Max Havelaar

Eccomi con il primo romanzo di quello che spero sia un ciclo assai nutrito. Tutto è cominciato per colpa di mia madre: mentre era a Milano per qualche suo giro, le è saltato il ticchio di andare ad un evento organizzato dalla casa editrice Iperborea che festeggiava i venticinque anni di attività (maman apprezza molto i romanzi di Arto Paasilinna e Björn Larsson). È tornata a casa con un ricordo gradevole, un po’ di cose da raccontare, e con il catalogo Iperborea che, cosa assai imprudente, mi ha spensieratamente prestato. È stato sfogliandolo che mi sono improvvisamente resa conto di non conoscere pressoché nulla della letteratura neerlandese. Deve pur essercene una, mi sono detta; ma non mi veniva in mente un solo autore. Be’, era il caso di prendere qualche provvedimento!
ConiglioPazzo038

Max Havelaar è un romanzo multiplo, in cui più voci narranti si sviluppano su più piani un’unica storia: quella del colonialismo olandese nelle Indie Orientali (ovvero nell’arcipelago indonesiano).
Il primo narratore in cui ci si imbatte è Batavus Droogstoppel (sensale di caffè, Lauriergracht n. 37), un maturo uomo di affari dalle idee molto chiare: meglio lavorare che occuparsi di cose poco redditizie e con ogni probabilità anche poco morali come romanzi, poesie, favolette ed altre fandonie. Tuttavia l’incontro imprevisto con un suo ex compagno di scuola, tornato da un periodo come funzionario nelle Indie Orientali, lo induce non a cambiare idea, bensì a prendere la decisione di pubblicare un libro. Droogstoppel ha ripugnanza della sua povertà dell’Uomo con lo Scialle (soprannominato così perché non può permettersi un cappotto), che considera come una specie di ripugnante deformità morale. Alcuni scritti che questi gli affida nella speranza di vederli un giorno pubblicati però gli sembrano del massimo interesse, trattando di Indie Orientali e di commercio del caffé.
Droogstoppel affida il faldone degli scritti dell’Uomo con lo Scialle al giovane Stern (un ragazzo che ha assunto come apprendista per ingraziarsi il padre, con cui è in affari), con l’incarico di occuparsi al posto suo della stesura di un libro intitolato Le aste del caffè della Società di Commercio Olandese.
Il libro immaginato da Droogstoppel dovrebbe avere lo scopo di accrescere la sua rinomanza come esperto di commercio del caffé con le Indie, conquistargli una posizione di particolare rispetto fra i colleghi e, perché no?, allargare il giro di affari della sua compagnia. I capitoli che escono dalla penna di Stern invece si configurano immediatamente come qualcosa di molto diverso: dagli scritti dell’Uomo con lo Scialle, Stern trae la storia di un funzionario olandese, Max Havelaar, dal suo insediamento come vice-residente (ovvero come delegato dell’esercizio dell’autorità olandese in loco) della regione indonesiana del Bantam alla sua rimozione.
Havelaar è un uomo generoso, energico ed introverso; il tratto più pronunciato del suo carattere però è una radicale onestà che, confluendo con la convinta adesione alle leggi e ai principi di giustizia ai quali dovrebbero essere ispirate, sfocia in un candore quasi sorprendente. All’arrivo nella regione del Bantam, in cui la popolazione in calo tira avanti grazie agli stenti e ad un’agricoltura di sussistenza, si ripropone con tutto se stesso di trovare le cause di tanta povertà e di instradare l’amministrazione del Bantam sulla via di una benevola promozione del benessere della popolazione locale. Le sue speranze però vanno ben presto deluse: resosi conto che l’economia del Bantam rimane poverissima per via del prelievo fiscale esorbitante e dell’imposizione arbitraria di corvée alla popolazione attiva per opere che nulla hanno a che fare con il miglioramento delle condizioni di vita dei locali, e del fatto che i primi ad appropriarsi delle risorse della collettività sono proprio i maggiorenti indonesiani nella più totale indifferenza delle autorità olandesi, a cui preme solo la riscossione dei tributi, Havelaar fa appello ad autorità via via più elevate, vedendo ogni volta cadere nel vuoto le sue vibrate proteste ed i suoi appelli in nome della giustizia e della legge.
Infine non gli resta che tornare in Olanda sconfitto, impoverito e privo di prospettive, girando per le strade di Amsterdam in cerca di lavoro presso una piccola buorghesia che non lo vede di buon occhio – forse non troppo diversamente dall’Uomo con lo Scialle.

