1Q84 Libri 1 e 2

Faticosa come una maratona. La lettura di 1Q84 in originale non è stata particolarmente ostica (a parte il passaggio sull’ombra in Jung, di cui non ho capito niente), ma mi ha obbligata a sviluppare una certa resistenza, se non altro per via delle sue dimensioni: i primi due libri presi insieme contano 1’055 pagine, una mole considerevole anche per un libro in italiano. Ho anche il terzo libro da parte, ma dopo mesi e mesi di prosa murakamiana sento l’esigenza di variare un po’; per qualche mese rimarrà dov’è, ancora avvolto nella carta della libreria.

Tōkyō, 1984: una giovane donna, Aomame, è rimasta imbottigliata nel traffico della tangenziale. Alla radio stanno trasmettendo la Sinfonietta di Janáčeck. Aomame ha un appuntamento al quale non può tardare, perciò smonta dal taxi, costeggia le automobili in fila attirandosi gli sguardi stupefatti dei passeggeri, e torna in centro città scendendo da una scaletta laterale di emergenza. Il tassista le lancia un avvertimento sibillino. Ma Aomame ha fretta; ringrazia e se ne va.
Parallelamente si svolge un’altra storia: sempre a Tōkyō, sempre nel 1984, Kawana Tengo raccomanda caldamente a Komatsu, redattore di una casa editrice, il romanzo di una ignota esordiente intitolato 『空気さなぎ』(“La crisalide d’aria”), in cui la protagonista si ritrova in un mondo in cui sorgono due lune. La trama è originale, il punto di vista insolito, ma la prosa è un disastro. Tengo, a sua volta uno scrittore in erba che ancora non si è fatto un nome, accetta di riscriverlo dopo aver ricevuto il beneplacito della giovane autrice, un’adolescente bella come una statua ma completamente abulica.
Aomame arriva in tempo per il suo appuntamento importante e svolge professionalmente il lavoro per cui è stata ingaggiata: assassinare un uomo responsabile di violenze domestiche che sarebbe troppo difficile per la vittima perseguire per vie legali. Terminato il lavoro si concede una serata di sesso occasionale con uno sconosciuto incontrato in un bar, e poi riprende tranquillamente il suo lavoro normale di trainer in una palestra eslcusiva. Al calar del sole però si rende conto con sgomento che in cielo ci sono due lune: vicino alla solita, luminosa bianca e tonda, ne è comparsa un’altra, verdognola e vagamente deforme. E ci sono altre incongruenze fra il mondo in cui si trova e quello che conosceva; se prima era nel 1984, ribattezza quello in cui si trova “1Q84” (in giapponese “9” e “Q” hanno la medesima pronuncia).
Il romanzo di Fukaeri riscritto da Tengo vince il premio per giovani esordienti della casa editrice e diventa un bestseller. Tengo riprende il suo lavoro di insegnante di matematica presso una scuola pomeridiana supplementare (in Giappone si frequentano per migliorare il rendimento scolastico in vista degli esami), ma intorno a lui iniziano ad accadere cose strane. La donna che frequenta scompare senza una parola, e Tengo riceve una chiamata iraconda del marito. A scuola riceve la visita di un personaggio equivoco, Ushikawa, emissario non si sa bene di chi, che conosce il suo ruolo dietro a “La crisalide d’aria” e gli propone un generoso compenso in cambio dei diritti sul nuovo romanzo che sta scrivendo (non c’è bisogno di dire che Tengo non ha fatto parola con nessuno di entrambe le circostanze). Infine riceve una chiamata da Fukaeri che gli preannuncia che sparirà per un po’ e così accade, con grande costernazione di Komatsu.
Aomame accetta un altro incarico di assassinio: questa volta si tratta del capo di una setta/comune che parrebbe responsabile di numerose efferate violenze sulle ragazze affiliate. Questo lavoro sarà diverso dagli altri e sarà anche l’ultimo di Aomame, che dovrà far perdere le proprie tracce per sfuggire alle ritorsioni della setta. Aomame accetta perché sente di non avere niente da perdere. Non c’è niente che rimpiangerebbe, nella vita che conduce. La stella fissa al centro della sua esistenza è qualcosa che non può esserle portata via: si tratta del ricordo di un compagno di scuola delle elementari, che un giorno l’aveva difesa dai compagni e l’aveva tenuta per mano. Aomame ricorda ogni istante di quei pochi momenti trascorsi insieme: il tepore gentile della sua mano; la luce che cadeva nell’aula; il silenzio. Avrebbe voluto ringraziarlo, ma le era mancato il coraggio, e quando si era trasferita in un’altra scuola ne aveva perso per sempre l’occasione.
Anche Tengo conserva un ricordo particolarmente caro dei tempi delle elementari: quello di una bambina taciturna di cui aveva tenuto stretta la mano, per pochi interminabili istanti, in un’aula deserta. Proprio Aomame. Tengo avrebbe voluto dirle qualcosa, rivivere il mistero di quei momenti, ma Aomame si era trasferita in un’altra scuola, e Tengi ne aveva perso per sempre l’occasione. Forse. Perché un giorno guardando il cielo notturno si accorge che…

