla fosse, snella e flessuosa come un giunco, quando la maggior parte delle puerpere rimane a letto sfatta: complimenti.
Ma c’è di più. Heather ha la capacità inconscia di suscitare gli appetiti degli uomini, traspira una specie di flogisto sessuale, quindi si trova continuamente, suo malgrado, a doversi difendere dagli assalti dei maschi (che, si sa, devono fare i loro bisogni fisiologici con una certa frequenza). Heather però non è in grado di difendersi da sola, e qui entra in gioco Brandon che, prima che la situazione volga al peggio, accorre a trarre in salvo la fanciulla bisognosa di protezione.

«”Non hai più paura, vero tesoro?” le domandò.
Lei gli si appoggiò contro. “No, se ci sei tu”.» (p. 353)

Heather è come dissociata dal suo corpo, che costituisce una specie di oggetto X intrinsecamente pericoloso, e di cui lei non è costitutivamente in grado di prendersi cura. La presenza di una figura forte è una necessità.

Un uomo solo al comando
Brandon è un personaggio esasperante, con un gran brutto carattere. Dovrebbe essere il bel tenebroso della situazione, ma l’autrice cerca di fargli suscitare una certa tenerezza quando lascia emergere anche un tratto maldestro: un eccesso d’orgoglio, di ostinazione vagamente infantile. Dovrebbe forse compensare in qualche modo la natura del suo rapporto con Heather, riassumibile nella parola ‘controllo‘?
Per un verso Heather va tenuta continuamente sotto tutela perché lasciata a se stessa combina davvero colossali imprudenze: durante la traversata atlantica quasi si ammazza per ripicca, per uno stupido puntiglio; un’altra volta esce a cavallo durante un tornado. La poveretta purtroppo è priva di sale in zucca, ed ha costantemente bisogno di una guida, oltre che di una guardia del corpo.
Per un altro verso, Brandon pretende di determinare ogni aspetto della sua vita intima, e questo sin dal loro primo, drammatico incontro. Dopo averle usato violenza un paio di volte, Brandon decide:

«”Quanto prima imparerai ad apprezzarlo. Per ora accontentati di imparare ad accettarlo… Un giorno sarai tu a chiederlo.”» (p. 40)

Dopo quasi trecento pagine e parecchi mesi di convivenza, la musica non è cambiata:

«”Tu sei mia, Heather. Nessuno ti avrà all’infuori di me. Soltanto io assaporerò le gioie del tuo corpo. E quando farò schioccare le dita, tu verrai.”» (p. 325)

I fatti gli danno ragione. Heather si tramuta in una Marianna Ucrìa a rovescio, e finisce per innamorarsi pazzamente del buzzurro sposato per salvare l’onore.
Brandon non è mai, mai su un piano di parità con lei. Non lo è su un piano fisico (lei è minuta e debole, lui alto e forte – ed infatti è stato in grado di abusare di lei), emotivo (lui assume immediatamente una posizione dominante, e dopo il matrimonio il metro di giudizio di Heather per qualsiasi iniziativa diventa: gli andrà bene oppure no?) né materiale (lui è ricco, lei è povera).

«”Non possiedo denaro! (…) Non ne ho bisogno, del resto. Mio marito ha sempre provveduto alle mie necessità.”» (p. 368)

Brandon sa di cosa abbia bisogno Heather prima ancora che lo sappia lei; anzi, a volte lei non ci arriva e lui deve provvedere con le cattive. Heather è la destinataria del suo desiderio, la dispensatrice del suo piacere, il ricettacolo del suo seme.

Prove tecniche di matriarcato
Ai miei occhi la relazione matrimoniale fra Heather e Brandon sembrava decisamente patriarcale, ma l’autrice era di parere diverso. Nel tratteggiare la figura di Catherine Birmingham, madre di Brandon, la Woodiwiss dice qualcosa di estremamente interessante.

