Memorie dal sottosuolo

Era da tanto che volevo leggerlo. Non per motivi particolari: perché era un Dostoevskij che mancava alla mia collezione, tutto qui. Una volta iniziata la lettura però ha reclamato tutta la mia attenzione: si è rivelato ostico, un groviglio nient’affatto accogliente attraversato da una tensione ostile. Dostoevskij vi riversa dentro molte idee, ma non si dà pena di dispiegarle in una grande narrazione. Me lo immagino mettersi alla scrivania, con una certa idea sul da farsi che però stanta a trasformarsi in una trama, a tradursi in una storia; e mentre rimugina con la testa altrove, ripete degli scarabocchi nervosi sul foglio fino a far cedere la carta. Memorie dal sottosuolo è un po’ così.

Più che una grande narrazione ci sono alcune idee insistite. Il romanzo è diviso in due parti: la prima, Il sottosuolo, è piena della vocetta querula dell’Uomo-topo, il protagonista, che parla di se stesso in bilico fra la tentazione di occupare il centro della scena ed il desiderio opposto di schivare lo sguardo altrui. L’Uomo-topo infatti nutre un alto concetto di sé, perché non si lascia ingannare dalle sirene del sistema: non gl’importa di fare carriera, non gl’importa di fare sensazione nei salotti brillanti, non gl’importa di avere avventure galanti da raccontare agli amici senza economie di sottintesi. Di fronte ad un mondo popolato di stolti, l’Uomo-topo non trova di meglio che ritirarsi in un algido disprezzo verso tutto e tutti. Ma non è tutto.
Nella seconda parte del romanzo, A proposito della neve bagnata, Dostoevskij fa muovere i personaggi per la città. L’Uomo-topo incontra alcuni suoi vecchi compagni di scuola, e si unisce a loro per cena. Pur sentendosi infinitamente superiore alle loro chiacchiere fatue, il modo stesso in cui cerca di attirare la loro attenzione su di sé, sul proprio atteggiamento disdegnoso, la dice lunga su quanto in realtà si senta solo, e desideri un rapporto con altre persone; si immagina antieroe di grandi storie epiche e puskiniane, ma al più lieve ritorno alla realtà le sue fantasticherie si afflosciano come un soufflé all’uscita dal forno.
Lo stesso capita con una giovane prostituta di nome Lisa, incontrata dopo la cena: l’Uomo-topo le fa un lungo predicozzo moralizzante, ammaliato da se stesso e dal piglio e dall’eloquenza del grand’uomo di cui indossa i panni per una mezz’ora, dimenticandosi lo squallore della stranzetta del lupanare, piuttosto che realmente interessato alle vicende della ragazza.

Se lo si confronta con i “grandi romanzi”, Memorie dal sottosuolo fa acqua da tutte le parti. Più che un romanzo vero e proprio sembra un manifesto della poetica di Dostoevskij, un canovaccione in cui amalgama alcuni dei suoi temi ricorrenti:

  • un uomo in rotta con la società, tormentato dai dilemmi e paralizzato nell’azione
  • un maldestro tentativo di “redenzione”, che va a segno al di là delle intenzioni di chi lo attua
  • il «godimento della degradazione», come lo chiama Nabokov (p. 153), ovvero il crogiolarsi dell’Uomo-topo nella consapevolezza della sua condizione di diversità, anche quando assume i contorni della meschineria o della viltà, in quanto tratti che lo rendono unico, peculiare, e non lasciano che si confonda con gli altri, la massa degli imbecilli.

A proposito del protagonista, nell’introduzione all’edizione Oscar Mondadori (che ho letto con molto interesse e molto piacere), Igor Sibaldi scrive:

«Negli anni ’40 (…) dominava tanto nella società quanto nella letteratura russa il cosiddetto “uomo superfluo” (lišni čelovék): (…) era colui che per ennui, per fatalismo, o magari per troppo acuta percezione della tetraggine politico-sociale-eisistenziale del suo tempo si limitava a prendere atto di tale immensa ricchezza nascosta nel suo intimo, e non traeva alcuna conseguenza pratica, soffrendo però acutamente, allo stesso tempo, del proprio fallimento.» (p. IX)

In effetti non ci penso spesso, ma quasi tutti i romanzi che oggi si leggono come classici, come “capolavori immortali”, al loro tempo sono stati parte di un dibattito; il chiacciericcio si è dissolto e sono rimasti i libri, ma originariamente non si trattava di isolate emissioni di genialità attraverso il vuoto pneumatico, bensì di voci in mezzo ad altre, di interventi che rispondevano ad altri.

Nel complesso, Memorie dal sottosuolo è stato una lettura che ho apprezzato più con la testa che con l’animo. Ci sono libri in cui si precipita come dentro a botole aperte (anche dello stesso Dostoevskij: basti pensare a Delitto e castigo, od a I fratelli Karamazov); questo invece, soprattutto ne Il sottosuolo, mi ha fatto penare. Non capivo cosa intendesse dire l’Uomo-topo, anzi, lo trovavo decisamente antipatico, una vera piattola. Man mano che il libro (lentissimamente) procedeva, però, ho iniziato a ritrovare me stessa in alcune delle fisime dell’Uomo-topo (certo in misura assai diversa, ma è stato piuttosto inquietante lo stesso); ad avere una cognizione del dolore che macinava. Un gran libro, ma non un grande romanzo.
Altra tacchetta sulla fusoliera. |||| ||

Autore: Fëdor Mihajlovič DOSTOEVSKIJ (Фёдор Михайлович Достоевский)
Editore: Mondadori Anno: 1989 (Prima edizione: 1864) 150 pagg. + 15 pagg. (postfazione di Vladimir Nabokov)
Titolo originale: Zapiski iz podpol’ja (Записки из подполья)
Traduttore: Igor Sibaldi
ISBN: 978-88-04-51602-6

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