Sulla rivoluzione

Un’altra lunga assenza, per la quale spero di essere giustificata: c’è voluto parecchio tempo perché digerissi il libro di Hannah Arendt (o perché lui digerisse me).

L’ho avuto a scaffale per anni, letto solo in minima parte per l’esame di filosofia morale, e da altrettanto tempo mi ripromettevo di leggerlo come si deve, da cima a fondo. Ho avuto la bella pensata di inserirlo nel gruppo di letture che sto facendo sulla storia americana, ma purtroppo ha finito per risucchiare molto più tempo di quanto non avessi intenzione di lasciargli: non so se sia la Arendt che scrive male o se sia io ad essermi orrendamente arrugginita, ma ho trovato il testo assai ostico. Ma andiamo con ordine.

La Arendt confronta le rivoluzioni americana e francese misurandone i rispettivi successi rispetto ad un metro di giudizio che dichiara sin da principio:

«Lo scopo della rivoluzione era, ed è sempre stato, la libertà» (p. 3)

Dopo aver spiegato che per “libertà” intende non le libertà civili (come l’habeas corpus o la libertà di stampa) bensì la libertà politica, ovvero l’apertura della partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Che l’affermazione della libertà politica sia ora e sempre lo scopo di un moto rivoluzionario, Arendt semplicemente lo postula: non lo ritiene bisognoso di argomentazioni. Non viene nemmeno discussa l’identità dei recettori della libertà politica: un peccato, perché un approfondimento sulla traduzione dei principî in fatti nei decenni successivi sarebbe stata illuminante, a mio parere. Arendt però viaggia a livello ideologico/discorsivo: fa una storia delle idee (di alcune idee di alcuni personaggi) e della loro attuazione politica.
Quindi si chiede: visto che l’obiettivo della rivoluzione è realizzare la libertà politica, le due rivoluzioni sono riuscite a raggiungerlo? Secondo Arendt, la rivoluzione americana c’è riuscita, mentre quella francese no.
La rivoluzione americana infatti avrebbe raggiunto il suo coronamento con la promulgazione della Costituzione degli Stati Uniti, ovvero con la fondazione di un ordinamento politico repubblicano che riconosce a livello istituzionale ai cittadini il diritto alla partecipazione alla vita politica. Al contrario i rivoluzionari francesi affrontarono una situazione assai più mutevole ed incerta (certo all’inizio nessuno si aspettava che i sovrani sarebbero stati processati e decapitati), e subirono le pressioni dei regni vicini, che naturalmente non vedevano di buon occhio i fatti francesi, e della massa di diseredati che, in patria, chiedeva pane e lavoro. Non riuscirono a dotarsi di una Costituzione, ed anzi, con la presa del potere da parte della fazione giacobina, la determinazione dell’assetto istituzionale passò decisamente in secondo piano: c’era una situazione di guerra permanente, ed i giacobini alimentarono deliberatamente un clima di caccia alle streghe contro presunti controrivoluzionari e sabotatori. Perdipiù, cosa alla quale la Arendt attribuisce un peso assai maggiore, norme e procedimenti giuridici per i leader giacobini erano altrettante pastoie formali. Per Robespierre e compagnia il popolo era l’autentico depositario del potere politico, e dunque un leader politico doveva cercare la sua legittimità nel rapporto col popolo, nel provare pietà per la sua miseria e cercare di operare nel suo interesse; non nella conformità a qualche articolo di legge.
(Una piccola osservazione a latere: nel momento in cui un governante entra con i suoi amministrati in un rapporto di pietà, li pone egli stesso paternalisticamente in una posizione di impotenza ed inferiorità, e reclama per sé il potere decisionale.)
Per tornare alla storia, bisogna rilevare che in effetti l’assetto repubblicano messo in piedi dai rivoluzionari americani è rimasto in piedi (pur con tanti aggiustamenti) sino ad oggi, mentre la storia della rivoluzione francese è una sequela di colpi di Stato culminati nella scelta di un dittatore quando la situazione si era fatta ormai ingovernabile.