«Aveva un modo tutto suo di farli rigare dritti tutti e tre, i due giovani maschi che aveva partorito e il loro padre. E se quei ragazzi combinavano qualcosa che non avrebbero dovuto, bastava che lei gli parlasse con dolcezza, e loro se ne andavano con la coda fra le gambe sotto il portico. Però, neanche si accorgevano che era lei a far filare la casa, e anche loro. E se anche lo sapevano, gli piaceva che fosse così, perché non li ho mai sentiti lamentarsi. Era gentile e dolce come il miele. E amava il vecchio padrone e i suoi ragazzi come se al mondo non ci fosse nessun altro come loro.» (p. 217)

La Woodiwiss traccia una linea di continuità fra la figura di Catherine e ciò che Heather infine diventa:

«Heather sorrise al marito con un’espressione molto prossima alla venerazione. (…) Avevano in comune un segreto, le due donne dei Birmingham, che i loro uomini non avrebbero mai conosciuto. Agli occhi del mondo apparivano fragili e bisognose di protezione, ma l’amore conferiva loro una forza e un coraggio ben maggiori di quanto fosse credibile. La loro influenza foggiava gli eventi anche dalla tomba. Il sorriso di chi la sa lunga piegò le labbra di Heather, che fece un cenno d’assenso, rivolta al ritratto di Catherine Birmingham.» (p. 405)

L’idea di base è la stessa che funge da trait d’union nei ritratti di Amanti e regine di Benedetta Craveri, a cui dedicai uno dei primi post in assoluto (momento nostalgia ). Dal momento che a livello ufficiale il comando è saldamente in mano ai maschi, le donne dovranno agire su un piano ufficioso; non prevarranno con prove di forza, bensì tirando silenziosamente le fila. Anzi, il mancato riconoscimento del loro ruolo nel processo decisionale sarebbe proprio ciò che conferisce maggiore efficacia alla loro influenza, dal momento che non costituirebbe un’aperta sfida all’autorità maschile. Tesi già sentite, sulle quali vale la pena lasciar penzolare qualche dubbio impertinente. Si tratta solo di una fantasia autoconsolatoria di cui si nutre un pubblico prevalentemente femminile? Oppure un disequilibrio dei ruoli sarebbe da rivalutare, in un’ottica strategica di disinnesco dei conflitti suscitati dalla maggiore parità? Capitolazione del femminismo od una nuova visione in chiave post-femminista?

Rivali
Visto che Brandon è un tale maschione accalorato, e per giunta ricco, si può immaginare quanto sia ambita la posizione di moglie: le rivali abbondano, e per Heather sono un’autentica spina nel fianco. Ce n’è di brutte, ma anche di belle e provocanti, che potrebbero fare leva sulle proprie attrattive per scalzarla. Brandon però le è sempre fedele, e da quando ha lei al proprio fianco non le prende nemmeno in considerazione. Fra loro e Heather infatti c’è un incolmabile gap morale.

«”(…) ho visto una bellezza che non conoscevo, e allora ho capito quali erano le cose che desideravo veramente. La bellezza? Certo. La passione? Certo.” Si chinò sopra il volto di Louisa e calcò la voce su ogni parola. “Ma anche la devozione affettuosa, dolce, gentile, una fedeltà incondizionata e una semplice, franca dignità per il nome che porto, una dignità che tu non sei assolutamente in grado di donare.” Tornò ad alzare la voce. “Amo Heather con ogni fibra del mio essere. E la proteggerò con tutte le mie forze dalle sgualdrine di strada che vorrebbero sbranarla e mettere in dubbio la sua virtù.”» (p. 376)

Molto interessante. Nel romanzo però il riconoscimento di tutte queste belle qualità rimane perlopiù implicito, decisamente in secondo piano rispetto alle esigenze corporali di cui si diceva. Diciamo che forniscono quel quid in più che consente di superare il livello di amante e di conquistare la posizione di moglie.

Buona moglie, madre saggia
La cosa che più mi ha infastidita della protagonista e della sua relazione con Brandon – ovvero di tutto il romanzo – è che, dal momento delle nozze, lei vive in funzione del marito. In un primo momento è per paura di rappresaglie, ma via via che si abitua alla vita matrimoniale diventa semplicemente un riflesso condizionato, parte dell’organizzazione della sua vita. Alla fine del romanzo Brandon fa una proposta al fratello e chiede un parere alla moglie, che non stava ascoltando ma gli dà ragione, perché potrebbe forse avere torto?

