Gli spettri del Congo /3

La distanza, la diffusa accettazione del modello di sviluppo coloniale e del razzismo, e non ultima l’opera di pubbliche relazioni di Leopoldo facevano sì che in Europa e negli Stati Uniti il Congo non fosse che una vaga idea, un padiglione da esposizione universale, una terra ricca di risorse abitata da semplici che i colonizzatori bianchi avrebbero condotto per mano sulla via della civiltà. I pochi che ne sapevano di più erano in qualche misura coiteressati, e non facevano troppe domande.
Un giorno l’azienda di trasporti marittimi che da Liverpool gestiva in esclusiva i trasporti marittimi da e per lo Stato Indipendente del Congo assegnò ad un giovane impiegato, Edmund Morel, la gestione dei registri di imbarco. Morel, vedendo che dal Congo arrivavano avorio e gomma e dal Belgio ripartivano solamente armamenti, fece due più due e dopo aver (molto rettamente, forse un po’ ingenuamente) fatto presente la situazione ai suoi superiori, fece della lotta al sistema di sfruttamento leopoldino la sua causa. Fondò una rivista, si mise in contatto con funzionari, agenti di commercio, funzionari congolesi disillusi ma fino ad allora reticenti a parlare; organizzò conferenze in giro per mezzo Regno Unito e negli Stati Uniti. Insomma, per farla breve, sollevò un grandissimo casino. I governi delle potenze europee non avevano troppa voglia di mettere in discussione il potere costituito di un altro sistema coloniale, benché i manifestanti non fossero schierati contro il colonialismo in sé, ma i rapporti inviati dai loro emissari in Congo confermavano le denunce di Morel, che trovò sostegno anche nella Chiesa d’Inghilterra e presso svariati parlamentari, mentre l’opinione pubblica anglofona era piuttosto infervorata circa il caso del Congo.
In realtà l’opinione pubblica belga fu più scandalizzata dai comportamenti privati del suo anziano re, che aveva troncato i rapporti con le tre figlie, si era preso per amante una prostituta sedicenne, e con i ricavi della spoliazione del Congo (che erano sua proprietà privata, non erano sottoposti al controllo politico belga – anzi, i libri mastri furono bruciati alla sua morte) costruiva palazzi a Parigi ed in Provenza per sé e per la ragazza (prima di morire le assegnò anche un lascito milionario).
Come che sia, i governi europei e statunitense fecero discrete pressioni su Leopoldo, ed alla sua morte il successore Alberto ed il governo belga ammorbidirono i metodi adotatti (anche se l’essenza di sfruttamento del rapporto coloniale non cambiò significativamente).

Edmund Morel, conclusasi la battaglia d’opinione per il Congo, si buttò in quella contro la Prima Guerra Mondiale (fu tra gli ispiratori di Bertrand Russel) e si fece anche un bel po’ di galera. Roger Casement, il diplomatico britannico che più si era speso insieme a Morel e che per primo aveva denunciato al Foreign Office quello che accadeva in Congo, finì impiccato per alto tradimento come fiancheggiatore dell’indipendentismo armato irlandese (né al processo la sua omosessualità fu di aiuto).

Curiosità: prima di morire Leopoldo non cedette l’État indépendant du Congo al figlio (che in teoria avrebbe dovuto ereditarlo insieme agli altri suoi beni terreni) o allo Stato belga, bensì vendette le sue partecipazioni alle compagnie commerciali che detenevano i diritti di sfruttamento. Mi chiedo cosa pensasse di fare, sul letto di morte, dei soldi ricevuti dallo Stato belga in cambio delle quote azionarie congolesi: non è che potesse portarseli di là.
La seconda cosa che mi chiedo è come lo Stato belga abbia gestito il debito contratto per l’acquisto delle partecipazioni azionarie congolesi. Nel 1908, alla morte del re, il parlamento votò l’annessione dell’État indépendant du Congo che prese il nome di Congo belga. È possibile che i governanti belgi abbiano girato il debito sul bilancio del neonato Congo belga? Quanto era diffusa la pratica di segnare gli attivi (risorse prelevate) nel bilancio della madrepatria ed i passivi (spese belliche e per qualche infrastruttura) in quello della colonia?

Il libro di Hochschild è tremendamente interessante e straricco di spunti, ma il taglio giornalistico, se per un verso lo rende assai scorrevole alla lettura, per un altro fa sì che essi non siano sviluppati al di là del rimando, dell’allusione. Hochschild preferisce lanciarsi, sul piano narrativo, nel confronto a distanza fra le figure titaniche di Leopoldo II e Morel, mentre lo stile è di denuncia scandolizzata come solo uno statunitense può fare (immagino sempre che cadano dal pero con un grande tonfo; o forse siamo noi europei ad essere troppo cinici?).
Ha comunque il merto di aver rintuzzato il mio già divampante interesse per le faccende coloniali. Com’è possibile che se ne parli così poco, per di più sempre riferendosi agli altri? Urgono altre letture!

