Ho freddo

Prima di iniziare a parlare di Ho freddo, occorre sgombrare il campo da un equivoco: non si tratta di un libro di vampiri. O meglio: non in senso classico. Niente aglio, niente croci, niente canini acuminati, ma anche niente carnagione che brilla alla luce del sole: niente Lestat e niente clan Cullen. Allo stesso tempo però, pur nella sua assenza, la figura del vampiro riesce a tenere il centro della scena. Si tratta di un’idea, un’ipotesi con la quale prima o poi tutti i personaggi del romanzo devono fare i conti – ciascuno a proprio modo.

Siamo a Rhode Island, nei primi anni dell’Ottocento o negli ultimi del Settecento – non ricordo bene. La storia inizia con l’arrivo nell’operosa e timorata cittadina di Cumberland di una coppia di gemelli provenienti dalla Vecchia Europa: Aline e Valcour de Valmont. Di origine francese e riparati in Inghilterra prima dello scoppio dei disordini rivoluzionari, i de Valmont sono appassionati studiosi di medicina ma prima ancora convinti libertini, nel senso di liberi pensatori di formazione razionalista. Aline è una ricercatrice da laboratorio, e si affida ad un razionale (e talvolta irrazionale) materialismo; Valcour invece è un medico, dà molta importanza al rapporto con il paziente, e l’esercizio del dubbio lo porta a non escludere a priori anche ipotesi incredibili, irrazionali. Anzi, l’idea del vampirismo esercita su di lui un’attrazione che va ben al di là della curiosità professionale: sotto le ceneri di un atteggiamento scettico e pragmatico, cova in lui l’ossessione trasmessagli dal padre in fittissimi scritti, ovvero la convinzione che la consunzione che aveva ucciso loro madre fosse in realtà dovuta al nefasto influsso di un personaggio vampiresco del quale Madame de Valmont sarebbe diventata succube. Ai gemelli de Valmont si affianca un terzo personaggio centrale: Jan Vos, pastore protestante immigrato dall’Olanda, nel quale trovano un amico leale, anche se di convinzioni assai distanti.
Il romanzo è diviso nettamente in quattro parti, ciascuna sviluppata intorno ad una morte (o ad una serie di morti ravvcinate) per consunzione; a ciascun caso (caso clinico, ma anche indagine e fonte di tensione e orrore) Valcour, Aline e Jan devono applicare le loro competenze mediche, psicologiche e deduttive per cercare di giungere, se non ad una spiegazione soddisfacente, almeno ad uno scioglimento che consenta di andare avanti, alla ricomposizione della vita quotidiana anche se con qualche ammaccatura.

L’architettura logica e narrativa di ciascuna storia e del loro complesso mi sono sembrate solide: il romanzo si lascia seguire ed è convincente, a tratti persino sorprendente. Considerando che su vampiri e vampirismo si sono spesi fiumi d’inchiostro, non mi sembra un risultato da poco.
In effetti Manfredi ha raccolto una ricca documentazione storica riguardo alle epidemie vampiriche e di consunzione e mal di petto in quel periodo storico, si è premurato di visitare i luoghi di cui parla, ed ha approfondito lo stato della scienza medica del tempo. Come dire: ha fatto con zelo i compiti a casa, ed ha montato una costruzione coerente con solide fondamenta.
Tuttavia sul versante stilistico ci sono diverse note dolenti. Innanzitutto la prosa: l’italiano è poco originale, in quale punto goffo o arrancante/macchinoso sotto il profilo sintattico; per di più appesantito da un’aggettivazione eccessiva, non di rado banale o formulaica (es. “cupa disperazione”: mai vista una disperazione radiosa). Si tratta di una considerazione da manuale di scrittura, che normalmente avrei sottovalutato; in presenza di buone idee per un buon romanzo senza aspirazioni alate, però, la pulizia della prosa può fare realmente la differenza, e con Ho freddo me ne sono resa conto. Un altro esempio di zavorramento della scrittura di Manfredi è il freqente info dumping (perché ha relativa importanza sapere, nel momento in cui un personaggio entra in una casa, da che lato della stanza si trova la cassapanca del piano di sopra, a maggior ragione se il personaggio in questione non ci salira mai, né entrerà più in quella casa; e via dicendo). Tutte cose a cui non ho fatto tanto caso per un periodo incredibilmente lungo della mia storia di lettrice; vorrei imparare a prestarvi più attenzione.

A conti fatti, Ho freddo mi ha dato l’impressione di raccogliere quattro avventure di personaggi che non stonerebbero in un fumetto (Manfredi ha scritto varie cose per le serie di Magico Vento e Dylan Dog) in forma di prosa; a me sta benissimo, quello che conta è il risultato. Qui la scrittura avrebbe bisogno di una bella ripulita con la striglia, ma le premesse per un romanzo coi baffi secondo me ci sono.
So che di Manfredi esiste un altro romanzo, Magia rossa, che conto di non lasciarmi scappare – prima o poi.

Autore: Gianfranco MANFREDI
Editore: Gargoyle Books Anno: 2008 546 pagg.
ISBN: 978-88-89541-25-8

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