Wooah. Riprendo fiato. Ed iniziamo a parlare di Muramami.
Solitamente i libri di Murakami funzionano come scivoli: nel giro di poche pagine si sale la scaletta e si scivola giù, ritrovandosi di là.

Yoshimoto / Murakami Haruki

Siccome era così efficace, non mi sono mai posta troppi problemi riguardo alla sua prosa. In un certo senso è simile ad una ciabatta: confortevole, ma con assai meno carattere di un paio di pedule o di scarpe da soirée. Leggendo in originale però sono stata molto più aggressiva nei confronti del testo. Ho dovuto fermarmi su ogni frase ed osservarne la struttura, prendere nota dei vocaboli, prima di poter saltare al suo significato ed al contributo che dava alla costruzione della storia. Dopo alcune centinaia di pagine, ho finalmente capito molte delle critiche che avevo sentito muovere nei confronti della sua prosa.
Non è bella. La bellezza letteraria sembra al di fuori degli orizzonti di Murakami; semplicemente, non se ne dà pena. Gli capita di essere ripetitivo, dice le cose direttamente o le fa dire ai suoi personaggi invece di lasciarle emergere a poco a poco dalla tessitura delle vicende; e poi, anche dopo il passaggio dalla prima alla terza persona, è rimasto sostanzialmente monocorde. In una parola, Murakami è sorprendentemente trascurato. Si tratta di una scoperta piuttosto incresciosa dopo tanti anni. A me però continua a piacere: mi piace rimanere sorpresa dalle sue metafore materiali, mi piace l’atmosfera rilassata della logica matter-of-fact dei suoi personaggi. E poi, alla fin fine, quello che per un altro romanzo (un altro autore) sarebbe un peccato capitale, nel mio rapporto con Murakami non è che un aspetto marginale. Non leggo Murakami per andare in un brodo di giuggiole estetiche (per quello ci sono già Ariosto, Kawabata, Proust, la Yourcenair, la Morante), ma per sperimentare la straordinaria natura di porte delle sue opere narrative (porte aperte sull’oscuro e sull’insolito).

«Scrivere storie è un lavoro che richiede di immergersi nella propria anima. Si tratta di un mondo tenebroso, in cui vita e morte sono indistinte e caotiche. Un mondo privo di linguaggio, in cui non c’è una netta distinzione fra giusto e sbagliato.» (Intervista del 2008)

Quindi, se leggendo in originale ho avuto modo prestare attenzione maggiore ai dettagli – alla qualità del legno, alla stuccatura un po’ scrostata degli infissi, all’originalità della foggia – è vero anche che sono tornata al punto di partenza: siccome è così efficace, non mi importa più che tanto che la sua prosa non sia esteticamente estasiante. (Anzi vale la pena di chiedersi: forse deriva la sua efficiacia anche dalla scarsa raffinatezza della scrittura?) Murakami apre porte su un altro mondo – un’altra dimensione della realtà in cui l’ordine e la logica di questo mondo non sono onnipotenti; un caos indeterminabile in cui si verificano eventi strani la cui carica destabilizzante non viene sciolta da una spiegazione; un luogo la cui sola esistenza allenta la tenuta dei margini che definiscono il reale. Qualcosa di cui una persona analitica come me sente un gran bisogno.
Però è vero anche che, se la porta non si apre, l’effetto è disastroso: non resta che una scrittra trascinata al servizio di una storia vacillante. Mi è capitato con A sud del confine, a ovest del sole.

