L’idrografo

Rieccomi già sul secondo libro olandese (nonostante il nome dell’autore lasci intendere ascendenze germaniche) che mi è capitato di leggere quest’anno. Benché ambientato nel 1913, si tratta di un romanzo di pochi anni fa. In verità avrei preferito leggere qualcosa dei primi del Novecento prima di passare al contemporaneo, procedendo per saltelli cronologici, ma la difficoltà di trovare alcunché in traduzione italiana mi ha suggerito invece di zigzagare senza altro criterio che il capriccio. Mi prendo così una piccola da vacanza dalla solita puntigliosità.
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Raggiunto dalla notizia che la Posen salperà a breve da Valparaiso, il conte Franz von Karsch-Kurwitz, libero docente di oceanografia presso l’università di Amburgo, decide su due piedi di imbarcarsi approfittando del viaggio per svolgere rilevamenti scientifici inerenti alle sue ricerche sul moto ondoso. Non è la prima volta che compie lunghi viaggi oceanici di studio, ma in tutte le altre occasioni le spedizioni erano state accuratamente pianificate e giungevano al culmine di un percorso di ricerca strutturato; questa volta invece la ricerca è a malapena abbozzata, ed a spingerlo sulla nave è soprattutto la sua inquietudine, il senso di disagio nei confronti di una vita che la sua posizione sociale, l’ambiente della piccola nobiltà tedesca e la sua famiglia hanno pianificato per lui. L’ultimo passo del percorso di definitiva integrazione dovrebbe essere il matrimonio con la riservata cugina Agnes – una fanciulla eterea e delicata, dall’incarnato pallido e le dita sottili da pianista, nei confronti della quale Karsch non prova curiosità né trasporto.

«Per quanto ricordava, aveva sempre mostrato al mondo una superficie impassibile. La vita era un rituale che andava compiuto fino alla morte. Chiunque l’aveva conosciuto in seguito, si era scontrato con quel muro di buona educazione che nel corso degli anni aveva eretto attorno a sé. Se si trattasse di un muro difensivo o di una prigione era ormai impossibile dirlo, anche per lui.» (p. 26)

Così senza avvisare nessuno si imbarca, ed inizia svogliatamente ad effettuare i suoi rilevamenti. Non che a bordo ci sia molto altro da fare: passeggiare sul ponte, scambiare qualche parola con gli altri passeggeri, leggere qualcosa su una sdraio od in cabina quando il tempo volge al brutto. Il passeggero più estroverso e socievole è un tale Moser, commerciante triestino di salnitro, che guarda con estraneità, e con malcelato disprezzo, il riserbo aristocratico del professore universitario; non ci sono molte altre persone con cui parlare però, perché il terzo passeggero, Totleben, un insegnante di ginnasio in fuga dalla Germania, si tiene sulle sue e le poche parole che scambia con i due uomini sono sferzanti e cariche di sarcasmo. L’unica ventata di novità giunge dalla scoperta di un quarto passeggero a bordo: l’affascinante e sfuggente Asta Maris, che può essere scorta talvolta appoggiata al parapetto, i capelli biondi scompigliati dal vento salmastro ed i profondi occhi di un indescrivibile blu ceruleo infissi nel mare, i pensieri inafferrabili sospinti via dalle correnti. Agli occhi di Karsch Asta Maris è l’imprevisto che si affaccia per la prima volta nella sua vita sotto le spoglie seducenti di una donna avvolta dal mistero. Non sa chi sia: Asta Maris cambia versione ogni volta che glielo si chiede, cambia argomento gaiamente, cinguetta qualcosa di dolce, o di audace, o di risentito, e poi sparisce in cabina per giorni.
Karsch perde la testa per lei con delicatezza, inizia ad immaginare l’espressione che farebbe la madre, una vita stretta in corsetto e crinoline nella tenuta di famiglia in Pomerania, durante le presentazioni. Abbandonato il mare tramutatosi da oggetto di studio ad una cassa di risonanza della sua solitudine, rimasto solo a confrontarsi con se stesso, supera la sua sua linea d’ombra ed immagina una vita diversa.
Non è detto però che sia in grado di rinunciare alle sue aspettative aristocratiche quando il segreto della vita di Asta Maris viene alla luce…

