Neve di primavera

Neve di primavera - www.anobii.comHo titubato non poco prima di lanciarmi in questa piccola avventura lettoria che è la Tetralogia del Mare della fertilità di Mishima, incalzata dal dubbio che lo sforzo non avrebbe ricevuto una ricompensa adeguata: la scrittura di Mishima va ruminata ed inghiottita un boccone per volta, talvolta richiede di passare più e più volte sul medesimo passaggio per cogliere sfumature ed implicazioni. Neve di primavera invece è stato una bella sorpresa: sarà perché si tratta di una rilettura, sarà che nel frattempo sono cambiata io, ma mentre mi aprivo un varco fra arazzi ed ornamenti della sua prosa poco accomodante, mi sono concessa il lusso di prestare particolare attenzione alla forma, indugiando specialmente sulle immagini poetiche. Alla prima lettura non mi ero accorta che si trattasse di un testo così ricco ed affascinante, ne sono rimasta conquistata. Ora però mi trovo davvero in difficoltà a parlarne.

Kiyoaki (松枝清顕, “Purezza manifesta”) è l’unico figlio dei marchesi Matsugae. All’inizio della storia (siamo nel 1914) ha diciotto anni e frequenta l’ultimo anno al Gakushūin, scuola superiore di Tokyo riservata ai rampolli della nobiltà (frequentata a suo tempo dallo stesso Mishima). È un fanciullo bellissimo, dotato di una grazia quasi soprannaturale. Senza celare il desiderio di realizzare attraverso di lui l’ascesa ai più alti livelli dell’aristocrazia, i Matsugae ne hanno affidato per molti anni la cura e l’educazione al conte Ayakura. Kiyoaki ha così coltivato una squisita raffinatezza nei modi, ed una sensibilità all’eleganza ed al piacere estetico del tutto fuori dell’ordinario; quasi un marziano per i Matsugae, i cui atteggiamenti artificiosi tradiscono le origini provinciali sotto la verniciata di fasto e modernità.
Se non intrattiene relazioni significative con i gentori, Kiyoaki coltiva assduamente due amicizie. Una è con Honda Shigekuni (本多繁邦, “Paese rigoglioso”), un compagno di classe razionale, riflessivo e dai modi posati; l’altra con Satoko (綾倉聡子, “Assennata”), figlia degli Ayakura e sua compagna di giochi ed educazione nell’infanzia. Raggiunta l’adolescenza, il loro rapporto si è trasformato in una perenne schermaglia, in un rincorrersi ed evitarsi alimentato dalla mancanza di sincerità e dall’orgoglio di entrambi. Solo quando viene promessa in sposa ad un giovane principe legato alla famiglia imperiale, divenendone parte lei stessa, Satoko raggiunge agli occhi di Kiyoaki una bellezza sfolgorante proprio perché resa irraggiungibile, inattingibile dall’autorità di un decreto imperiale, ovvero da quanto ci sia di più sacro. A questo punto i due ragazzi iniziano una relazione clandestina senza futuro, ignorando la sorda durezza dell’avvenire tragico che si prepara per loro.

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Una delle cose che trovo più affascinanti in Mishima è il suo rapporto complesso e contraddittorio con il binomio di tradizione e modernità. Mishima aveva ricevuto un’educazione di alto livello, raffinata ma allo stesso tempo decisamente imperialistica, nel decennio che precedette la seconda guerra mondiale (durante il quale il Giappone era comunque coinvolto in continue operazioni belli che per l’espansione del suo impero coloniale in Cina, Corea e nel sud-est asiatico); tuttavia come intellettuale fu attivo nel ventennio successivo la guerra, di cui visse in pieno il precipitoso sviluppo economico.
Come è noto, posto di fronte al problema della modernità, la respinse in favore di un ritorno alla tradizione, anzi, alla tradizione che lui stesso contribuì ad immaginare (i nobili e leali guerrieri samurai, il primato del ruolo imperiale, l’esaltazione della morte eroica, lo Spirito di Yamato eccetera). Vero, ma si tratta solo di una tessera del mosaico.
Innanzitutto Mishima fu, lui stesso, un intellettuale moderno, assai bene integrato nel capitalismo culturale e nel sistema delle comunicazioni di massa. Il suo personaggio pubblico era continuamente al centro di iniziative volte a creare scandalo, a suscitare un clamore la cui ricaduta sull’estensione della platea di lettori (e, più volgarmente, sulle vendite delle sue opere) non potevano essergli sconosciute. Per vocazione e per calcolo Mishima faceva parlare di sé come una popstar, e l’arditezza di alcune delle sue provocazioni lo avvicinano a Lady Gaga assai più che ad un Saigō Takamori.

