La nascita di una potenza mondiale /2

La campagna elettorale del 1912 vide contrapporsi a Theodore Roosevelt ed al suo “Nuovo nazionalismo” il democratico-progressista Woodrow Wilson con un programma di “Nuova libertà”. A marcare una distinzione fra i due programmi c’era la diversa attenzione alla composizione sociale statunitense: gli Stati Uniti stavano cambiando, e le sue varie minoranze erano sempre più attive e visibili. Wilson era più consapevole della crescente frammentazione culturale accelerata dalle ondate di “immigrati nuovi” non più provenienti dall’Europa nordoccidentale bensì da Europa orientale e Italia, che realisticamente non si sarebbero assimilati; delle tensioni create da segregazione razziale e discriminazione messe in atto dagli stati dietro la formula pudica «separati ma uguali»; delle rivendicazioni del diritto al’istruzione, alla proprietà e dei diritti politici da parte dei movimenti femministi; del ruolo di sostegno e sprone da sinistra dei progressisti giocato dai movimenti socialisti.
Wilson fu più capace di interpretare e mediare fra queste diverse istanze, ed ebbe la meglio.

Fu proprio Wilson a guidare gli Stati Uniti nella partecipazione al primo conflitto mondiale, ma meno noti sono i precedenti di politica estera statunitense. Fino alla prima guerra mondiale gli USA non furono particolarmente attivi; in Europa erano considerati un attore politico di second’ordine. Una agenda politica espressamente imperialistica trovò sostegno negli Stati Uniti solo verso la fine Ottocento, quando gli stati dell’Europa occidentale avevano ormai consolidato i loro imperi coloniali penetrando in profondità in Africa ed Asia; secondo Thomas, questa spinta verso l’esterno in parte convogliava le energie rimaste prive di una direttrice dopo la chiusura della Frontiera.
All’interno dell’opinione pubblica statunitense si erano andate definendo due diverse correnti: coloro che erano favorevoli ad una politica estera imperialistica (per sostenere politicamente gli interessi economici statunitensi, per diffondere la democrazia, la civiltà cristiana e/o la libera impresa – e sarebbe stato interessante approfondire il legame di coimplicazione che alcuni assumevano esistesse fra essi) e chi, rifacendosi ai principi repubblicani, avversava su basi morali l’imposizione di un sistema di governo su un altro popolo.
Fosse per egoismo economico o per attivismo altruistico (oggi diremmo “umanitario”), in definitiva a prevalere fu l’approccio interventista, come si manifestò in occasione della crisi di Cuba, ancora formalmente parte dell’impero coloniale spagnolo. Nel 1895 scoppiò una sommossa che assunse progressivamente caratteri rivoluzionari. La Spagna mandò un contingente per sedare la rivolta, ma tre anni più tardi gli Stati Uniti inviarono a loro volta truppe a sostegno dei rivoltosi. La Spagna non era più che l’ombra della potenza che era stata tre secoli prima (a proposito: sarei curiosa di leggere qualcosa su questa involuzione) e di lì a breve firmò una resa con la quale rinunciava alla sovranità su Cuba (in cui fu istituita una repubblica formalmente autonoma), Portorico (annessa agli SU come territorio speciale amministrato da un governatore di nomina presidenziale), Guam (che divenne una stazione navale entro la giurisdizione della marina – nemmeno del governo – statunitense) e sulle Filippine (che di fatto divenne una colonia americana, sebbene dotata di una ridotta autonomia amministrativa). A questo punto l’impero c’era, e le divisioni si aprirono sulla sua gestione.

I lasciti di Theodore Roosevelt, che dopo aver condotto la spedzione statunitense a Cuba era diventato fortunosamente Presidente, furono essenzialmente il corollario alla dottrina di Monroe con il quale si affermava l’esistenza di una sfera di influenza esclusiva statunitense all’interno della quale era incluso l’intero continente americano; e la secessione di Panama dalla Colombia (1902) realizzata da un gruppo insurrezionale finanziato dai futuri investitori nell’impresa del canale.
Il suo successore, Taft, si fece invece promotore di una “diplomazia del dollaro“: una intensa penetrazione dei capitali privati in aree la cui stabilità sarebbe stata garantita da un successivo intervento del governo federale; funzionò solamente in America latina, dove un intervento militare diretto era effettivamente nel novero delle possibilità.
Wilson era un anti-interventista ed intendeva promuovere l’arbitrato internazionale come strumento di soluzione delle controversie.

