A briglia sciolta

Siamo a Ōsaka, nel 1932, dove Honda Shigekuni (本多繁邦, “Paese rigoglioso”) ricopre l’incarico di giudice alla Corte d’Appello. Svolge il suo mestiere con scrupolosità metodica; quando, in occasionali pause dal lavoro, si arrampica in cima alla torre del palazzo di giustizia ed ammira il panorama, si figura la giurisprudenza come una struttura astratta che galleggia sopra il magma caotico del mondo, ed il suo lavoro come l’applicazione circostanziata della prima al secondo.

«A lui era stato assegnato il compito di guardiano dell’ordine costituito, che svolgeva applicando le leggi di questo mondo. Applicare il diritto era perciò come chiudere con un pesante coperchio di ferro il calderone in cui ribollivano i molteplici ingredienti della vita di ogni giorno.» (p. 56)

Sposato ma senza figli, Honda aderisce alla sua routine di casa e lavoro come un carrello alle rotaie; si è costruito un bozzolo di disinteresse per il mondo ed il suo magma, che non viene minimamente turbato nemmeno dagli attentati del 15 maggio in cui trovarono la morte il primo ministro ed il ministro delle finanze. È invece l’incontro con Iinuma Isao (飯沼勲, “Gesta, imprese”), figlio diciannovenne dell’ex precettore di Matsugae Kiyoaki (Iinuma Shigeyuki 飯沼茂之, “Procedere crescendo”), a riscuoterlo: in un primo momento è colpito dal suo stile di kendō pulito, diretto e denso di energia; come molti, rimane affascinato anche dalla sincerità e convinzione disinteressata con la quale persegue un ideale di purezza e rettitudine anche nelle paludi del presente.
Isao non si limita a vagheggiare una forma di perfezione personale; indignato dalla condizione di povertà impotente patita da larghi strati della popolazione e disgustato dalla classe politica, nel migliore dei casi miope e inadeguata e nel peggiore connivente con i grandi speculatori, Isao raccoglie intorno a sé un gruppo di compagni di università ed organizza una serie di attentati terroristici per forzare un colpo di Stato in senso autoritario.
La sua strada si incrocia nuovamente con quella di Honda quando questi, convintosi che Isao sia la reincarnazione di Kiyoaki, decide di patrocinare lui e i suoi compagni nel processo che li vede imputati.

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A briglia sciolta (già edito in Italia da Bompiani con il titolo Cavalli in fuga in traduzione dall’inglese) è il romanzo di Mishima più politico fra quelli che ho letto sinora. Mishima sceglie un periodo particolare della storia giapponese, agitato da vari fattori di instabilità e disagio sociale. Gli anni ’30 furono caratterizzati da un processo di industrializzazione ed inurbamento, condotto per lo più senza alcuna pianificazione: intorno ai centri cittadini, che andavano via via riempiendosi di edifici e spazi in stile occidentale, crescevano periferie popolari abitate da operai e basso ceto impiegatizio (consiglio il film Figlio unico di Ōzu Yasujirō per farsi un’idea). In campagna, dove continuava a vivere la stragrande maggioranza della popolazione, le cose andavano anche peggio: i continui incrementi della produzione avevano finito per causare il crollo dei prezzi delle derrate ed un diffuso impoverimento per i contadini che lavoravano appezzamenti medi e piccoli. I mezzi di comunicazione (treni e telegrafi) e le possibilità di esperienza di altri stili di vita (grazie alla leva obbligatoria ed alla possibilità di emigrare in città) acuivano il senso di ingiustizia per la condizione di vita in campagna, soprattutto al confronto con quella urbana.
Il contrasto alle sperequazioni sociali, particolarmente evidenti nelle aree rurali, già a quel tempo divenne una bandiera della destra conservatrice, che le saldava (imho non a torto) alle politiche modernizzatrici sotto il segno dell’impianto economico capitalistico e (già più discutibilmente) alle influenze etiche ed ideologiche provenienti da occidente, ritenute responsabili dell’imbastardimento della cultura nazionale e della disgregazione del tessuto sociale.
Isao sposa questa visione del mondo portandola anzi a conseguenze estreme: deve esistere una cricca (oggi diremmo: una casta =P ) di uomini politici e d’affari in combutta nella spoliazione dei giapponesi e le cui uniche finalità sono arricchimento ed autoconservazione. Il suo arcinemico, in particolare, è il magnate finanziario Kurahara Busuke (蔵原武介, “Magazzini”), cui attribuisce il ruolo di burattinaio dietro a numerose politiche governative. La soluzione immaginata da Isao contro costoro è elementare e radicale: l’eliminazione fisica a fil di spada. La fase successiva avrebbe previsto la restaurazione di una “relazione diretta” fra Imperatore e popolo tramite l’eliminazione dei corpi intermedi (scioglimento del Parlamento, sospensione della Costituzione) e la formazione di un governo, di cui il sovrano fosse il diretto garante, che interpretasse e rispondesse direttamente alle istanze del popolo.

