La crisi dello Stato liberale /2

O Fiume o morteL’Italia usciva dalla guerra con un debito estero mostruoso nei confronti dei Paesi dell’Intesa, una classe politica screditata e la diffusa percezione che ai sacrifici sopportati per sostenere l’azione bellica non fosse stata corrisposta una ricompensa adeguata né sul piano interno, con l’impoverimento del ceto medio e la mancata distribuzione delle terre ai contadini promessa dall’esecutivo negli ultimi mesi di guerra, né sul piano internazionale, con l’indifferenza nella quale era caduta una serie di rivendicazioni territoriali (oggettivamente esorbitanti) avanzate dall’Italia.

È in questo frangente che si situa l’ “Impresa di Fiume”, ovvero l’occupazione della città di Fiume (che nel corso della disgregazione dell’impero asburgico fu assegnata alla Croazia) da parte di un un contingente di ex-soldati e soldati in servizio guidati da Gabriele D’Annunzio nel settembre 1919.
Secondo Alatri l’occupazione di Fiume costituisce una premessa alla Marcia su Roma dell’ottobre del ’22. Innanzitutto, D’Annunzio poté contare sul sostegno più o meno aperto di buona parte dello Stato Maggiore, in barba al primato degli organismi politici su queli militari (principio peraltro venuto meno durante la guerra, non solo in Italia); in secondo luogo, la classe politica di stampo liberale (e questo vale tanto per i liberaldemocratici alla Giolitti quanto per i liberali oligarchici alla Salandra) era talmente debole che per mesi non riuscì nemmeno ad esprimere una posizione sui fatti di Fiume; infine D’Annunzio fu capace di interpretare ed incanalare il disagio sociale delle classi medie offrendo una via d’uscita “eroica” all’angustia delle prospettive economiche e politiche.

«D’Annunzio diede voce e forme spettacolari a una sorta di inquieto bisogno di evasione nella guerra e d’insofferenza contro la vecchia classe dirigente giolittiana, iniziando la consuetudine delle adunate oceaniche, dell’eccitamento alla violenza, dei dialoghi con la folla, delle minacce alla “santa canaglia”.» (p. 55)

D’Annunzio è un personaggio che mi intriga moltissimo. Sotto un profilo letterario non mi dice molto (era uno che sapeva usare le parole, certo, ma trovo un po’ volgarotto il suo eloquio ultrabarocco che cerca di abbagliare il lettore per nascondere il fondo di cartapesta), però è interessante come prototipo umano; Alatri scrive che incarnò «l’arditismo temerario e indisciplinato che doveva poi costituire l’ideale umano dello squadrismo e di tutto il movimento fascista». Era fondamentalmente un esibizionista che sguazzava inebriato nella sua stessa retorica, che non si lasciava sfuggire occasione di mettersi in mostra con qualche gesto clamoroso (tipo la beffa di Buccari, od il volo su Vienna, in anni recenti scimmiottato da un ministro della Difesa – della serie: fa sempre piacere vedere in quale modo utile e costruttivo vengano spese le imposte). L’altra facciata di questa crosta di eroismo maschio, come non è difficile immaginare in un uomo così narciso, era una profonda cialtronaggine. D’Annunzio voleva il boato eccitato della folla, ma dieci minuti più tardi era già in preda alla noia. Non aveva la benché minima progettualità politica, né perseveranza, il che si manifestò chiaramente anche nella questione fiumana. Solo la debolezza dello Stato italiano gli consentì di rimanere ad occupare Fiume per un anno, ma non appena vide balenare all’orizzonte la spedizione dell’esercito regolare mandata da Giolitti per farlo sloggiare, nonostante tutti i «O Fiume o morte», gli «eja eja» e gli «alalà», se la diede a gambe levate lasciando i suoi seguaci a cavarsela da soli.
D’Annunzio conciliava l’aspirazione al superomismo con l’attitudine a rifilare sòle; dal mio punto di vista è un personaggio che sfonda ogni barriera del ridicolo, ma costituì realmente un ideale umano: mi incuriosisce molto. Fine della digressione dannunziana.

