Bridal mask

Bridal Mask è un drama che ha riscosso un successo mostruoso in Corea e che anche da queste parti ha fatto furore, in un crescendo febbrile di attesa dei nuovi episodi per raggiungere il culmine con la sua tragica conclusione. Commozione. Partecipazione. Anticipazione. Man mano che seguivo gli episodi, tuttavia, mi sono accorta che la mia reazione prevalente era di irritazione. Ci sono voluti tempo, rimuginamenti e lunghissime discussioni per cercare di rintracciare la scaturigine di questo mio fastidio.

Al centro del drama ci sono due amici, Kangto (Ju Wŏn) e Shunji (Pak Ki-ung), che vengono divisi dal mondo e dalla storia. Siamo negli anni Trenta, la Corea è stata annessa dal Giappone che la sfrutta come fonte di risorse e testa di ponte logistica per le operazioni militari in Cina. Tutto questo non importa poi molto a Kangto e Shunji: il primo è un coreano integrato nella polizia giapponese, e non esita ad usare modi spicci e violenti nei confronti dei suoi compatrioti pur di raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; il secondo è un giapponese di ottimi natali che però ha voltato le spalle alla famiglia di origine per diventare insegnante elementare, molto benvoluto dai suoi alunni e dalle loro famiglie (tutti coreani).

Da qualche tempo però Kangto ha una spina nel fianco: un eroe dal volto nascosto da una gaksit’al (una maschera da sposa) compie scorribande ai danni delle autorità giapponesi in Corea; Kangto è sempre sulle sue tracce, ma Gaksit’al ogni volta riesce a dileguarsi nel nulla.
Dopo mille trappole e appostamenti, Kangto riesce finalmente a catturarlo ed a ferirlo a morte, ma la scoperta della sua vera identità lo sconvolge. Travolto dall’ira indossa a propria volta la gaksit’al e vendica i torti subiti dalla propria famiglia massacrando a mani nude l’uomo che considera responsabile: il suo diretto superiore Kenji, fratello maggiore di Shunji. Tutto questo avviene sotto gli occhi esterrefatti di Shunji, e da quel momento il destino di entrambi subisce un cambiamento radicale.
C’è una scena, molto bella, in cui si riesce quasi a toccare l’incrinatura appena accennata che finirà per spaccare le vite di entrambi: Shunji e Kangto attraversano in bicicletta un campo fiorito; Shunji pedala e Kangto, quasi inebetito dagli eventi, è seduto dietro di lui. Ad un certo punto Shunji ferma la bicicletta ed inizia a piangere la perdita del fratello. Kangto, la fronte appoggiata alla schiena di Shunji, inizia a piangere a propria volta, ma quello che prova è molto più intricato: dolore e senso di colpa per la perdita dei propri familiari, orrore per quanto ha commesso, per aver fatto del male a Shunji. Piangono nello stesso momento, ma non piangono insieme. Dissolvenza.

Intera sequenza qui.

La loro vita non sarà più la stessa, e anche loro non saranno più gli stessi. Kangto inizia una doppia vita, diurna come poliziotto e notturna come nuovo Gaksit’al – in un primo momento solo per portare a termine la vendetta del suo predecessore, più avanti come vero e proprio combattente indipendentista coreano; Shunji prende il posto del fratello in polizia  con la missione di catturarlo.
Il primo percorre un cammino di redenzione, di immedesimazione nelle sofferenze e nei torti subiti dai connazionali sotto il tallone degli occupanti giapponesi, mentre il cammino del secondo è di dannazione, una spirale di furia e violenza che cancella ogni traccia della sua vita precedente.