Se A briglia sciolta si riducesse a questo, ad un manifesto dell’estremismo nazionalista (al quale Mishima aderiva a modo proprio), lo avrei trovato piuttosto sterile e noioso. Magari utile per approfondire qualche aspetto della storia della destra giapponese, ma superfluo anzicheno come romanzo. Mishima invece compie un’operazione più intelligente.
Nel tratteggiare il personaggio di Isao, di quando in quando emerge, di fianco all’ammirato apprezzamento per una figura che incarna con ogni evidenza i suoi ideali di purezza d’animo e vigore fisico (è persino un abile atleta di kendō, di cui lo stesso Mishima coltivò la pratica sebbene relativamente avanti con gli anni), un lieve distacco ironico per il candore di Isao, per i limiti della sua presa sulla realtà. Certo per un verso condivide il rifiuto degli intellettualismi e l’esaltazione dell’azione, ma per un altro si avverte un filo di sufficienza per la visione semplificatoria del mondo in base alla quale Isao si orizzonta.
Si ha quasi l’impressione che la devozione per l’Imperatore professata da Isao sia soprattutto l’articolazione del bisogno di un centro di gravità permanente, di un nobile assoluto al quale ancorarsi vivendo dentro ad un mondo che non nasconde la propria vocazione caotica.

«(…)è evidente che fin dall’alba dei tempi l’essenza della nazione giapponese consiste nella venerazione per il sovrano, per il patriarca della grande famiglia formata dai sudditi sotto la cui egida il paese è vissuto nella pace e nella concordia. È questo il vero volto dell’impero giapponese, l’autentico carattere nazionale, eterno e immutabile come il cielo e la terra.» (Isao, p. 390)

(Basta avere nozioni anche solo elementari di storia del Giappone per sapere che “pace e concordia” non si sono pressoché mai realizzate, se non per periodi brevi, e di certo non sotto l’egida della figura imperiale, il cui ruolo, fino al periodo Meiji, era limitato alla dimensione rituale: solo in quanto onphalon dell’equilibrio sacrale lo si potrebbe considerare indirettamente garante della pace e del benessere nel regno.)

«Il sole brilla lassù in alto. Anche se non lo vediamo, poiché è evidente che da esso trae origine la grigia luce che riveste ogni cosa intorno a noi, sappiamo per certo che l’astro risplende in ogni angolo del firmamento. Il sole non è altro che l’autentica manifestazione della sacra persona di Sua Maestà: non c’è dubbio che, potendo ricevere direttamente i suoi raggi, il popolo giapponese lancerebbe grida di gioia, la terra arida e desolata rifiorirebbe di colpo e il Giappone tornerebbe a essere l’antico paese ‘dei rigogliosi germogli di riso’.» (Isao, p. 391)

Mishima pone in queste parole entusiastiche una buona dose di ingenuità; eppure lui stesso in parte condivideva questa prospettiva: ed insieme ad un manipolo di volontari giunse ad organizzare un’azione clamorosa, nella quale si tolse lui stesso la vita. Probabilmente è sbagliato cercare di interpretare le vicende biografiche di Mishima leggendo in controluce i suoi romanzi, ma come non essere visitati dal dubbio osservando come l’ideale di bella morte di Isao, manifestazione di devozione estrema, finisca con l’intridersi di disperazione, di odio nei confronti di un mondo che finisce per strappargli la purezza come l’ultimo velo pudibondo di un’illusione?

«Il mio ideale è… seduto su una scogliera a picco sul mare, ai piedi di un antico e venerabile pino… mentre rivolgo una preghiera all’astro nascente… e contemplo la vasta distesa di onde scintillanti sotto di me… mettere fine ai miei giorni.» (Isao, p. 120)

Se nelle prime battute A briglia sciolta, con tutte le sue esaltazioni del kendō, dei corpi giovani e atletici degli schermidori, e dell’afflato benedicente dei kami mi aveva perplessa, man mano che si è arricchito di sfumature ambigue mi ha conquistata diventando uno dei miei preferiti di Mishima.
Siccome sono curiosa come una scimmia, sono già andata a sbirciare le prime pagine del prossimo romanzo della tetralogia, Il tempio dell’alba (nota preliminare: gran bel titolo). È assai più breve, ma i riferimenti in sanscrito ad elementi della dottrina buddhista fioccano, perciò incrociamo le dita.

Autore: MISHIMA Yukio (三島由紀夫) pseudonimo di HIRAOKA Kimitake
Editore: Feltrinelli Anno: 2010 (Edizione originale: 1968) 419 pagg.
Titolo originale: 奔馬 (Honba)
Traduttore: Lorenzo Costantini
ISBN: 978-88-07-72149-6

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2 thoughts on “A briglia sciolta

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