Da un punto di vista strettamente letterario invece, sebbene ideologicamente rapito dal mito del tradizionalismo giapponese, Mishima non può nascondere la sua formazione cosmopolita: risente notevolmente dell’influenza del decadentismo europeo (in particolare francese) di fine Ottocento-inizio Novecento e del pensiero di destra del tempo, con le sue aspirazioni aristocratiche sconfinanti nel superomistico.
In Neve di primavera l’eredità decadentistica è raccolta principalmente dal personaggio di Kiyoaki: disinteressato della realtà, ripiegato su se stesso, per sua esplicita ammissione persegue un ideale di vita «solo in funzione dei sentimenti, come un bandiera che sventola al vento» (p. 98). Si abbandona a stati emotivi evanescenti, a suggestioni sottili e sfuggenti. È acutamente consapevole della propria bellezza e raffinatezza, e nell’evitare situazioni e persone che reputa volgari, pone se stesso su un piano diverso, che trascende la mediocrità estetica e morale nella quale sono ingabbiati gli altri (la gente dappoco, la grigia borghesia).

«La vera eleganza infrange i divieti, anche quelli più sommi!» (p. 151)

Kiyoaki ed il suo stile di vita estetizzante entrano in crisi quando si scontrano con la realtà, priva di sfumature ed angoli smussati, indisposta a piegarsi ai suoi desideri e fantasticherie: «È tutto troppo spietato. Non avrò più a disposizione gli strumenti per inebriarmi. Una lucidità terribile… Una lucidità terribile governa il mondo» (p. 288)

Una cosa che ho notato in Neve di primavera che lo differenzia dai romanzi di Mishima letti in precedenza è la giustapposizione della vena decadentistica ad una serie di elementi del pensiero buddhista: dal problema del margine di libertà individuale e di possibilità di intervento sulla storia entro una prospettiva di predeterminazione karmica (quasi Indra vs Hegel) all’importanza epifanica della dimensione onirica ispirata dallo Hamamatsu chūnagon monogatari (la cui edizione italiana è stata curata dallo stesso traduttore di Neve di primavera – ne parlo qui), passando per l’inarrestabile processo di estinzione che coinvolge ogni cosa, anche la coscienza. Quindi nel romanzo si ritrova una complessa stratificazione di influenze in dialogo fra loro ed in reciproca contaminazione.
Molto affascinante, anche se non di rado difficile da seguire senza solide conoscenze di base sul pensiero buddhista in generale e sulla tradizione giapponese antica (pre-Zen) in particolare. Così ho iniziato un libretto di Pasqualotto sul buddhismo, per cercare di integrare un po’ le mie scarse conoscenze in materia prima di procedere con la Tetralogia.

L’intero romanzo romanzo è cosparso di figure poetiche in cui compare la neve, spesso associata a presagi di quiete eterna, estinzione, morte.
Piccola nota finale sull’edizione Feltrinelli: probabilmente a causa di un problema di fogli in filza, non è stato inserito un glossario che sarebbe stato quantomai necessario; le note fanno molto, ma rimangono svariati riferimenti e termini non comuni. Inoltre mi sembra del tutto incomprensibile la copertina che abbina le foglie rosse di un acero giapponese i colori giallo e marrone in costa e sul retro: richiami casomai all’autunno.

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3 thoughts on “Neve di primavera

  1. Che bella recensione! 🙂
    Non ho mai letto questo libro… devo ammettere però che non sono una fan di Mishima, che (per quanto bravo) trovo molto pesante. Penso che il suo animo tormentato e il suo pensiero nazionalista si riversino troppo sui suoi romanzi, che per questo hanno sempre sapore troppo “autobiografico” per i miei gusti.
    Tra gli scrittori giapponesi con lo stile decadente mi piace di più Tanizaki… ma in generale, anche se non è alta letteratura, Preferisco Murakami. 😉

  2. Le riflessioni e le prese di posizione di Mishima sulla società giapponese sono sempre presenti sottotraccia, ma non sempre emergono in maniera esplicita – non sempre sono invadenti e rubano la scena alla narrazione. Però penso che, se ci avessi scambiato quattro chiacchiere in un izakaya, avremmo litigato tanto che la serata sarebbe finita a piatti rotti. XD

    La bellezza delle immagini naturali di cui è disseminato rende Neve di primavera è persino leggiadro. Se non l’hai ancora letto mi sento di consigliarti La voce delle onde, che ha fra gli altri il pregio di essere molto breve. La traduzione italiana edita da Feltrinelli è una ritraduzione dall’inglese e contiene diversi svarioni. Magari riesci a leggerlo in originale (non ho mai avuto l’ardire XD).

  3. Pingback: Il tempio dell’alba | Vacuo sognare

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