La strada di Swann

madeleine-1bSanto cielo che imbarazzo. Allora è così che ci si sente quando ci si trova di fronte a qualcosa di una bellezza e di una complessità tale da superare ogni nostra capacità di misurarle o anche solo di capacitarcene, e ancora estasiati e schiacciati dalla riverenza, si cerca di infilare qualche pensiero – di scrivere un post! XD – coscienti che non c’è modo di evitare di dire qualche colossale stupidaggine. Chiedo venia in anticipo. Ma siate indulgenti: sragiono per troppa bellezza.
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La strada di Swann è il primo dei sette romanzi che compongono Alla ricerca del tempo perduto, il colossale opus magnum di Marcel Proust. A sua volta si compone di tre parti ben distinte, tre romanzi quasi autonomi, uniti però dal filo comune della voce narrante (Marcel) e dal corso e ricorso dei medesimi personaggi: i genitori di Marcel, la sua famiglia di nonni e zie varie, la servitù di casa, e poi il signor Swann, Odette Crécy, e la varia società paesana e parigina frequentata dagli uni e dagli altri.
Di solito riservo la prima parte del post alla trama e la seconda alle mie impressioni, ma in questo caso sarebbe poco utile, è difficile parlare di “trama”. Non che non ci sia; solo che è esile e sommersa da tante altre cose assai più interessanti. Posso comunque fare un breve riassunto (e non so se riuscirei a farne uno meno breve): in Combray Marcel ricorda il paese di Combray, dove bambino trascorreva le estati nella casa delle zie; Un amore di Swann è il secondo romanzo-nel-romanzo, ed il titolo dice tutto; infine in Nomi di paesi: il paese (appena una sessantina di pagine) Marcel rievoca le passeggiate al Bois de Boulogne per giocare con Gilberte, la figlia di Swann. Tutto qui? Tutto qui.
Come fa notare qualsiasi manuale di scrittura, l’azione è rallentata dalle descrizioni; da ciò discenderebbe che, per tenere desta l’attenzione del lettore, sarebbe opportuno dosare attentamente i momenti morti descrittivi. Non è quello che fa Proust: dedica a qualsiasi oggetto, comportamento, accento, sensazione o profumo entri nelle sue pagine tutta la sua attenzione: lo cattura, lo osserva attentamente, separa le parti che lo compongono, osserva attentamente anche loro.
Nella sua lezione dedicata a Proust, Baricco paragona la sua scrittura ad un bisturi che seziona in parti sempre più minute; però ho qualche riserva: un bisturi che taglia implica comunque una certa dose di violenza nell’azione che svolge, ed a me invece Proust ha dato l’impressione di una estrema naturalezza: come se la scomposizione della realtà in atomi nelle sue mani fosse un processo naturale. Mi ha ricordato una storia narrata nello Chuang-zi nella quale un macellaio spiega di non consumare la lama del suo coltello perché nella macellazione trova intercapedini e zone di vuoto, soluzioni di continuità fra una parte e l’altra dell’animale, facendo leva sulle quali disarticola senza difficoltà il corpo senza bisogno di affondare la lama nella carne. Tra l’altro questa pratica comporta un esercizio di concentrazione quasi ascetico, ed anche questo concorda con l’impressione lasciatami dalla prosa di Proust.
Così facendo ovviamente l’azione rallenta al punto di cessare quasi completamente. Non è semplice da spiegare a qualcuno che ti chiede com’è il libro che stai leggendo.«Sembra interessante! Cosa succede?» «Grossomodo niente.» «…» «^^’»
Potrebbe sembrare un libro pesante, un tomo di digestione difficile leggendo il quale ci si annoia parecchio. Be’, non è affatto così: se da un lato l’acume di Proust svela l’incanto di cui sono portatori gli odori, le impressioni fugaci, le passioni, i ricordi dei luoghi, dall’altro la sua prosa possiede una bellezza tersa, priva di impurità; è intrigante, affascinante, divertente, e si ride un sacco. (Almeno, io ho riso un sacco: ma ho avuto modo di notare più volte di avere un senso dell’umorismo piuttosto singolare; i momenti in cui, dopo essere scoppiata a ridere, ho sentito su di me le occhiate stupite, perplesse e riprovanti degli astanti non si contanto). Certo però che cogliere il vissuto del reale fin nei suoi atomi, fermarlo su carta sotto forma di una prosa allo stesso tempo bellissima e  divertente non è da tutti: bisogna padronneggiare interamente la lingua come lui. (Ci sono autori che ne sono capaci: ma si contano sulle dita).