Tanizaki / Oe

Gli elementi più intriganti del romanzo però, secondo me, si trovano ad un livello diverso rispetto a quello dell’eleganza formale: più propriamente, nella sua architettura. All’interno del romanzo infatti vengono sviluppate due narrazioni: la narrazione di Aomame, e la narrazione di Tengo. Sono molto ben distinte, e procedono parallelamente senza interferire l’una con l’altra. Per un po’. Perché Murakami lancia richiami, allusioni, dissemina piccoli segnali, e ad un certo punto leggendo ci si accorge che la nettezza della divisione fra le due storie si è appannata, anzi, che le due storie sono legate insieme come due fili che escono dal medesimo garbuglio. Ciascuna rivela qualcosa dell’altra, ma non si giunge mai ad un chiarimento esaustivo. Murakami conserva un margine di indeterminatezza (come sempre).
Non è chiaro nemmeno in che relazione siano le due narrazioni. Per buona parte della lettura ho creduto che Aomame fosse entrata all’interno del romanzo di Fukaeri e Tengo – o meglio, che il loro romanzo fosse stato talmente potente da aver creato smagliature nella realtà, passaggi verso il 1Q84. Se fosse stato così, 1Q84 avrebbe creato un labirinto di specchi tramite la rifrazione virtualmente infinita del rispecchiamento fra realtà e finzione. C’è un passaggio (alla fine del primo capitolo del secondo libro) che mi ha fatta impazzire (battere mani e piedi mentre leggevo, cose così). Succede che Aomame chiede a Tamaru, l’assistente della Signora che le commissiona gli omicidi, di procurarle una pistola. Mentre ne discutono, Tamaru cita una delle leggi del racconto di Cechov: se in un racconto compare una pistola, bisogna farla sparare. Ma sta alludendo ad Aomame.

«È pericoloso ed illegale. Inoltre Cechov è un autore di cui ci si può fidare.»
«Però questo non è un romanzo. Stiamo parlando del mondo reale.»
Tamaru strinse gli occhi e guardò Aomame dritta in viso. Dopodiché disse lentamente: «Chi può saperlo?»
Fine del capitolo.
(Libro 2, p. 33)

Una metacitazione sulla realtà della finzione narrativa dall’interno di una realtà di finzione narrativa che crede di essere “reale”!? Fantastico! (Per la cronaca: la pistola procurata da Tamaru effettivamente spara un colpo).
In realtà invece la situazione è un più ambigua; 1Q84 è un mondo parallelo e la sua esistenza effettivamente interagisce con “La crisalide d’aria”, ma non in un semplice rapporto di generazione. I Little People del romanzo di Fukaeri sembrano esistere realmente, e realmente filano e tessono una crisalide d’aria per ciascuno; il mondo a cui la crisalide dà accesso, però, è per tutti il medesimo 1Q84?
Murakami lascia aperte moltissime domande. In un certo senso questo rende il finale frustrante: per mille e passa pagine i personaggi vanno in cerca di alcune cose ben precise affrontando difficoltà non da poco, ma alla fine del romanzo quelle cose sembrano ancora lontane. E tuttavia secondo me si tratta di un viaggio che si ripaga (come quello verso Itaca di cui parla Kavafis); i personaggi forse non raggiungono esattamente ciò che stavano cercando (andandoci così vicini!), però trovano molte altre cose; non sono rimasta insoddisfatta del finale.
Murakami ha scritto un terzo libro per concludere le faccende rimaste aperte; non so come se la cavi, e per il momento sono presa da letture abbastanza impegnative da non avere troppa voglia di rituffarmi nel 1Q84 per scoprirlo. Prima o poi però sicuramente – se non altro per nostalgia di quel mondo, di quel Giappone, di quella matter-of-factness murakamiana.

Kawabata / Mishima

A sproposito, da qualche anno a questa parte quando arriva l’autunno si sprecano le chiacchiere sulla candidatura di Murakami Haruki al premio Nobel per la letteratura. In tutta onestà sono piuttosto confusa e non so bene cosa pensare. Se esistessero dei criteri stringenti e precisi che guidano l’assegnazione del premio, forse riuscirei a farmi un’idea del quadro. Ma siccome nel campo letterario (diciamo artistico) le definizioni stringenti e precise sono di per se stesse fragili e resistono solo fino a quando qualcuno non le infrange, e siccome – perdipiù – il premio viene assegnato tenendo in considerazione anche fattori geopolitici, questa storia del Nobel a Murakami mi sembra indecidibile. Vabbe’. Visto che non ha bisogno di vendere più copie con una fascetta di lancio sui libri in commercio, spero che lo assegnino a qualcun altro.

