Sudditi

Sudditi - www.anobii.com(- Dov’eri finita? Sei caduta nella tana del Bianconiglio ed hai perso la voia del ritorno?
– Ho semplicemente avuto tanto da fare, purtroppo.
– Ancora saggistica? E la narrativa?
– Sto incubando qualcosa su Mishima. Ma è molto, molto difficile.)
Negli ultimi tempi ho iniziato ad interessarmi un po’ di più di politica, spronata soprattutto dalla situazione tragica ma non seria in cui versiamo. Essendo piuttosto ignorante in materia ho sentito l’esigenza di cercare delle coordinate di riferimento, e siccome il comunitarismo è un orientamento trasversale che sta informando i discorsi e le proposte di un numero crescente di attori politici, ho pensato che hey!, non ci fosse occasione migliore per emanciparmi dalla mia disabilitante ignoranza che leggere la breve (ma densa?) trattazione in proposito di uno dei suoi esponenti italiani più noti.

A Massimo Fini la democrazia rappresentativa di matrice liberale non piace un granché, per vari motivi. La sua tesi principale (e l’unica per la quale fa almeno il tentativo di sviluppare un’argomentazione) è che il sistema democratico rappresentativo sia intrinsecamente incoerente: che i suoi portati siano in stridente contraddizione con finalità e principî ispiratori.

«diventa sempre più evidente che la democrazia rappresentativa non solo non rispetta i suoi presupposti e i suoi roboanti principi, ma non è assolutamente in grado di farlo né mai lo farà.» (p. 30)

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A questo punto mi aspettavo che la trattazione fosse articolata intorno a due temi: 1) Quali sono i presupposti della democrazia rappresentativa? 2) Quali sono invece i suoi portati?
In merito al primo, consultando un po’ di letteratura già esistente Fini scrive:

«La democrazia è un metodo, una serie di regole e di procedure per determinare, attraverso elezioni rette dal criterio di maggioranza, chi devono essere i governanti cui spetta prendere decisioni valide per l’intera collettività.» (p.89)

Secondo la rappresentazione di sé diffusa presso i sistemi democratici (di cui Fini fa un unico fascio, e che anzi riduce agli Stati Uniti in quanto capofila, massimo modello e potenza egemone: tutte cose ormai passibili di contestazione), i punti qualificanti delle regole del gioco democratico si potrebbero condensare in: principio “un uomo un voto”, libertà del voto stesso, trasparenza dell’attività di governo, rispetto di norme e leggi, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ricusazione della violenza nella soluzione dei conflitti. (Anche qui ci sarebbe molto da dire, ma perderemmo il filo del discorso principale, ovvero la coerenza del sistema).
Orbene, scrive Massimo Fini, queste norme sono regolarmente violate dai rappresentanti eletti perché il sistema non consente ai cittadini né di scegliere né di controllare l’operato dei governati, i quali formano una casta chiusa la cui unica finalità, omertosamente condivisa ed ipocritamente negata, è quella di esercitare il potere usurpando il popolo della sua sovranità per accumulare favolose quanto immeritate ricchezze.
La questione è tutt’altro che banale e meriterebbe una disamina attenta: consorterie, gruppi di interesse e lobby di vario genere che esercitano sul processo decisionale una influenza non sancita da alcuna investitura effettivamente limitano l’esercizio del potere espresso dalla sovranità popolare. Il problema del modo in cui la pone Massimo Fini è che la loro formazione è associatata alla democrazia rappresentativa eludendo alcuni interrogativi non secondari: a) La formazione di oligarchie è un portato strutturale del meccanismo rappresentativo? Si dà il caso di paesi ad ordinamento democratico in cui questo fenomeno è assente o limitato? b) È possibile introdurre norme correttive che limitino il fenomeno senza abbandonare in toto l’ordinamento democratico? c) Si tratta un fenomeno proprio delle sole democrazie rappresentative o appartiene anche ad altre, se non a tutte le forme di amministrazione del potere?
Quello di Fini tuttavia è un argomentare estremamente povero: si limita a denunciare con toni aspri l’esistenza di oligarchie, ma non le inquadra come oggetto di critica, non ne svela i meccanismi di formazione e funzionamento evidenzandone le eventuali connessioni con l’ordinamento democratico (ciò che sarebbe dopotutto l’oggetto principale del suo discorso), trovando forse più utile, più agevole, più remunerativo servirsene come bandiera e strumento retorico, ed in definitiva tirare l’acqua dell’indignazione al proprio mulino. Il discorso procede in maniera piuttosto nebulosa fra argomenti circolari e vigorosi richiami ad un passato immaginifico (Ancien Régime soprattutto: perché una volta certi soprusi i nobili non potevano permetterseli, mica come oggi, e «in fondo nei Promessi Sposi Don Rodrigo finisce per perdere la partita», p. 95) od a mondi esotici idealizzati (Nuer).