Sulla carta le premesse sono ottime sia per un bel thriller drammatico con qualche risvolto narrativo dickiano (Kangto ha una doppia identità e deve indagare su se stesso senza destare sospetti), sia per una rivisitazione critica del periodo dell’occupazione coloniale giapponese in Corea (1910-1945), un periodo estremamente complesso e tuttora controverso, attorno al quale si coagulano ancora oggi tensioni diplomatiche fra Corea e Giappone (due casi di cui di recente è arrivata eco fin qui sono le controversie intorno alla schiavitù sessuale – ufficialmente non riconosciuta dal Giappone benché ampiamente documentata  anche negli archivi giapponesi – ed alla sovranità sull’isola di Dokdo/Takeshima). In realtà ben presto il drama prende una strana piega.
Sotto il profilo drammatico, la trama funziona abbastanza bene, nonostante il logoramento dovuto al tira-e-molla della doppia vita di Kangto (viene arrestato e scagionato più volte, incastrato e liberato più volte) dovuto in parte al fatto che il drama è stato notevolmente prolungato in corso d’opera. La tensione più intensa ovviamente è scatenata dall’attesa del momento in cui Shunji scoprirà che il suo migliore amico e Gaksit’al, l’assassino di suo fratello, sono la stessa persona: come reagirà? Cosa farà? Che effetto avrà sulla spirale di follia in cui è precipitato? Salveranno la loro amicizia o prenderanno atto di trovarsi irrimediabilmente su due fronti opposti della barricata?

A mio (im)modesto parere, il contrasto fra amicizia e contrapposizione storica e politica era più che sufficiente, ed il tentativo degli autori di infilarci una specie di triangolo amoroso (con un personaggio trascurabile, tra l’altro) ha solamente intorbidito la tensione emotiva, ma pace, ed in fin dei conti gli ascolti in patria sembrano aver dato loro ragione. Non che questo basti a farmi cambiare idea.

Comunque so far, so good; i problemi grossi di Bridal mask vanno cercati altrove.

Innanzitutto nella caratterizzazione dei personaggi, che va di pari passo con la messa in scena delle relazioni fra giapponesi e coreani: fino alla sesta-ottava puntata possedevano molte sfumature di complessità: ad esempio, Kangto, in quanto integrato nelle autorità giapponesi, subisce un ostracismo molto violento presso i coreani stessi, che però non potendo prendersela direttamente con lui aggrediscono la madre ed il fratello disabile, dimostrando non poca vigliaccheria; una ragazza coreana entra in contatto con il movimento indipendentista e diventa una delatrice; il comandande in capo del corpo di polizia, Konno, pur non esitando ad utilizzare il pugno duro per mantenere l’ordine pubblico, ha un comportamento equanime nei confronti di Kangto, non tollera la discriminazione strisciante di cui è oggetto e crede nell’integrazione dei coreani e nella possibilità di consentire il massimo sviluppo dei loro talenti (benché pur sempre in un sistema di dominazione). Kangto stesso vede il lavoro in polizia sia come un mezzo per sostenere economicamente la famiglia, che grava interamente sulle sue spalle, sia come una straordinaria possibilità per mettere in luce le sue capacità: non si limita a fare il suo dovere, ma punta ad eccellere, a competere con i giapponesi sul loro stesso terreno (proprio all’inizio del drama assistiamo alla sua promozione ad ufficiale).
Dopo la morte di Kenji e del primo Gaksit’al, e lo sconvolgimento delle vite di Kangto e Shunji che ne segue, però, gli autori si appiattiscono su una prospettiva manicheistica e superficiale. Viene tracciata una linea molto netta fra i buoni ed i cattivi. Dopo altre quattro o cinque puntate interlocutorie, nelle quali vengono fatti entrare in scena gli ultimi personaggi di rilievo (in particolare l’assassina Ueno Rie/Ch’ae Hong-ju, interpretata da Han Ch’ae-a), non rimane più molto da scoprire circa l’identità di buoni e cattivi. Questa nettezza di giudizio si riflette anche nell’evoluzione dei personaggi principali, che vivono in maniera sofferta la propria identità e che nel corso del drama giungono a riconoscerla e ad accettarla.
Kangto, dopo averla indossata una volta per portare a termine la sua vendetta, si trova legato alla gaksit’al: aver ucciso Kenji non lo libera dal tormento suscitato dalle ingiustizie subite dai coreani, che ora percepisce sulla propria pelle; continua a colpire mosso da motivi personali, ma anche e sempre di più saldando le proprie azioni a finalità politiche collettive, aiutando il movimento indipendentista, e sempre più consapevole del fatto di rappresentare, grazie alla gaksit’al, un simbolo identitario e di speranza. Kangto, attraverso un lungo travaglio interiore, riesce a trovare un proprio posto, un proprio ruolo, e ad esso infine si immola anima e corpo. Il finale lo vede combattere insieme ad altri insorti, tutti travestiti da Gaksit’al: Kangto si dissolve come individuo, mentre a sorgere sono i coreani (tutti eroi?), uniti nella causa comune dell’affermazione della propria identità e della rivendicazione dell’indipendenza.