Bilancio dei topoi murakamiani: orecchie, ragazze dissociate, gatti (all’interno del racconto “La città dei gatti”, ma non in giro per la storia), corvi, musica classica (solo la Sinfonietta) e jazz (non molto jazz). Si cucina poco, e non mi vengono in mente neanche sequenze oniriche. Anche se onirica è l’intera sfasatura fra realtà e 1Q84.
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Autore: 村上春樹 (MURAKAMI Haruki)
Editore: 新潮社 (Shinchōsha)   Anno: 2009   Book 1: 554 pagg / Book 2: 501 pagg
ISBN: 978-4-10-353422-8 (Book 1)
ISBN: 978-4-10-353423-5 (Book 2)

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8 thoughts on “1Q84 Libri 1 e 2

  1. Ci ho messo un po’ a capire il perché del tacco a spillo a Tanizaki… ^^’
    Ōe invece è proprio così: un pajo di solidi scarponi per addentrarsi tra i monti del Giappone.

  2. Grazie Hagane ^__^
    Sto rivalutando Mishima! L’ho sempre trovato un po’ ostico, ma adesso che mi sono imbarcata nella Tetralogia del Mare della Fertilità faccio scoperte insospettate una pagina dopo l’altra. Mi convinco sempre di più che tutta l’esibizione di estetica samuraica fosse una questione, appunto, di estetica più che di etica.

  3. Trovo molto interessante questa recensione per almeno due motivi. Il primo è che è scritta a partire dalla lettura del testo in originale, cosa decisamente rara su blog occidentali. Il secondo motivo per cui la trovo interessante è perché dà una spiegazione del motivo per cui a volte capita di leggere critiche al suo stile. Un suo traduttore americano, Jay Rubin, aveva scritto di sentire di aver “migliorato” lo stile rendendo in inglese “L’ucello che girava le viti del mondo”. Purtroppo i traduttori italiani non scrivono nulla sullo stile di M. e sulla loro esperinza e se gli si chiede esplicitamente come spiegano le critiche allo stile rispondono in maniera obliqua.

    • Grazie della visita e del commento. 🙂
      In effetti è un peccato che i commenti critici su Murakami Haruki scarseggino, vista e considerata l’entità del suo pubblico e che la sua candidatura al Nobel è diventata ormai un appuntamento autunnale fisso (delle mie riserve in merito ho già scritto).

      Sono a conoscenza di due articoli, scritti ciascuno da uno dei due traduttori italiani di Murakami, di cui si parla anche del suo stile.
      Ecco il link all’articolo di Antinietta Pastore:
      http://www.lindiceonline.com/index.php/component/content/article/63-l-indice/luglio-agosto-2013/1002-perche-non-taglia-perche-non-stringe
      Purtropo non trovo più il link a quello di Giorgio Amitrano.

      • Grazie, Tamakatsura, avevo letto l’articolo di Antonietta Pastore uscito su L’Indice quando era uscito. Mi piace molto come lei traduce Murakami. Se si legge “L’uccello che girava le viti del mondo”, si capisce che lavoro di traduzione deve aver fatto perché poi in realtà il testo è molto scorrevole. Non ha quei difetti di legnosità che a volte hanno le traduzioni. Ma credo che un serie di note interessanti sui problemi delle traduzioni di Murakami vista da diversi traduttori si trovi nel libro: “A wild Haruki chase: reading Murakami around the world”, 2006. Contiene anche un articolo di Murakami: “To translate and to be translated”.

  4. Grazie della segnalazione. L’avevo adocchiato all’uscita, ma purtroppo è fuori dai miei circuiti abituali di reperimento non dispendioso dei libri. Ma con la fama di Murakami in crescita (addirittura il suo accreditamento per un Nobel), posso sperare che un giorno o l’altro qualche biblioteca lo acquisti. Sempre che Einaudi-Mondadori, che ormai deve aver opzionato i diritti anche della bolletta del telefono del Nostro, non decida di pubblicarlo per fare cassa.

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