(Parentesi sul lobbismo)
Hochschild accenna all’attività di lobbying condotta da Leopoldo per ottenere il riconoscimenti statunitense alla sovranità sul bacino del Congo della sua Associazione. Facoltosi addentellati di sua fiducia organizzavano feste e ricevimenti in onore di politici, burocrati e figure istituzionali in grado di influire sulle decisioni politiche; facevano loro qualche dono, talvolta offrivano partecipazioni nelle compagnie commerciali che avrebbero sfruttato le risorse congolesi. Ai direttori di giornali (che si trovavano più in basso nella scala sociale) invece inviavano direttamente pacchi di soldi.
(Parallelamente, Leopoldo si era fatto rassicurare da giuristi europei eminenti circa il diritto delle società private ad agire alla stregua di Stati sovrani nel concludere trattati con i “selvaggi”.)
Cosa è cambiato oggi? Possono rientrare in questa categoria di comportamento le feste, le vacanze, le case pagate da imprenditori a figure politiche? Quanto il sistema democratico (ma anche l’Inghilterra seicentesca non era molto diversa, quindi forse si dovrebbe parlare di sistema di governo tout-court) è infiltrato dai gruppi di interesse?

(Parentesi sul filantropismo ottocentesco)
Nell’Ottocento erano numerosissimi i movimenti e le associazioni filantropiche: gruppi di persone benestanti che si ponevano come obiettivo il miglioramento materiale e spirituale di qualche gruppo sociale disagiato. Tuttavia, per quanto sicneramente animati di buone intenzioni, si trattava di movimenti caratterizzati da un fortissimo paternalismo: i disgraziati di turno erano considerati del tutto incapaci di compiere ed esprimere valutazioni su se stessi, sul proprio stile di vita e sui propri bisogni (altrimenti non si sarebbero trovati nella situazione di difficoltà in cui stavano). Sarebbero stati i filantropi a decidere cosa fosse bene per loro, che tipo di modello di vita avrebbero dovuto seguire (ai tempi andava forte il binomio devozione cristiana & valore redimente del lavoro).
Questa logica si applicava sia ai poveri ed agli emarginati del proprio Paese (per loro furono creati i tremendi orfanitrofi e workhouse nel Regno Unito), sia, in seguito agli abitanti non bianchi delle colonie: i filantropi erano convinti che i boveri degri non fossero in grado da soli di vivere una vita civile, che avessero bisogno della guida dei colonizzatori bianchi.
Creava allarme che i congolesi fossero alla merché di mercanti di schiavi «arabi». L’Associazione leopoldina raccoglieva consenso quando proponeva di “guarire gli africani dalla loro pigrizia mettendoli al lavoro”; a creare scandalo furono i metodi “poco cristiani”, non tanto il sistema di dominio, oppressione e sfruttamento, visti più come mali necessari, una medicina amara da somministrare ad un malato.

(Parentesi sul doppio binario filantropismo/convenienza economica)
La compresenza di finalità filantropiche e di una evidente convenienza economica può sembrare ipocrita (ed in una certa misura lo è), ma penso che in realtà i confini fra le due fosse più sfumata di quanto possa sembrare oggi.
Ad esempio lo sfruttamento delle risorse locali costituiva senz’ombra di dubbio un affare redditizio, ma era anche considerata un’attività dotata di un suo valore morale: Dio aveva creato la Terra e ne aveva fatto dono all’uomo, e stava all’uomo, attraverso gli strumenti messi a disposizione della scienza, creare le condizioni per vivere secondo morale e civiltà. I selvaggi, che i primi studi antropologici ponevano su un piano di evoluzione sociale (e spesso intellettuale) arretrato rispetto a quello dei bianchi, potevano essere tratti dal loro stato semi animalesco ed instradati sulla via della civiltà, illuminati dalla luce della Ragione.
Certo, in certi settori del grande complesso di istituzioni messe in moto dalle attività coloniali prevalevano alcune motivazioni ed in altri altre, ma di fatto penso realmente che esistessero entrambe.
Dopotutto non è così semplice tracciare una linea di separazione fra motivazioni di sicurezza strategica, volontà di controllo su una risorsa energetica, interessi delle aziende appaltatrici della difesa (che fanno attività di lobbying a tutto spiano), e desiderio di far cadere un regime oppressivo e sanguinario nella decisione statunitense (che in patria ebbe un forte sostegno da parte dell’opinione pubblica) di attaccare l’Iraq di Saddam Hussein nell’ormai lontano 2003 (per fare un esempio). I piani erano tutti sovrapposti: le aziende appaltatrici parlavano di interessi (il loro cliente era solvibile in petrolio), ma anche di patriottismo nel sostenere le politiche governative; all’opinione pubblica fu condita la motivazione patetico-umanitaria, ma anche quella della sicurezza nazionale (un ruolo dell’Iraq negli attentati alle Torri Gemelle…?); e sono dell’idea che persino le persone al vertice del governo Bush (alle quali, perlomeno qui in Europa, non siamo soliti associare la categoria dell’etica) trovavano sostegno morale alle loro decisioni nella consapevolezza di eliminare un dittatore sanguinario (foraggiato dagli US in passato, ma non sottilizziamo). Certo, poi hanno combinato dei disastri ovuenque siano passati, ma questo è un altro discorso.

P.S.
Il paragone con l’Olocausto è del tutto fuori luogo, e deve essere stato inserito unicamente come richiamo di marketing. Chi è poi a non avere rispetto e bla bla bla? Che pratica irritante!

Titolo completo: Gli spettri del Congo. Re Leopoldo II del Belgio e l’Olocausto dimenticato
Autore: Adam HOCHSCHILD
Editore: Rizzoli Anno: 2001 (Edizione originale: 1998) 427 pagg.
Titolo originale: King Leopold’s Ghost
Traduzione del titolo: Il fantasma di Re Leopoldo
Traduttrice: Roberta Zuppet
ISBN: 978-88-17-86755-9

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