Gli spettri del Congo /2

Leopoldo II era un uomo di mondo ed una volpe nelle pubbliche relazioni. Per allungare le zampacce sul bacino del Congo e su tutte le sue risorse, batté al tempo stesso due strade. Da un lato, mise Stanley a capo di una nuova missione esplorativa (che doveva risalire il fiume Congo), affidandogli l’incarico riservato di entrare in contatto con i capi dei territori del bacino del Congo e di far loro sottoscrivere un contratto con il quale cedevano i diritti sui terreni, e si impegnavano a corrispondere beni e prestazione di manodopera ad una nebulosa Associazione. Superfluo precisare che i capi villaggio, per i quali spesso Stanley era il primo bianco mai incontrato, non avevano molta familiarità con la cultura giuridica e commerciale euroamericana, né potevano afferrare le implicazioni del tracciare una crocetta su dei fogli scritti in francese o in inglese.
Su un altro fronte, Leopoldo fondò alcune associazioni (la più importante era l’Associazione internazionale africana) che si industriò a far passare per filantropiche e senza fini di lucro – ad esempio attraverso di esse organizzò congressi di studiosi anche illuminati. Dopodiché fece lobbismo per ottenere il riconoscimento dei diritti sui territori del Congo da parte della comunità internazionale; ciascuna potenza coloniale accettò di buon grado di rinunciare ad una fetta di Africa pur di ricevere l’assicurazione che non sarebbe caduta in mano ad una potenza rivale, e l’Associazione internazionale africana, la società filantropica disinteressata presieduta da Leopoldo II, re del piccolo Belgio, non destava troppi sospetti né preoccupazioni.
In realtà l’Associazione era un paravento per le società commerciali possedute da Leopoldo, ed attraverso di essa – dal 1885 État indépendant du Congo – Leopoldo divenne (a norma di legge) personalmente proprietario dei vasti territori del bacino del Congo, concessionario del loro sfruttamento commerciale e sovrano assoluto (1885 – 1908).

Con le mani finalmente libere, Leopoldo avviò il programma di sfruttamento della sua nuova colonia privata, ricca di avorio e soprattutto di gomma naturale, la cui domanda sul finire dell’Ottocento conobbe un picco. Quello che Leopoldo fece fu semplicemente di integrare gli obiettivi di sfruttamento entro il tessuto istituzionale dello Stato: nell’entroterra i funzionari pubblici, le autorità della pubblica sicurezza e gli agenti delle sue compagnie commerciali erano fusi in un’unica persona, reclutata fra giovani europei intraprendenti e con pochi scrupoli. A ciascuno erano fissate delle quote di avorio o gomma di consegnare, e parte della loro retribuzione dipendeva dal conseguimento degli obiettivi commerciali della compagnia, a mo’ di incentivo (come la componente variabile del compenso di un responsabile del settore commerciale oggigiorno).
La maggior parte di loro delegava la parte più sporca del lavoro alla milizia, la Force Publique, reclutata fra congolesi di altre regioni oppure, in seguito, fra i ragazzini rapiti alle famiglie e sottoposti ad un addestramento militare presso le missioni cattoliche. Le operazioni di riscossione dei tributi consistevano nell’arrivo presso un villaggio, nella cattura di donne e bambini e nella restituzione degli ostaggi dietro pagamento del tributo in natura (certi quantitativi di avorio o gomma). I lavoratori (di fatto schiavi pubblici) erano incatenati, puniti con la frusta (chicotte) per ogni mancanza, e sottoposti al taglio delle mani (vivi o morti che fossero) quando il loro villaggio era oggetto di una spedizione punitiva della Force Publique. Gli agenti bianchi infatti esigevano che i miliziani riportassero le mani dei “ribelli” a mo’ di pezza giustificativa dei proiettili esplosi, per evitare sprechi. Alcuni agenti crearono a loro volta un sistema di incentivi con ricompense legate al numero di mani riportate dai miliziani, con la conseguente insorgenza della deformazione di squadroni di miliziani che giravano per l’entroterra a tagliare mani per intascare la ricompensa.

«Bunduki sultani ya bara bara»
(“Il fucile è il signore dell’entroterra”: modo di dire diffuso fra i soldati della milizia di Stanley assoldata a Zanzibar, p. 91)

Le istituzioni dello Stato del Congo, fondando il loro funzionamento sul razzismo, il perseguimento di obiettivi economici che non coinvolgevano le popolazioni locali se con come prestatori di manodopera, la delega ad altri (i membri della Force Publique non erano bianchi e non partecipavano a nessun titolo al processo decisionale) delle azioni più cruente, l’assenza di controlli e punizioni nei confronti di miliziani ed ancora di più degli agenti bianchi, crearono le condizioni per l’esercizio normale di una violenza diffusa, e l’insorgenza di abusi incontrollati. Nonostante la possibilità di delegare la spoliazione dei territori alla Force Publique, c’erano agenti bianchi che si inebriavano della sensazione di onnipotenza, del sangue e della violenza che respiravano nei territori di cui erano responsabili, e che partecipavano in prima persona alle operazioni. Ci fu veramente chi, come Kurtz, decorava la staccionata della stazioni commerciali/statali in cui risiedeva con le teste mozzate dei congolesi.

«I bianchi di Conrad si dedicano al saccheggio del continente nella convinzione di nobilitare gli indigeni, portare la civiltà e servire «la nobile causa».
Tutte queste illusioni si incarnano nel personaggio di Kurtz. È allo stesso tempo uno spietato collezionista di teste e un intellettuale (…) un pittore (…) un poeta e un giornalista, autore, tra le altre opere, di un rapporto di diciassette pagine («vibrante di eloquenza… un bel saggio di scrittura») alla Società internazionale per la soppressione delle usanze selvagge. Al termine del rapporto, pieno id nobili sentimenti, Kurtz scarabocchia con mano malferma: «Sterminare tutti questi bruti!».»
(pp. 183-4)

Non è facile valutare quanto a lungo sarebbe potuto proseguire questo andazzo – gli stessi agenti bianchi si rendevano conto che le risorse locali non erano infinite: i rampicanti della pianta della gomma divenivano sempre più rari e ritirati nella giungla, e la popolazione congolese diminuiva a vista d’occhio (fra uccisioni, morti da fatica, malattie e calo delle nascite, ci fu un tracollo demografico). Certo, fino a quando il quadro istituzionale avesse espresso come priorità lo sfruttamento intensivo, le cose non sarebbero cambiate molto.
Sul finire del secolo però intervenne un imprevisto.

(Continua…)

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