Argomenti secondari non dichiarati/sviluppati/argomentati
Ci sono altri motivi, ancillari rispetto alla tesi principale, per i quali Massimo Fini non gradisce la democrazia rappresentativa: ad alcuni accenna solo, su altri si spende un po’ di più; talvolta sono presentati sotto forma di preterizioni (ovvero: “Non voglio dire che la tal cosa sia così e cosà” …ma intanto l’hai detto). Una carrellata:

3. Liberaldemocrazia e capitalismo industriale vengono strettamente associate, ed i danni del secondo liberamente attribuiti alla prima. Su un piano storico penso che l’argomento sia fecondo, ma attribuire al sistema democratico rappresentativo in quanto tale gli effetti di certe politiche di redistribuzione della ricchezza mi sembra piuttosto azzardato. E risulta tantopiù seccante in quanto Fini non si assume direttamente la responsabilità dell’associazione: è tutto un «In Occidente si è convinti che» (p. 11), un ammiccare per incisi.
Oggigiorno poi fioccano modelli di sviluppo in cui il capitalismo industriale non si accompagna ad un ordinamento liberaldemocratico, nemmeno i sostenitori più sfegatati del libero mercato hanno più il coraggio di dire che produce democrazia.

4. Il capitalismo industriale avrebbe sfibrato l’uomo, l’avrebbe privato di vigore: per ritrovare se stessi la ricetta per tutti è tornare a zappare.

«Il ritorno alla terra non viene quindi inteso semplicemente come cambio radicale dell’indirizzo produttivo (…) ma come recupero, in senso non solo simbolico, di energie vitali. Noi veniamo dalla terra e alla terra ritorniamo. Siamo suoi figli. Il contatto con la terra ci rigenera psicologicamente e fisicamente.» (pp. 133-4)

Insomma, l’abbondanza avrebbe debosciato l’uomo moderno (anzi, a giudicare dalle metafore sessuali ricorrenti, l’avrebbe proprio svirilizzato). Come argomento contro la democrazia rappresentativa mi pare penosetto anzichéno.

5. L’attività politica democratica, che si svolge e risolve su un piano dialettico, è esteticamente insoddisfacente per Fini che invece predilige l’azione (una posizione un po’ alla Mishima e un po’ alla D’Annunzio).

«Il potere democratico si basa, più di chiunque altro, sulla parola. Il condottiero deve conquistare città e territori o difenderli. Il capo carismatico avrà alle spalle azioni con cui ha costruito il proprio prestigio. Il dittatore prende decisioni che sono direttamente riferibili alla sua persona. Il potere di origine divina o semidivina è invece silenzioso per non usurare con la parola la propria sacralità e credibilità. (…) L’uomo politico democratico invece parla. Non fa che parlare. E’ la sua attività principale e quasi esclusiva. “La politica moderna – scrive Weber – si serve della parola in misura quantitativa enorme”. E la parola è inganno, frode, menzogna. “Il tuo dire sia sì sì no no, il resto viene dal Maligno” è scritto nel Vangelo.» (pp. 67-8)
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6. L’assenza di valori intrinseci alla democrazia porta ad una perdita di identità dell’individuo. Penso che fondamentalmente non sia vero che la democrazia sia priva di valori intrinseci: i suoi valori sono stati decontestualizzate, astoricizzati ed apostatizzati sotto forma di “diritti universali dell’uomo”: in questo caso “universale” è un’aggiunta retorica. (E comunque di questa storia dell’identità avrei le tasche piene).