Letteratura olandese-4

Max Havelaar è un romanzo di modernità tecnica sbalorditiva. La prosa è secca e diretta, molto lontana dal periodare estensivo ed avvolgente di un Dickens o di uno Stendhal. Le storie procedono per blocchi di dimensioni irregolari, con le cornici che fanno da controcanto l’una dell’altra.

Max Havelaar e Batavus Droogstoppel infatti incarnano due prospettive etiche lontanissime, dal cui contrasto scaturisce la denuncia di Multatuli della mentalità avida e perbenista della borghesia olandese del suo tempo, la sua morale ipocrita.
Con Droogstoppel Multatuli fa un ritratto perfidamente ironico del tipo borghese del suo tempo: un lavoratore che ha conquistato una certa agiatezza, e che si compiace nel considerarla un segnale della propria superiorità morale rispetto a tutti coloro che non si conformano al medesimo standard (come l’Uomo con lo Scialle, od i giavanesi nel loro complesso).
Riporto per intero un passaggio in cui Droogtoppel si sofferma sul sermone domenicale del pastore della sua chiesa.

«Dio è un Dio d’amore. Egli non vuole che il peccatore sia perduto, ma vuole che diventi beato con la grazia, in Cristo, mediante la fede! E per questo l’Olanda è stata eletta a salvare quello che si può salvare di questi miserabili. A questo scopo, nella Sua imperscrutabile saggezza Egli ha concesso a un paese, piccolo come dimensioni ma grande e forte per la sua fede, il potere di controllare gli abitanti di quelle regioni, affinché col santo e mai lodato abbastanza Evagelo si salvino dalle pene dell’inferno. Le navi d’Olanda solcano i grandi mari recando civiltà, religione, cristianesimo ai traviati giavanesi. No, la nostra fortunata Olanda non vuole tenersi tutta la beatitudine per sé; noi desideriamo distribuirla anche alle infelici creature che in lidi remoti giacciono avvinte nei ceppi della miscredenza, della superstizione e dell’immoralità; (…)
Tra i doveri che noi abbiamo verso i poveri pagani egli aveva ricordato i seguenti:
1) versare geenrose offerte alla società missionaria;
2) appoggiare le società bibliche onde metterle in gradi di distribuire copie della Bibbia a Giava;
3) istituire «esercizi di pietà» a Harderwijk, per conto dell’ufficio di arruolamento coloniale;
4) scrivere sermoni e inni religiosi adatti ad essere letti e cantati dai coldati e dai marinai giavanesi;
5) creare un’associazione di personaggi influenti che raccomandino al nostro bene amato sovrano:
a) che nel nominare governatori, ufficiali e funzionari si scelgano soltanto persone di provata religiosità;
b) che ai giavanesi si conceda il permesso di vistare le caserme nonché le navi da guerra e i mercantili alla fonda, affinché il contatto con soldati e marinai olandesi li guidi verso il regno di Dio;
c) che si proibisca ai padroni delle bettole di accettare bibbie o trattati religiosi invece di moneta;
d) che per l’appalto dell’oppio a Giava si stabilisca per legge che in ogni fumeria vi sia un certo numero di bibbie, proporzionato alla capienza del locale, e che l’appaltatore non venda oppio se il cliente non prende anche un trattatello religioso;
e) che diano disposizioni perché il giavanese sia condotto a Dio mediante il lavoro;
6) versare generose offerte alle compagnie missionarie.» (pagg. 157-8)