Popolo d'Italia 31 ottobre 1922

Secondo Alatri, Fiume fu importante perché indicò una via da percorrere al movimento dei fasci (attivo dal 1919 e costituitosi in partito solo nel 1921): la proposta di una soluzione radicale ai problemi che realmente attanagliavano l’Italia all’indomani della guerra.
La profonda crisi del ceto medio, che vedeva il proprio potere d’acquisto eroso dalle politiche inflattive dei governi alle prese con il debito estero e il proprio ruolo minacciato dall’irruzione delle masse in politica e sulla scena economica fra scioperi e manifestazioni di protesta, lo rese sensibile alle sirene della promessa di un ritorno all’ordine sociale minacciato dai disordini della lotta di classe, della rimozione della vecchia classe dirigente in decomposizione in favore di un modo nuovo di fare politica, della riconquista di un ruolo dell’Italia sullo scacchiere internazionale e della ripulsa della tirannide plutocratica (questo soprattutto fu un punto sfruttato in chiave demagogica, visto che i grandi capitali sostenevano i nazionalisti).

«Sulla forza accresciuta della grande industria e dell’alta finanza, tendenti ad una politica avventurosa, e sulla crisi di smarrimento della piccola e media borghesia, fa presa il sovversivismo di destra che, sa pure con pennellate di demagogia sociale, è la matrice del fascismo.» (p. 75)

Quando i fascisti occuparono uffici pubblici in tutta Italia e marciano su Roma, dopo un anno di squadrismo, i liberali oligarchici al potere reagirono tiepidamente, immaginando che potessero svolgere un ruolo utile per il loro progetto di trasformazione in senso autoritario dell’assetto politico: rafforzamento della gerarchia politica (“legge”) e sociale (“ordine”) e gestione delle rivendicazioni sociali come questioni di ordine pubblico. Per questo non avevano contrastato le azioni contro partiti ed associazioni popolari. Ma le élite di governo sopravvalutarono le proprie forze: avevano a che fare con un movimento politico di massa, e loro si trovavano nel secolo sbagliato. L’assetto politico fu trasformato, ma da altri, secondo altre modalità e con altri scopi.

Errata corrige A proporre il superamento della democrazia parlamentare non è il primo, bensì il secondo partito uscito dalle ultime elezioni politiche. Dati alla mano.

Titolo completo: La crisi dello Stato liberale da Giolitti a Mussolini
Autore: Paolo ALATRI
Editore: Valentino editore Anno: 1992 87 pagg.
ISBN: assente

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2 thoughts on “La crisi dello Stato liberale /2

  1. Su Fiume sotto l’occupazione dannunziana, Radio3 aveva trasmesso tempo addietro un interessante servizio. Ignoravo del tutto questa vicenda, se non per i brevi accenni orecchiati durante le lezioni di storia alle scuole superiori: ho cosi’ scoperto che a un certo punto a Fiume prevalse, in contrasto con le intenzione dei centri di potere in terra italiana, una tendenza anarco-socialista piuttosto libertaria. 🙂
    La cosa mi ha intrigato parecchio, tanto da farmi ripromettere di approfondire.

    • Sì, ci sono tanti aspetti interessanti della questione di Fiume 🙂
      Per un verso il fatto che, mentre gli irredentisti italiani facevano un gran baccano sulla questione fiumana, gli abitanti italiani di Fiume stessi erano piuttosto tiepidi. Iniziarono ad inclinare verso il nazionalismo solo quando gli equilibri demografici della città – nella quale peraltro erano una seppur folta minoranza – lasciarono presagire una marginalizzazione, contro l’aumento delle masse operaie arrivate dalle campagne (mentre gli italiani erano perlopiù commercianti ed artigiani borghesi).
      Anche per via di questa estrazione, le correnti anarco-libertarie di parte dell’amministrazione filodannunziana andarono presto di traverso agli italo-fiumani.

      Se si inizia a scavare non si finisce più *__*

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