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Non mi sento in grado di dire altro circa la meravigliosa scrittura di quest’autore, perciò passo la parola a lui.

Da Combray

«Ogni volta che vedeva negli altri un bene, per quanto piccolo, che lei non aveva, persuadeva se stessa che non era un bene, ma un male, e li compiangeva per non doverli invidiare.» (pp. 27-8)

Qui Marcel parla della prozia (madre della zia Léonie e sorella del nonno) e sono rimasta folgorata perché con poche parole ha fatto un ritratto che ho riconosciuto subito: la mia prozia milanese! Rimase negli annali di famiglia per una disputa con la cognata brianzola sulle dimensioni della vasca da bagno: sosteneva piccata che quella della casa popolare in cui viveva, così piccola che non vi si potevano distendere le gambe, fosse più benefica per le reni. Credo che abbia desiderato immergersi nella grande vasca della casa di campagna della cognata per tutta la vita.

«Erano di quelle stanze di provincia che (…) ci incantano coi mille odori che sprigionano le virtù, la prudenza, le abitudini, tutta una vita segreta, invisibile, sovrabbondante e morale che l’atmosfera vi tiene sospesa; odori natuali ancora, certo, e color del tempo, come quelli della campagna vicina, ma già casalinghi, umani e stantii, squisita industriosa limpida conserva di tutte le frutta dell’annata che han lasciato gli alberi per la dispensa; stagionali, ma mobiliari e domestici, mitiganti l’asprezza della brina con la soavità del pane caldo; oziosi e puntuali come un orologio di paese, svagati e precisi, incuranti e previdenti, lindi, mattutini, devoti, giocondi d’una pace che dà soltanto una più forte agitazione e d’una prosaicità che serve da vasto serbatoio di poesia a chi vi passa senz’avervi vissuto.» (p. 56)

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«Quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.» (p. 54)

Il passo più noto e citato di Proust è quello della madeleine: il sapore della brioche immersa nell’infuso di tiglio gli riporta alla memoria tutta Combray. Mi è capitato un paio di volte nella vita, sinora, che un sapore scivolato nel dimenticatoio tornasse presente e mi investisse con una slavina di ricordi, molto vividi ed intensi, passando attraverso il palato.

Il campanile di Saint-Hilaire:

«si stava così bene e c’era tanta quiete che, quando l’ora suonava, pareva non spezzasse la calma del giorno, ma lo liberasse di quel che conteneva, e pareva che il campanile, con l’esattezza indolente ed attenta di chi non ha altro da fare, avesse premuto ad un dato momento – per trarne e lasciar cadere le poche gocce d’oro che il calore vi aveva lentamente e naturalmente accumulato – la pienezza del silenzio.» (p. 182)

Da Un amore di Swann

«Nel frattempo, colmandola di doni, rendendole dei servigi, egli si poteva riposare su vantaggi esteriori alla sua persona, alla sua intelligenza, della spossante cura di piacerle per se stesso.» (p. 291)

«E la signora Cottard trasse dal manicotto per tenderla a Swann la sua mano inguantata di bianco, donde sfuggi insieme con un biglietto di corrispondenza, una visione di vita elegante che riempì l’omnibus, commista all’odor di tintoria.» (p.407)

Sulla nostalgia delle cose passate che depreca quelle contemporanee:

«Ma, quando scompare una fede, le sopravvive, – e sempre più violento per mascherare l’assenza della forza da noi perduta di dare realtà alle cose nuove, – un affetto feticista per quelle antiche che essa aveva animato, come se il divino risiedesse in loro, non in noi, e come se la nostra incredulità attuale avesse una causa contingente: la morte degli Dèi.» (p. 462)

«I luoghi che abbiamo conosciuti non appartengono solo al mondo dello spazio, nel quale li situiamo per maggiore facilità. Essi sono solamente uno spicchio sottile fra le impressioni contigue che costituivano la nostra vita d’allora; il ricordo d’una certa immagine non è che il rimpianto d’un certo minuto; e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi, ahimè, come gli anni.» (p. 464)

Ed ora posso finalmente dedicarmi con voluttuso abbandono alla lettura del secondo romanzo della Recherche: All’ombra delle fanciulle in fiore.