«In questo appiattimento naufraga la nostra identità. Anche perché nella società premoderna e predemocratica l’uomo di ieri trovava proprio nei legami e nei limiti in cui era circoscritto la propria individualità e soggettività, quello di oggi, democraticamente sciolto da quei vincoli, tecnologicamente svincolato da     quei limiti territoriali e riversato nel mondo globale, perde ogni punto di riferimento. È anonimo e solo.» (p. 97)
«L’uomo non è mai stato così condizionato, fin nelle ultime fibre, come nell’odierna società democratica di massa, di cui fa parte come semplice ingranaggio dell’onnipotente meccanismo che la sovrasta, fingibile e sostituibile come gli oggetti che produce, senza valore, senza identità, senza dignità e senza onore.» (p. 99)
«Infine, e soprattutto, il cosiddetto benessere provoca nevrosi, depressione, angoscia, frustrazione, perdita di senso e ha precipitato l’uomo in una disperazione e in un’infelicità diffusa quale nessuna epoca che ci ha preceduto, per quanto brutale, ha mai conoscuto?» (p. 130)

Quando ci si lascia andare a fantasie pastorali ci si dimentica della miseria nera e della cappa di oscurantismo e pressione al conformismo che hanno oppresso la vita rurale. L’immagine dell’individuo libero ed indipendente immaginata da Fini è una finzione romantica tutt’al più appannaggio di una élite che non aveva preoccupazioni materiali immediate e poteva permettersi di vagheggiare un “ritorno alla natura ed all’istinto” proiettando altrove l’ansia prodotta dalla vita sociale.
Quanto alla mancanza di senso, visto che ci sono nata e non conosco altra condizione, ci sto piuttosto bene dentro. Mi rincresce che Fini ci soffra (mi pare che in qualche modo se ne sia fatta una ragione ed un suo ruolo se lo sia ritagliato), ma la mancanza di senso è la dimensione della mia libertà individuale, e in una certa misura anche della mia felicità. I miei massimi sussulti di appartenenza li ho quando vedo qualche straniero mangiare gli spaghetti con coltello e forchetta e/o condirli con il ketchup.
Sono uno specimen antropologico che Fini non conosce, ma è anche un uomo di un’altra epoca. E chissà cosa ci riserverà l’avvenire.

Tamakatsura contro il comunitarismo
Massimo Fini auspica l’avvento di «un regime comunitario della terra, com’era in epoca preindustriale, una sorta, per dirla molto alla grossa, di feudalesimo senza feudatari.» (pp. 131-2). Il suo ideale è quello di un’economia basata largamente sull’autoproduzione agricola organizzata in piccole comunità in cui le decisioni rilevanti siano prese di concerto.
Gli propongo un gioco. Fini stesso, discutendo del principio “un uomo, un voto” (oggidì va per la maggiore la sua formulazione “uno vale uno”) ne evidenzia i limiti, dal momento che un gruppetto organizzato è più incisivo di una moltitudine dispersa. Si tratta di un meccanismo dal funzionamento assodato e pressoché inevitabile, a meno che non si abolista la libertà di associazione.
Se sotituiamo i voti con le clave, che situazione si verrà a creare? Il meccanismo di formazione di gruppi organizzati verrà meno, o si manifesterà sotto altre forme?
(E per le decisioni che investono una dimensione più ampia, che si fa?)

Letture e riletture che consiglio a me stessa, a Massimo Fini ed ai miei affezionati lettori
William Golding, Il signore delle mosche, Carl Schmitt, Il concetto del ‘politico’ e Karl Polanyi, La grande trasformazione (il quale nella bibliografia di Sudditi inaspettatamente compare).
Contro la dicotomia Natura/Cultura (che, ahimé, Fini spolvera usando addirittura le maiuscole): Glifford Geertz, L’impatto del concetto di cultura sul concetto di uomo (in Interpretazione di culture) e Tim Ingold, Come eliminare le distinzioni tra corpo, mente e cultura (in Ecologia della cultura).

Titolo completo: Sudditi. Manifesto contro la Democrazia
Autore: Massimo FINI
Editore: Marsilio Anno: 2004 147 pagg.
ISBN: 978-88-317-8412-2

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