Il sermone del pastore condensa un certo tipo di argomentazione (diffusa soprattutto in ambiente protestante) che esalta la valenza morale del lavoro ed addita la sua buona riuscita come segno della benevolenza e della grazia divine. (Qui ho avvertito la mancanza della lettura di Max Weber, una mia grande lacuna). Tutto questo però viene ripreso in maniera opportunistica per giustificare il dominio coloniale in Indonesia e le forme di oppressione esercitatevi dagli olandesi: reclutamento coatto nell’esercito ed in marina, commercio dell’oppio, lavori forzati.
Vorrei fare anche un’altra osservazione: penso che se questo discorso ci suona fasullo sia anche perché, a livello collettivo, l’opinione pubblica europea non crede più nel diritto degli Stati di aggredirne negli altri nel nome della diffusione di un credo religioso. Non è più considerata una motivazione sufficientemente legittimante. (Il mio insegnante di religione delle superiori, in quota CL, lo considerava un vulnus; ma, si diceva, penso sia questione di punti di riferimento concettuali e di sensibilità). Oggigiorno nel discorso pubblico il suo posto è stato preso dalla difesa di un certo credo religioso in loco, o più in generale dalla difesa del popolo oppresso (magari accompagnata dalla diffusione del nostro ordinamento politico, o di qualche istituzione che vi somigli).

«Un giorno che i ribelli furono di nuovo battuti, si mise a girovagare per un vilaggio appena conquistato dall’esercito olandese, e quindi in fiamme. Saïdjah sapeva che la banda che lì era stata annientata era costituita in prevalenza da gente del Bantam; girò come un fantasma tra le case non ancora completamente distrutte dal fuoco, e trovò il cadavere del padre di Adinda, con una ferita di baionetta nel petto. Accanto vide, trucidati, i tre fratelli di Adinda, ancora ragazzi, ancora bambini; e poco più in là c’era il cadavere di Adinda, nudo, orribilmente seviziato…» (pag. 306, Storia di Saïdjah e Adinda)

Multatuli, che come l’Uomo con lo Scialle e Max Havelaar lavorò come funzionario nelle Indie Olandesi, decide di aprire uno squarcio su questa costruzione retorica mettendo completamente a nudo la realtà fattuale della dominazione coloniale: una catena di comando oliata non da un orizzonte politico condiviso, bensì dalla rapina sistematica perpetrata in varie forme dai funzionari indigeni quanto da quelli olandesi, in un silenzio omertoso incentivato dal mutuo tornaconto.
Ciò non significa che Multatuli fosse contrario al progetto colonialistico in sé: era indignatissimo per il modo in cui era stato sviluppato, mentre avrebbe auspicato che le autorità coloniali ponessero al centro della propria politica la tutela del benessere materiale e civile dei locali – non per questo rinunciando alla riscossione dei tributi, alla gestione autonoma del territorio e della sua destinazione, al proselitismo religioso. La madrepatria avrebbe dovuto realmente assumere il ruolo di “fratello maggiore” della colonia, guidandola per mano lungo il cammino del progresso economico e sociale. Era un conservatore che  preferiva richiamarsi a valori antichi dal sapore paternalistico piuttosto che alla logica dell’interesse.

Titolo completo: Max Havelaar ovvero le aste del caffè della Società di Commercio Olandese
Autore: MULTATULI, pseudonimo di Eduard DOUWES DEKKER
Editore: Iperborea Anno: 2007 (Edizione originale: 1860) 361 pagg.
Titolo originale: Max Havelaar, of de Koffi-veilingen del Nederlandsche Handelmaatschappy
Traduttore: Piero Bernardini Marzolla
ISBN: 978-88-7091-155-8

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