Autore: Marcel PROUST
Editore: Gruppo editoriale L’Espresso Anno: 2009 (Edizione originale: 1913) 474 pagg.
Titolo originale: Du côté de chez Swann
Traduttrice: Natalia Ginzburg
ISBN (dell’edizione Einaudi corrispondente): 978-88-0611803-7

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8 thoughts on “La strada di Swann

  1. E’ una lettura meravigliosa, coinvolgente, di una ricchezza straordinaria. Anche io ho apprezzato l’umorismo, la cura minuta per i dettagli, il linguaggio puntuale e al tempo stesso evocativo, la prosa fluente. Ricordo ancora lo stupore provato alla lettura del primo volume, sono rimasta catturata dalla capacità di Proust di descrivere anche i più piccoli moti dell’animo, che a volte fatichiamo anche a riconoscere in noi stessi. Il mio proposito è di affrontare presto una seconda lettura – ho acquistato l’edizione dei Meridiani – e non vedo l’ora.

    • La sua sensibilità nel cogliere, riconoscere, analizzare e descrivere con esattezza e poesia i moti dell’animo non è eguagliata da nessun autore in cui abbia avuto il piacere di imbattermi sinora. Proust è semplicemente eccezionale in questo, e non posso farmi a meno di chiedermi se questa sua straordinaria ricettività sia una dote naturale o l’abbia sviluppata con un esercizio assiduo (che immagino rasente l’ascetismo).

      Stai per affrontare la seconda lettura di tutta la Recherche?

      • Mi piacerebbe farlo, ma non so quando mi deciderò. E’ come se avessi una nostalgia perpetua di quelle pagine, e l’inevitabile sensazione di non aver colto che una minima parte di quello che avrei potuto.

  2. Posso ammutolire per l’ammirazione?

    Comunque mi riconosco nella tua definizione, “nostalgia perpetua”: è proprio così, ho avvertito qualcosa di simile nella pausa fra La strada di Swann e All’ombra delle fanciulle in fiore. Mi è bastato iniziare il secondo romanzo per ritrovare quella sensazione, suscitata dalla prosa di Proust e divenuta quasi familiare, di dilatazione delle dimensioni dell’esperienza; e la sua immancabile compagna, l’incapacità di cogliere tutto quello che Proust riesce a dire (o ad implicare).

  3. Scusa se rispondo soltanto adesso, non avevo visto il tuo messaggio. E’ bello trovare qualcuno con cui scambiarsi opinioni su Proust, non capita di frequente! Sarà l’arrivo della primavera, saranno le tue parole, ma il richiamo delle sirene si fa sempre più intenso e spero di accingermi presto alla seconda lettura.
    Nell’occasione ti comunico che ti ho citato nel mio blog come vincitrice di un premio simbolico. E’ semplicemente una sorta di affermazione di apprezzamento, che per il modo in cui è strutturato può anche servire per allargare il raggio d’azione del proprio blog. Non so se ti può interessare, ovviamente non ti vincola a nulla, ma spero che ti faccia comunque piacere; seguo il tuo blog da tempo e trovo molto piacevole il tuo modo di scrivere e di affrontare i libri che leggi (tra l’altro, davvero tanti ed eterogenei!)

    • Grazie a te della visita ^_^ Purtroppo in questo periodo sono più disconitnua del solito, quindi non sono riuscita a risponderti subito come avrei voluto.

      Grazie dell’apprezzamneto e del riconoscimento =^ ^=
      Non sono riuscita ad entrare sul tuo blog, mi manderesti il link?

  4. Pingback: Duemilaetredici | Vacuo sognare

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