Shunji all’inizio della storia è un insegnante mite e gentile, molto amato dai suoi piccoli alunni, che mantiene il riserbo sui propri legami con la famigerata famiglia Kimura. Dopo aver visto Gaksit’al uccidere Kenji, torna dal padre (con il quale aveva rotto ogni rapporto) e gli chiede la possibilità di vendicarsi, catturando Gaksit’al. In quello stesso colloquio lo tranquillizza aggiungendo di aver capito “di essere giapponese fino al midollo”. In quel momento la regia ammicca al pubblico suggerendo che potrebbe darsi di un espediente per assicurarsi l’appoggio paterno; tuttavia Shunji ci viene mostrato al ritorno in classe dopo i fatti del fratello, ed è un uomo diverso: è già diventato estremamente severo, persino ostile nei confronti dei bambini che, come tutti i coreani, idolatrano Gaksit’al e le sue gesta. Dà prova di una efferatezza che non farà che aumentare in seguito al suo ingresso in polizia: il mite Shunji non si fa scrupolo di adoperare minacce, torture fisiche e psicologiche, di uccidere a sangue freddo per il solo gusto di farlo. La spirale di odio, violenza e smania di dominio in cui precipita sfugge al suo controllo – lui stesso ogni tanto si blocca inorridito dalla folgorazione dell’enormità delle proprie azioni, ma l’esitazione dura lo spazio di un istante, e la sua furia e le sue ossessioni hanno ogni volta la meglio.
Shinji e Kangto non sono gli unici personaggi in lotta con se stessi per ritrovare la propria identità: ampio spazio è dato a Ch’ae Hong-ju, che ripudiato le proprie radici e dopo essere stata adottata da un potente uomo d’affari giapponesi ha cambiato nome in Ueno Rie, ma in seguito all’incontro con Kangto entra in una profonda crisi personale e riscopre infine la propria coreanità; una piccola finestra è aperta anche per Lee Hae Suk/Tamao, giovane rampollo di una nobile famiglia coreana alleatasi con le autorità giapponesi, che si riscuote dal proprio stile di vita vacuo e decadente per fedeltà ai compatrioti.
(La scelta dei doppi nomi per i personaggi alle prese con una identità molteplice non è casuale: verso la fine degli anni ’30 le autorità giapponesi avviarono un’opera di nipponizzazione della società coreana – come avevano già fatto con la società giapponese, in origine estremamente eterogenea; fra i provvedimenti ci fu il bando della lingua coreana e l’obbligo di adottare un nome giapponese. Lo stesso Kangto ha un nome giapponese, Sato Hiroshi, con il quale decide di farsi chiamare in polizia dopo l’assunzione dell’identità segreta di Gaksit’al: si tratta però solamente di un’altra maschera, a beneficio dei giapponesi con i quali ha continuamente a che fare.)

Sorge il dubbio che, nella rappresentazione degli autori, esista una precisa continuità fra le scelte di vita dei personaggi e la loro appartenenza etnica e identitaria. Kangto cerca di vivere da giapponese, ma non ci riesce. Shunji cerca di vivere da coreano, ma non ci riesce. Il sangue ha la meglio, sempre. È un destino. Non lo si può eludere, non gli si può voltare le spalle, se non rinunciando alla propria dignità.
I risvolti di queste scelte di caratterizzazione sono estremamente ambigui. Non è chiaro se la violenza e l’oppressione siano associati al sistema di dominio istituito dai giapponesi in Corea od ai giapponesi in quanto popolo. C’è un solo personaggio giapponese (di sangue) non violento, e si tratta di una spalla comica. Tutti gli altri si possono incasellare in categorie piuttosto rigide alle quali è associato in maniera implicita un giudizio di valore. Sotto il profilo narrativo, prima ancora che da un punto di vista storico, si tratta di un approccio assurdo. BTW, a me dà anche molto sui nervi. (Senza contare che è il genere di discorso fornisce argomenti ai nazionalisti giapponesi che si lamentano del bashing in Corea; ora, dare argomenti a simili figuri è di per sé imperdonabile!).

