L’isola dei naufraghi

Fra i viziacci che mi affliggono senza remissione, c’è anche quello di sovrastimare il tempo che avrò a disposizione in futuro. Ho sempre l’impressione che “domani”, “settimana prossima”, “il prossimo mese”, “la prossima estate” riuscirò a fare un sacco di cose; metto in programma di tutto, solo per scoprire che domani è solo un altro oggi, la prossima settimana è solo un’altra settimana come questa, e se oggi mi è mancato il tempo, mi mancherà anche domani. Nonostante i miei propositi estivi di riposo e lettura, studio lavoro e faccende domestiche mi stanno assorbendo esattamente come nelle altre stagioni. Le note di lettura alle quali contavo di avere tutto l’agio di lavorare non fanno che accumularsi, insieme a tutto il resto, come sempre.
Ho seguito la Kirino sin dall’uscita del suo primo romanzo in italiano, e qui su Asaki ho già parlato di Grotesque, che considero, insieme a Le quattro casalinghe di Tōkyō, il suo romanzo più riuscito fra quelli che ho letto sinora. Real world invece era stato piuttosto deludente, e quando ho letto la quarta di copertina fresca di stampa de L’isola dei naufraghi ho alzato gli occhi al cielo e rimandato la lettura a data da destinarsi. In realtà (per fortuna) la storia disattende le promesse un po’ mediocri del riassunto dell’editore, e prende direzioni inaspettate.

Il romanzo inizia in medias res, con la cerimonia della scelta (o meglio, estrazione a sorte) del nuovo marito di Kiyoko. Siamo su un’isola tropicale popolata da una trentina di uomini ed una sola donna, naufragati in varie circostanze sulle spiagge bianche e non più riusciti a ripartire. Ventitré i giapponesi, undici i cinesi che formano una comunità separata, un’unica donna. Non una Regina del sesso dispotica e capricciosa, come millanta la quarta di copertina, ma quasi una paria; il suo status sociale sull’isoletta è molto ambiguo, specialmente dopo il tentativo di fuga al seguito dei cinesi. In ogni caso non è Kiyoko il perno della storia, che è polifonica e policentrica, e si sviluppa in maniera apparentemente disordinata, seguendo ora un personaggio, ora un altro. Nessun personaggio può reclamare il primato assoluto sulla scena: non Kiyoko, donna di mezza età che ha perso la bussola; non Watanabe, che vive isolato da tutti e concepisce per la donna un odio smisurato frammisto a desiderio; non GM, che cerca di costruire un nuovo se stesso sull’isola per dimenticare le delusioni della vita in Giappone. Ciascuno si muove, si scontra con gli altri, si isola, cerca il contatto con gli altri oppure una fuga dall’isola o nell’isola, che finisce per diventare l’unico vero personaggio di cui non si può fare a meno.
L’isola dei naufraghi è la storia della convivenza di un gruppo all’interno di uno spazio ristretto e ben delimitato. La narrazione procede a brandelli giustapposti senza seguire l’ordine cronologico, con rapide incursioni retrospettive mai ben chiare, come se l’assenza di riferimenti temporali e registrazioni scritte su Tōkyōjima rendesse del tutto inutili, prima ancora che impossibili, ordine e rigore. Il lettore è lasciato andare alla deriva come i naufraghi, insieme a loro, al loro fianco, ed osserva da vicino le trasformazioni che la vita sull’isola opera su di loro, specialmente sulla loro psiche. Tōkyōjima è un paradiso tropicale, con le spiagge bianche ed il mare cristallino, un luogo da sogno la cui monotonia, ripetitività e limitatezza debilitano il fisico e logorano la mente, facile preda di illusioni e deliri. I naufraghi cinesi, che consumano le loro energie nell’attività di caccia e parlano assai poco, si adattano un po’ meglio, ma sui giapponesi gli effetti sono devastanti.
Kirino mette in scena la decomposizione delle relazioni sociali in un contesto di convivenza forzata. La sua prospettiva è decisamente pessimista (un pessimismo – cosa che apprezzo molto! – privo di moralismi) ed instilla il sospetto che non sia necessaria un’isola per stravolgere l’animo delle persone.

Ancora una volta: L’isola dei naufraghi forse non sarà il miglior romanzo della Kirino (benché funzioni tutto, ho sentito la mancanza di una trama lineare), ma si fa leggere e non ricade nel trito, sebbene di storie di naufraghi su isolette tropicali letterature, cinema e televisione siano strapieni. In libreria c’è già un nuovo romanzo della Kirino, Una storia crudele, uscito solo pochi mesi fa, ma sono un po’ titubante. Prima o poi invece invece mi cimenterò in uno di quelli inediti in italiano che ho comprato in Giappone. Speriamo di farcela.

Autrice: KIRINO Natsuo (桐野夏生), pseodumimo di HASHIOKA Mariko
Editore: Giano/Neri Pozza Anno: 2010 (Edizione originale: 2008) 319 pagg.
Titolo originale: Tōkyōjima (東京島)
Traduzione del titolo: L’isola di Tōkyō
Traduttore: Gianluca Coci
ISBN: 978-88-6251-080-6

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