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Che romanzo strano – immobile e tormentato – sempre fermo sul mare, con un protagonista magmatico sotto una spessa crosta di roccia. Karsch è un personaggio amletico, esasperante, sempre in bilico fra un elitario distacco dalla volgarità delle questioni mondane e materiali ed il desiderio di intervento, partecipazione, incidenza se non sulla realtà almeno sulla propria vita.
Sa di essere un prodotto del suo ambiente ma non sa decidersi a sottrarsi a questa conformazione per gettarsi nell’ignoto, intuendo che potrebbe aprirsi un’altra strada, ma non riuscirebbe comunque a sentirla appieno come sua.
La medesima consapevolezza di chiusura all’interno di un recinto, allo stesso tempo limitante e familiare, heimlich, complica le sue relazioni umane. Ad un certo punto della traversata, Karsch ricorda un episodio rivelatore. Aveva cinque anni, era stato colpito da un tremendo sfogo cutaneo e su consiglio del medico la madre l’aveva portato a fare bagni di mare. Il piccolo Franz aveva le palpebre talmente gonfie da non poterle aprire, perciò il mare gli si rivelava sotto forma di un immenso, avvolgente sciabordio. Senza una parola la madre lo aveva preso per mano e trascinato in acqua ma Karsch, spaventato dal contatto con l’acqua fredda, aveva cercato di divincolarsi e tornare a riva. La madre si era spazientita e lo aveva sbrigativamente affidato alla balia, che l’aveva portato in acqua tenendoselo stretto contro.
Da adulto Karsch aveva conservato un atteggiamento alienato nei confronti delle persone della sua cerchia sociale, e di disprezzo di classe nei confronti di quelli di ceto inferiore – tantopiù nei confronti delle donne, in cui il senso di disgusto venava l’attrazione.

«Quando si era un Karsch non si studiava per arrivare a qualcosa nella vita, si era già arrivati per nascita; l’idea di un futuro da costruire riguardava chi non aveva ancora una posizione nel mondo. E se una volta diventato adulto uno si annoiava, c’erano le farfalle e le lezioni di pianoforte. Davvero, se non stavi attento il tempo volava via. Ed era proprio così. Lui viveva in un paese felice: le fanfare d’ottone splendevano lucidate a cera, gli zeppelin oscuravano il cielo, Caruso cantava, sui battelli a ruota i bambini bevevano granatina; chiunque lo volesse poteva indossare un’uniforme con i bottoni di metallo, il clima era buono e la carne anche. Solo il mare taceva e lui si annoiava.
Forse era straordinariamente suscettibile alla noia, come certe persone al raffreddore. Anche quello poteva dirsi un talento. La noia corrispondeva sempre ai momenti in cui poteva contare solamente sulla propria persona. Nessuno stimolo è allora abbastanza forte da tener occupata l’attenzione: sei solo con te stesso, che all’improvviso rivela la sua natura di cosa in cui sei rinchiuso, e che ti si impone quasi fino a soffocarti. È solo grazie alla noia che capisci di essere prigioniero, chiuso in una botte che porta il tuo nome.» (p. 139)

Si tratta di un’osservazione ficcante, molto dura anche. Per conoscersi, e riconoscersi in se stesso, Karsch ha bisogno del confronti con qualcosa al di fuori di sé. Questo qualcosa (almeno nella prima parte della sua vita) è il mare. Karsch lo misura, lo studia, gli dedica la giovinezza; eppure nei momenti di inattività contemplativa avverte un senso di inconsistenza ed oppressione: continua a mancargli qualcosa per sentirsi vivo. In assenza di un oggetto esterno di confronto, che stimoli all’azione sottraendolo alla insistente percezione di se stesso, rimane arenato nella palude della domanda su di sé e sul senso della propria esistenza.
Si tratta di qualcosa che ho impiegato molti anni a capire ed a mettere a fuoco, ed è stato con sorpresa, e con una punta di inquietudine, che l’ho ritrovato in questo romanzo breve, immobile, esasperante, ma particolare.

C’era un romanzo che avevo scelto come prossimo della serie olandese, ma, non so perché, in biblioteca ho finito per chiederne un altro. Non mi resta che seguire la corrente.
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Autore: Allard SCHRÖDER
Editore: Iperborea Anno: 2006 (Edizione originale: 2002) 202 pagg.
Titolo originale: De Hydrograaf
Traduttrice: Elisabetta Svaluto Moreolo
ISBN: 978-88-7091-144-2

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2 thoughts on “L’idrografo

  1. Mi hai già convinta… Se tutto il libro è all’altezza dei passaggi che hai riportato, vale la pena. Non conoscevo l’autore, ma di letteratura olandese conosco poco. Ringrazio sempre iperborea però, per avermi aperto il mondo “del nord” e per pubblicare libri in un formato splendido *_*

    • Ciao Guendalina 🙂
      Non posso dire che l’intero romanzo (comunque piuttosto breve) abbia la medesima intensità dei passaggi che ho riportato. Gran parte della narrazione ruota intorno allo spleen di Karsch (che esce dalla cabina, sale sul ponte, si guarda in giro, torna nella cabina, si unisce a Moser per il desinare, più tardi torna sul ponte a fare quattro passi, quindi torna in cabina… per pagine e pagine :-/ ): la voglia di prenderlo e dargli una scrollata a volte si fa sentire.
      Allora ecco che pang! ci sono dei punti in cui la tensione di Karsch si concentra, e allora ripensa alla madre, alla balia, ai bagni di mare, alla cugina, alla società di cui fa parte, o all’educazione che gli hanno impartito.
      Allentandosi la tensione accumulata poi riprende a fare la spola fra ponte e cabina.

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