Il gioco degli equivoci

Da qualsiasi parte lo si guardi, sembrerebbe proprio uno di quegli oggetti da diporto altrimenti chiamati “libri”. Ha una copertina con gli spigoli lievemente smangiati, pagine ingiallite ed ammorbidite dal tempo, caratteri a stampa allineati in buon ordine. Niente di sorprendente, a prima vista. Bisogna aprirlo ed immergersi nella lettura per scoprire che in realtà si tratta di un wormhole editoriale: ero appena salita in metropolitana e dopo un batter di ciglia erano passate quasi cento pagine e non so quante fermate! In capo a due giorni ho sperimentato diverse sparizioni di tempo ^^’ ed ho finito il romanzo.

Siamo nei primi dell’Ottocento, e la giovane Arabella Tallant, figlia maggiore di un modesto pastore (nel senso di sacerdote) dello Yorkshire viene spedita a Londra per cercare marito. Visto che la famiglia non è ricca dovrà fare un buon matrimonio, per poter frequentare la buona società e soprattutto farla frequentare alle sue sorelle e consentire anche a loro di sposarsi (cosa che non era affatto scontata ai tempi).
Durante il viaggio la sua carrozza si guasta ed è costretta a chiedere ospitalità per qualche ora in una casa delle vicinanze. Siccome è una fanciulla graziosa e ammodo, il padrone di casa la accoglie di buon grado. Qui Arabella fa la conoscenza di un altro ospite: Robert Beaumaris, senz’altro un personaggio in vista del Bel Mondo londinese, ma piuttosto sgradevole nei modi nei confronti della ragazza. Per prendersi una piccola rivincita, Arabella si spaccia per una ricca ereditiera, e dopo averlo trattato dall’alto in basso a propria volta riparte per Londra.
A Londra però l’aspetta una scoperta raccapricciante: la prima, che Robert Beaumaris non è semplicemente un personaggio in vista, ma IL personaggio più in vista del Bel Mondo, soprannominato l’Ineguagliabile per la sua immensa ricchezza, estrazione sociale e ruolo riconosciuto di arbiter elegantiarum in ogni aspetto della vita mondana; si trattava quindi dell’ultima persona al mondo che le sarebbe convenuto insolentire. La seconda scoperta è che tutta Londra sembra aver sentito parlare delle sue favolose ricchezze, ed in men che non si dica si trova tallonata da presso da tutti i nobilastri spianati ed i cacciatori di dote della città. Un bel ginepraio per una ragazza che puntava tutte le sue carte su un matrimonio conveniente.
Curiosamente Beaumaris non sembra essersi offeso per il trattamento subìto durante il loro primo incontro, ed anzi prende a frequentare Arabella, apparentemente determinato a renderla alla moda, ma più probabilmente per prendersi gioco di lei. Inizia così la stagione londinese di Arabella, da un ricevimento a un ballo, da una passeggiata al parco ad un’esposizione di quadri, alla difficile ricerca di un marito.

Letta così, la trama non sembra sufficiente a spiegare l’effetto-aspirapolvere del romanzo, che risucchia il lettore in maniera irresistibile. Non so spiegarmelo del tutto, ma deve avere a che fare con la miscela di tensione e divertimento, una trovata della Heyer che funziona a meraviglia.
Nel narrare la sua storia, è come se la Heyer tenesse il piede in due staffe: per un verso segue le avventure di Arabella e partecipa dei suoi dubbi, delle sue apprensioni e del suo divertimento a contatto con la vita mondana londinese; per un altro si prende gioco di lei e di tutti i personaggi che si muovono nella società della Reggenza: quasi tutti infatti paiono dei figuranti intrappolati inconsapevolmente in una grande messa in scena. La Heyer ne sembra affascinata, sembra compiacersi dell’eleganza, del garbo, della delicatezza, di cappellini, nastri, panciotti e carrozze, ma allo stesso tempo sorride sorniona delle incoerenze, delle piccole ipocrisie, della stupidità dei personaggi che vi si muovono.
Il personaggio che più di tutti incarna questa duplicità è Beaumaris, al tempo stesso damerino azzimato che detta gusto in materia di nodi di cravatta ed un osservatore scettico della fatuità da cui è circondato.

Sebbene i romanzi della Heyer siano stati accostati spesso e volentieri a quelli della Austen, imho si tratta di un’associazione non del tutto calzante. E’ vero che la Austen fa uso di una sottile vena ironica, ma i suoi personaggi, così come lei stessa, rimangono strettamente legati a certi principi di buon costume e di morale. Da questo punto di vista la Heyer si dà molti meno vincoli: segue i suoi personaggi quando giocano d’azzardo, fanno calcoli interessati e si comportano deplorabilmente, e consente loro di ingannare deliberatamente la persona amata per secondi fini tutt’altro che commendevoli. La Austen lascerebbe mai entrare Anne Elliot in una casa di tolleranza, o Fanny Price in una bisca? Jamais. A qualcuno consente delle trasgressioni, ma gli riserva poi un trattamento severo.

Una chicca a parte sono le note a pié di pagina della traduttrice, Anna Luisa Zazo, che dissemina la storia dei suoi commenti aggiungendo ironia all’ironia della Heyer. Non so se si tratti di un comportamento ortodosso da parte di un traduttore, ma ho ghignato così tanto che sarei incline alla clemenza, in ogni caso.

Autrice: Georgette HEYER
Editore: Mondadori Anno: 1980 (Edizione originale: 1949) 226 pagg.
Titolo originale: Arabella
Traduttrice: Anna Luisa Zazo
ISBN (di un’edizione più recente): 978-88-60616593

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