Il gioco di Ender

Ancora fantascienza, ed ancora un consiglio proveniente da una persona che spesso e volentieri si è divertita a gettarmi dei sassolini ed a restare a guardare da riva se nello stagno si formavano dei cerchi. In questo caso non ci sono state solo increspature sparse: Il gioco di Ender ha provocato una specie di onda anomala. Leggendolo (divorandolo) ho avvertito un crescente senso di nostalgia: da quanto tempo non mi capitava in mano un romanzo che prendeva in quel modo, con quella urgenza? Ad agire è stato uno sprone molto diverso dal turbine di divertimento de Il gioco degli equivoci: piuttosto una smania intenzionale, una curiosità che invadeva ogni dimensione della storia.

Il gioco di Ender è la storia di tre bambini, tre fratelli del tutto fuori dell’ordinario: Peter, Valentine e per l’appunto Ender. Tutti partecipano al programma di screening che ha per scopo l’individuazione dei soggetti più promettenti nel campo della strategia militare. Peter e Valentine sono entrambi molto dotati, ma le autorità terrestri i scartano entrambi: troppo volitivo, innamorato del potere e sadico il primo, troppo tenera di cuore la seconda. Sarà invece Ender ad essere scelto: perché ragiona in termini di vantaggio tattico, ed accetta dolore e morte come evenienze necessarie; non si trattiene dall’infierire sull’avversario qualora ciò comporti un sostanziale vantaggio, ma rifugge da ogni violenza gratuita. Questa mentalità fa di lui un omicida riluttante ed allo stesso tempo uno stratega privo di scrupoli morali: un candidato ideale. Così intorno ai sei anni viene spedito presso la scuola di guerra della Federazione terrestre.
Il preside della scuola stimola continuamente Ender per fargli fare progressi sempre più rapidi, ma allo stesso tempo studia di impedirgli di trovare conforto nell’amicizia con i compagni. Il piano ha successo: Ender diventa uno stratega sempre più abile e sempre più isolato. In capo a pochi anni impara tutto ciò che c’è da imparare ed anche di più, e non ancora dodicenne viene mandato alla Scuola di Comando per un addestramento speciale: a seguirlo sarà Mazer Rackham, l’ormai quasi leggendario condottiero della prima battaglia spaziale contro gli Scorpioni.
Nel frattanto, sulla Terra, Peter e Valentine hanno intrapreso un gioco pericoloso: utilizzando gli pseudonimi di Locke e di Demostene sono riusciti ad imporsi come opinionisti e promotori di due linee politiche opposte: moderata e conciliante quella di Locke (impersonato da Peter), aggressiva quella propugnata da Demostene (impersonato da Valentine dietro direttive di Peter). Peter sa che dopo lo scontro finale con gli Scorpioni l’unità della Federazione terrestre verrà meno, ed ha intenzione di approfittare della istuazione per conquistare una posizione di potere.
Ender di tutto questo non sa nulla. Si esercita in simulazioni di battaglia ogni giorno, e Mazer Rackham ogni giorno lo pone davanti a prove sempre più impegnative e sfibranti, senza dargli un attimo di tregua. Ma c’è una cosa che né Mazer né gli altri responsabili della Federazione terrestre gli hanno detto sullo scopo delle sue esercitazioni; e quando si trova ad affrontare la responsabilità di milioni di vite perdute, Ender prende una decisione radicale…

Il romanzo è straordinario, non avrei molto altro da aggiungere. Ender esplora le tecniche di comando, le subisce e le riproduce a propria volta quando cerca maldestramente di avvicinare gli altri ragazzi, e continua a perfezionarsi diviso fra lo spirito agonistico ed il sospetto nei confronti dei comandanti della Federazione terrestre. Né fa male a nutrire dei dubbi circa le loro intenzioni. La vittoria sugli Scorpioni ottenuta da Mazer Rackham aveva ricacciato gli invasori e difeso il pianeta Terra, ma i vertici militari sanno che il prossimo scontro è solo una questione di tempo. Anzi, sanno esattamente quando si svolgerà, e sono decisi ad ottenere la collaborazione di Ender ad ogni costo. Ender però entra in crisi.
Sono rimasta davvero impressionata dalla semplicità, l’apparente assenza di fatica con la quale Card individua i punti di snodo delle vicende e li snocciola uno dietro l’altro. Va dritto al sodo e poi passa ad altro.
La prosa è gradevole e scorrevole, ravvivata di tanto in tanto da qualche termine insolito o desueto, di quelli che sembrano fatti apposta per mandarmi in un brodo di giuggiole. Ogni volta che ne compariva ho provato l’impulso di stringere le mani al traduttore in segno di riconoscenza. Quando ho letto delle critiche alla qualità letteraria della prosa inglese di Card però mi è venuto qualche dubbio: fino a che punto la scelta di quelle parole così belle era giustificata dal testo, e fino a che punto era frutto di un arbitrio del traduttore?
In linea generale, sarei per un approccio filologico, ovvero: quel che c’è in originale va messo in traduzione, senza che il traduttore si lasci prendere troppo la mano. Al ginnasio, dove ho appreso le mie poche (modestissime) nozioni di tecnica di traduzione, ci insegnarono così: quel che c’è va messo; quel che non c’è non va messo; se l’originale stilisticamente è brutto, non è consentito abbellirlo nella traduzione. Avrei continuato a pensarla così senza pormi troppo domande se non fossi venuta a sapere della storia dell’adattamento italiano de I Cavalieri dello Zodiaco. L’indomabile logorrea aulica dei personaggi (“Porrò fine alla tua vita anche se ciò mi ripugna”, “a cosa giova una vittoria se non sei più vivo per gioirne”, “nobili parole con cui mi togli da ogni obbligo”, “recondito”, “velleità”, “insani propositi”) è il frutto di una scelta degli adattatori italiani dell’anime che non ha riscontro nell’originale. Uno choc. Le mie (modestissime) nozioni mi dicevano che si era trattato di una violazione della deontologia professionale, ma la fruitrice di narrativa che è in me è troppo affezionata all’adattamento italiano, per quanto ridondante e prolisso. Già da marmocchia, quando guardavo l’anime in tv, ero affascinata da quella lingua altisonante.
E quindi torniamo alla domanda: è lecito che un traduttore/adattatore si prenda simili licenze? Quando è più importante il rispetto dell’opera originale e quando la confezione di un’opera che possa essere fruita con soddisfazione?
Naturalmente non ho risposte ad una domanda così difficile. Però vale la pena chiederselo, credo.

Autore: Orson Scott CARD
Editore: Nord Anno: 1989 (Edizione originale 1985) 377 pagg.
Titolo originale: Ender’s Game
Traduttore: Gianluigi Zuddas
ISBN: 978-88-429-1310-8

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