Angolino del buonumore
Dopo gli schiavi negri che ballano di contentezza ed i tedeschi che parlano con le patate in bocca, la Woodiwiss ci delizia con una nuova macchietta: la modista francese che esclama “oh, là là!”. Sono scoppiata a ridere in autobus come una scema XD

Il primo mi aveva divertita, il secondo un po’ tediata, il terzo seccata anzicheno. Tra l’altro ho notato un curioso fenomeno: la lettura è così veloce e priva di ostacoli che qualsiasi altro testo, dopo, sembra quasi faticoso. Probabilmente la Woodiwiss con le sue similitudini scontate, le ripetizioni e la fissità dello schema narrativo (pausa descrizione+azione, pausa descrizione+azione) sintonizza le onde cerebrali su uno standard di tutto riposo. Si tratta di letture riposanti; uno psicotropo analgesico più che uno stimolante.

Autrice: Kathleen WOODIWISS
Editore: Sonzogno Anno: 1978 (Edizione originale: 1972) 405 pagg.
Titolo originale: The Flame and the Flower
Traduttrice: Adriana Dell’Orto
ISBN (di un’edizione più recente): 978-88-45415845

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2 thoughts on “Il fiore e la fiamma

  1. Quello che trovo interessante, lo dico pensando anche ai tuoi commenti ai precedenti volumi dello stesso genere, e che forse sarebbe da approfondire, è la strana commistione di cui vivono queste narrazione che, nei fini espliciti, inneggiano a una morale molto molto tradizionale, fatta di valori forti e saldi, in cui si fa tanto parlare di virtù e dignità e fedeltà e sacrificio, ma intanto si compongono di storiacce sensazionali e bollori fisici immagino assai titillanti per il pubblico dedicato.
    Mi sembra quasi si tratti di narrazioni che hanno assimilato molto di quello che, in termini di lecitamente rappresentabile e raccontabile, ha portato la cosiddetta rivoluzione sessuale del XX secolo, sopra cui però tengono alta e ben visibile la bandiera di una morale praticamente vittoriana.

    • Sì, in effetti è proprio così. Tenendo conto del fatto che i romanzi che ho letto io sono tutti e tre della medesima autrice, hanno un’ambientazione storica e si rivolgono ad un pubblico mediamente più conservatore, è quasi stupefacente lo spazio dedicato alla tensione fisica. Che però ha caratteristiche costanti:
      * coinvolge in maniera esclusiva un uomo ed una donna (in rosa più recenti invece è stata aggiunta la variante due uomini ed una donna);
      * la tensione è alimentata prevalentemente dal desiderio di lui, mentre lei ne è l’oggetto inconsapevole;
      * per lei (che parte vergine e molto innocente) il coinvolgimento fisico è una scoperta inaspettata, innescata dal rapporto con lui e circoscritta ad esso;
      * ci sono personaggi femminili negativi che ricercano il piacere fisico per la propria personale gratificazione al di fuori della relazione obbligante con un compagno, oppure frigide che non partecipano dell’unione carnale anche all’interno del vincolo matrimoniale: la Woodiwiss condanna entrambi. Il matrimonio autorizza e circoscrive la ricerca del piacere. In Magnifica preda Elise chiede espressamente a Seymour se sia lecito che una donna dia intenzionalmente piacere ad un uomo, ottenendone una (entusiastica XD ) risposta affermativa; i due però a questo punto sono già sposati.

      Resta da capire se i bollori siano la ricompensa promessa alla salvaguardia dei bastioni dell’istituzione matrimoniale, o se non sia invece il matrimonio a dare una mano di rispettabilità morale agli sfrenati sollazzi del talamo. Forse sono entrambe le cose, a seconda della prospettiva del lettore.
      …Ho scritto una risposta lunghissima ^^’. Comunque il succo è che la tua osservazione è molto interessante: se non ci fosse stata la rivoluzione sessuale e lo sdoganamento del piacere (che nel diciottesimo secolo, presso la gente di qualità, era ancora considerato esso stesso una perversione) penso proprio che i romance, in questa forma, non sarebbero stati possibili.

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