Sebbene lasci alquanto a desiderare sotto molti aspetti (fra i quali la capacità di tener desto l’interesse del lettore: è semplicemente letale), il testo della Arendt suo malgrado solleva questioni interessanti, specie per noi, in questo momento di crisi di fiducia nell’ordinamento democratico rappresentativo. Ho trovato particolarmente ricche di spunti le pagine dedicate alla distinzione fra fonte del potere e fonte della legge: gli americani la recepirono, individuando la prima nel popolo e la seconda nella Costituzione; i giacobini invece non operarono questa distinzione: indicarono come fonte di entrambi il popolo, elevato ad un grado di superiorità morale (largamente immaginaria), ed in suo nome agirono tenendo in assoluto non cale il problema della tenuta istituzionale.
Oggigiorno la solidità economica dello Stato italiano è piuttosto incerta, il tenore di vita di chi ci abita si è abbassato ancora e parecchia gente, estremamente insoddisfatta dell’operato della classe dirigente, coltiva la fantasia di un grosso cambiamento non solo di personale, ma di sistema. È innegabile che il Parlamento italiano sia infestato da un numero impressionante di curculioni inetti e voraci, e tuttavia non mi pare che una sedicente “democrazia diretta” offra prospettive migliori. La proposta di Casaleggio&Grillo è grossomodo: scardinare il primato del Parlamento dando invece “al popolo” la possibilità di esprimersi via internet.
Questa proposta mi ha fatto venire in mente due episodi di “democrazia diretta” così intesa: uno è nel film Quinto potere, ed è il (già citatissimo) momento in cui il telemoralista invita la gente ad esprimere il proprio dissenso rispetto allo stato di cose aprendo le finestre e mettendosi ad urlare; l’altro è il famoso monologo in cui Adriano Celentano proclama Urbi et orbi le porprie ascendenze fochesce ed invita a disertare le urne per esprimere invece il proprio dissenso accendendo e spegnendo la luce.
Quello che non funziona è l’eccessiva semplificazione proposta da questi scenari. Vorrei sapere chi informa il discorso e stabilisce le opzioni fra le quali “il popolo” è chiamato a decidere.
La maggiore partecipazione è illusoria: lo sdegno contro i politici arraffoni ha fatto dimenticare che la gestione della cosa pubblica è un lavoro serio, molto difficile, molto impegnativo e che richiede competenza, oltre che probità. Gli eletti del M5S mi pare abbiano buona volontà e buone intenzioni, quindi spero che acquisiscano esperienza e competenze sufficienti per farne tanti ottimi politici; ma non mi si venga a dire che i cittadini tutti, un domani, acquisiranno tutte le necessarie competenze giuridiche, economiche, diplomatiche e quant’altro e voteranno “direttamente” i provvedimenti salienti. Nel loro tempo libero. Per l’occasione rispolvererò la categoria della boiata pazzesca. (Edit: approfondimento di alcuni problemi presentati dalla “democrazia diretta” in alternativa alla rappresentanza partitica qui e qui).
Non si tratta d’altro che di uno stilema: la presunta nobiltà, pulizia, superiorità del Popolo contrapposta alla mediocrità del Palazzo; una fantasia adulatoria adoperata da molti per compiacere i propri seguaci e tutti coloro che, con ragione, sono seccati dall’andazzo.
Per tornare al libro, non lo consiglio: la Arendt ripete i medesimi concetti fino alla nausea, ed in un paio di punti scrive delle sciocchezze tali da far arrossire persino chi legge. Se si cercano confronti fra le due rivoluzioni o testi sui temi dibattuti dalla filosofia politica del Settecento credo che in giro si trovi di meglio.

Autrice: Hannah ARENDT
Editore: Edizioni di Comunità  Anno: 1999 (Edizione originale: 1963 e 1965)  340 pagg.
Titolo originale: On Revolution
Traduttore: Renzo Zorzi
ISBN: 978-88-24-50572-7

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