Il problema vero, che si ripete e ripropone in ogni ambito del drama, è la sua visione bicroma del periodo coloniale giapponese. Ci sono gli occupanti giapponesi, animati da una non meglio chiarita smania di dominio, ed i compatrioti coreani, le cui aspirazioni sono di libertà, giustizia e felicità. Bianco/nero. Buoni/cattivi. Be’, un fico secco.
Quelle coloniali sono sempre esperienze estremamente controverse, sulle quali è difficile tracciare bilanci; quella giapponese in Corea poi è stata doppiamente controversa, complicata dalla selva di discorsi contraddittorii prodotti da tutti gli attori in gioco. Per fare un esempio, il colonialismo europeo in Asia ed Africa era fortemente caratterizzato dall’ideologia razziale, mentre nel caso coreano i giapponesi stessi si presentarono come colonizzatori “razzialmente omogenei” ai coreani, proponendo una via alternativa in chiave anti-bianca. In realtà poi la discriminazione si ripropose, con altre declinazioni.
In Giappone c’erano molte voci diverse in seno allo stesso governo intorno alla politica da seguire in Corea; sulla sedia di Governatore generale si avvicendarono personaggi diversi, con orientamenti anche molto distanti. Le politiche assimilazioniste per le quali i giapponesi sono più ricordati oggi in Corea (e nessuno intende sostenere che non fossero violente) furono adottate solamente nell’ultimo decennio, con lo Stato Maggiore che cercava di incrementare il controllo sulla penisola per assicurare sostegno alle truppe impantanate in Cina; secondo me non è giusto adottarle come unica lente attraverso la quale cercare di valutare quel periodo.

Per finire, è profondamente sbagliato – oltre che pericoloso – appiattire un gruppo umano disomogeneo, definito su basi etniche perdipiù!, alle politiche di una autorità politica. C’erano giapponesi sinceramente innamorati della cultura coreana e che vi hanno dedicato tutta la vita, come c’erano personaggi biechi e brutali per i quali i coreani non avevano più dignità di vivere di un qualsiasi animale, come c’erano funzionari giapponesi ai quali interessava solamente arrivare a fine mese e di quel che capitava ai coreani importava poco e niente. Allo stesso modo c’erano coreani che hanno salutato favorevolmente l’arrivo dei giapponesi perché erano esasperati dalla loro classe dirigente incapace, corrotta ed ipocrita, come c’era chi cercò di instradare la Corea (che ancora nei primi del ‘900 era un Paese feudale) su un percorso di ammodernamento e si dovette scontrare con l’opposizione interna della nobiltà, poco disposta a rinunciare ai privilegi di casta ed al sistema schiavile, c’era chi mise la testa nella sabbia ed auspicò che la Corea rimanesse isolata dal resto del mondo, e chi semplicemente doveva mettere insieme il pranzo con la cena, sia che alla guida della Corea ci fosse il re sia che ci fosse un generale giapponese.
La sfida maggiore del drama sarebbe stata riuscire a rendere (almeno in parte) questa complessa varietà; gli autori invece hanno trovato più facile o utile realizzare un polpettone in salsa moralistico-nazionalista, sfornato in una confezione succulenta (costumi, scene, musiche e coreografie dei combattimenti sono estremamente curati).
Ma per me che amo il dubbio, la complessità, la destabilizzazione, partire dal complesso per arrivare a due chiare caselline è irritante, ed ancor di più deludente.

Mi piace chiudere un post così polemico con un’immagine di Ju Wŏn e Pak Ki-Ung che fanno gli scemi sul set dell’ultimo episodio. Il video, come il secondo del post di White Christmas, è stato realizzato da Valinor, con la quale ho allegramente bisticciato a lungo sui messaggi veicolati da questo drama e sui suoi personaggi.

Titolo: Gaksit’al (각시탈)
Traduzione del titolo: La maschera da sposa
Regia: Yun Sŏng-shik
Sceneggiatura: Yu Hyŏn-mi
Opera originale: manhwa omonimo di Hŏ Yŏng-man (1975)
Interpreti principali: Jun Wŏn, Pak Ki-ung, Jin Se-yŏn, Shin Hyŏn-jun, Han Ch’ae-a
Episodi: 28
Paese (canale, anno): Corea del Sud (KBS2, 2012)

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