«Nel 1914 era diffusa fra gli intellettuali progressisti una salda fede nell’imminente avvento di un’era di armonia internazionale.» (p. 189)

Tuttavia, per ironia della sorte o per un fondamentale errore di calcolo, la presidenza Wilson fu una delle più interventiste della storia americana fino a quel momento: impegnativo fu l’intervento in un Messico agitato da successivi colpi di Stato (1911-16) ed ancora di più lo fu quello in Europa, nella quale nel frattempo era scoppiata la prima guerra mondiale.
Wilson avrebbe preferito mantenere la neutralità americana, ma la sua pretesa e rivendicata neutralità non contemplava in realtà equidistanza fra i due blocchi: gli Stati Uniti rifornivano e facevano credito all’Intesa, mentre non faceva che montare l’irritazione per gli affondamenti indiscriminati condotti dai sottomarini tedeschi (il caso più famoso fu quello del Lusitania nel 1915). Quando divenne evidente che la guerra totale stava erodendo le possibiltà dell’Intesa di sostenere l’economia di guerra, gli Stati Uniti entrarono in guerra.

Ora, sono così abituata all’edificio di memoria prodotto dalle ricostruzioni nostrane della prima guerra mondiale – in cui sono cristallizzati i film di Rosi e Monicelli, le pagine di Lussu e Hemingway, luoghi miti e narrazioni commemorative nazionalpopolari da Redipuglia al milite ignoto alle puntate speciali della Premiata Divulgazione Angela – che la scoperta di un punto di vista affatto diverso ha contribuito a scrostare la patina di polvere e vecchiume di cui si era incrostato, lasciando emergere materia viva di assoluto fascino.
Come già era accaduto in occasione della Guerra civile, negli Stati Uniti la mobilitazione bellica fornì un’occasione per attuare decise politiche di centralizzazione altrimenti mal digerite da un’opinione pubblica sempre diffidente nei confronti delle autorità federali. Le esigenze organizzative del “fronte interno”, assai estese nell’ottica di uno sforzo bellico che avrebbe investito la vita collettiva ad ogni livello, incontrarono una classe politica che, ormai educata da un ventennio di efficientismo progressista, le colse come un’opportunità insperata per accelerare il programma di intervento governativo scientifico e riforma sociale. Si teorizzò persino che le le politiche di mobilitazione «avrebbero promosso la virtù morale e la purezza civile sia fra i soldati che fra i civili» (p. 203).
Il punto sta proprio qui: se da un lato l’esecutivo compì vari sforzi per istituire organismi di coordinazione e gestione centralizzata delle risorse (derrate, cantieri navali, traffico ferroviario, produzione industriale) in collaborazione con la grande industria, dall’altro l’armonizzazione efficientistica applicata sul piano ideologico si tradusse nella diffusa repressione del non conformismo – ovvero di tutte le opinioni, i comportamenti, le espressioni artistiche (come l’arte degenerata europea che tanto aveva dato scandalo a New York: Matisse, Picasso, Brancusi, Duchamp) che, per la loro devianza carica di destabilizzazione, finivano per essere considerate manifestazioni di antipatriottismo. Il governo degli Stati Uniti si fece carico dell’omogeneizzazione morale della società elevando a modello unico il benpensare.
Quel che più mi ha colpita non è stata l’iniziativa governativa, bensì la diffusione di quella locale: un associazionismo spontaneo di vigilantes autoconvocati che organizzavano spedizioni punitive, autodafè patriottiche e linciaggi contro sindacati, pacifisti e lavoratori in sciopero.

«Lo strumento progressista del governo amministrativo, che aveva come scopo di liberare i responsabili dell’esecutivo dalla costante interferenza del legislativo, aveva i propri meriti; ma quando lo si applicava alle idee e opinioni dei cittadini, anziché alle procedure amministrative, il nuovo procedimento rivelava i mali di un’azione governativa separata da responsabilità e controllo.» (p. 211)

Ed ecco che ci resta in mano con una questione di cui, a distanza di un secolo, vale ancora più che mai la pena di discutere.
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Titolo completo: La nascita di una potenza mondiale. Gli Stati Uniti dal 1877 al 1920
Autore: John L. THOMAS
Editore: il Mulino Anno: 1988 (Edizione orginale: 1985) 272 pagg.
Titolo originale: The Great Republic: A History of the American People
Traduzione del titolo: La Grande Repubblica: Storia del Popolo Americano
Traduttrice: Nadia Venturini
ISBN: 88-15-01267-2

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