Il tempio dell’alba

Con molto, molto ritardo rispetto alle mie intenzioni ed alle previsioni iniziali, finalmente mi accingo a scrivere qualcosa su Il tempio dell’alba, terzo romanzo della tetralogia del Mare della fertilità (Hōjō no umi 豊饒の海). Per molti motivi, che cercherò di affrontare almeno in parte nel post, questo terzo romanzo si è rivelato più faticoso (e, se posso permettermi, meno riuscito) dei precedenti.

All’inizio del romanzo troviamo Honda Shigekuni (本多繁邦, “Paese rigoglioso”), divenuto consulente legale per grandi aziende e clienti facoltosi, a Bangkok per un viaggio di lavoro (siamo nel 1941). Qui incontra la giovanissima principessina Ying Chan, figlia del principe Pattanadid che era stato ospite dei Matsugae per qualche tempo (in Neve di primavera); considerata un po’ tocca dalle dame di corte per la sua convinzione di essere la reincarnazione di un giapponese, incontrando Honda Ying Chan si scusa per essersi suicidata senza salutarlo, e prova di conoscere alcuni fatti relativi alle vite di Kiyoaki e di Isao. Honda vorrebbe mettere ancora alla prova la principessina, e controllare se il suo corpo porti il segno distintivo dei tre nei allineati come le Pleiadi, ma le possibilità di comunicare sono piuttosto limitate, complice l’etichetta di corte e la necessità di un interprete.
Honda approfitta del soggiorno in Thailandia per un breve viaggio in India, di cui gli rimarranno impressi il sacrificio di un ovino, a cui assiste a Calcutta, ed i riti funebri sui ghat di Benares, in riva al Gange: la presenza quasi opprimente del senso del sacro, che intride fango e cenere e sangue, sgretola via il materialismo razionalista che aveva informato la vita di Honda fino a quel momento, o perlomeno fino alla scoperta della prima reincarnazione di Kiyoaki in Isao (Cavalli in fuga).
Dopo il suo rientro in Giappone il romanzo compie un salto di sette anni: siamo nel 1952, Honda è entrato in possesso di una considerevole fortuna grazie alla quale si sta costruendo una villa fuoriporta alla cui inaugurazione ha invitato un po’ di personaggi in vista – alcuni superstiti della nobiltà d’anteguerra, qualche intellettuale che si crogiola nel gusto di dare scandalo, e Hisamatsu Keiko (久松慶子, “Giuliva”), vicina di casa nonché amica di Rie. Honda aveva invitato anche Ying Chan, cresciuta in una avvenente diciottenne in Giappone per studio. La giovane principessa però rimane sfuggente; e forse proprio per questo, più ancora che per la sua femminilità prorompente, Honda rimane soggiogato dal suo fascino esotico. Prima briga per farla sedurre da un ragazzo, ma in un secondo momento, spiandola in camera da letto, capisce che la ragazza non potrà mai essere sua.

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Innanzitutto devo premettere che si è trattata di una lettura assai più faticosa rispetto ai due romanzi precedenti; anche solo scriverne una sinossi è stato faticoso! Diversamente dagli altri tre romanzi della tetralogia, Il tempio dell’alba non ha una struttura narrativa unitaria ma si compone di vari blocchi pressoché indipendenti.
Nella prima parte, fra Bangkok e le città spirituali dell’India, Honda è il nostro solito uomo di legge, pur nutrendo una crescente sfiducia nei confronti della propria professione – o forse solo cogliendone con maggior chiarezza i limiti – tormentato da numerose domande sulla natura dell’anima e sul suo destino, sulla sostanza del mondo e sul ruolo dell’uomo all’interno di esso, del tempo e della storia. Ciò offre a Mishima il destro per dilungarsi in speculazioni verbosissime intorno alle varie teorie della trasmigrazione: naturalmente alle scuole buddhiste è riservata la gran parte dello spazio, ma non mancano accenni a Pitagora ed agli umanisti italiani. Ying Chan invece non è che una bambina, certo particolare per la determinazione con cui protesta la propria essenza giapponese.
Undici anni più tardi, nel Giappone in lenta ricostruzione, la cospicua fortuna ricevuta da Honda l’ha trasformato in un signore eccentrico attaccato ai suoi denari; neanche il radicale cambiamento di stile di vita che gli consente però basta a spiegare la sua metamorfosi in un guardone – un’aggiunta alla galleria di “depravati” che Mishima mette in fila per rappresentare la società bene del Giappone postbellico.
Si tratta forse di una deriva della natura del personaggio di Honda, passivo osservatore delle vicende di Kiyoaki prima e di Isao poi – anche se per Isao cerca di farsi avanti, compiendo quello che in seguito ricorderà come il primo e l’ultimo gesto altruistico della sua vita. Osservatore dell’intensità con cui Kiyoaki e Isao avevano bruciato le loro vite, osservatore della passione di giovani amanti che si danno convegno nel parco, osservatore degli intrallazzi fra gli ospiti della sua villa.
Quando Ying Chan arriva in Giappone, una ragazza dalla carnagione ambrata maturata al sole tropicale del suo paese di origine, Honda rimane preda di desiderî ambivalenti. Al di là del desiderio carnale per una creatura desiderabile, Honda rimane avvinto da una sorta di desiderio metafisico di lei. Più di ogni altra cosa Ying Chan è misteriosa, sfuggente, inaccessibile. Attraverso di lei, della sua vitalità non ancora addomesticata, Honda sogna di liberarsi degli stretti limiti imposti alla sua conoscenza dalle facoltà sensoriali; ma lui stesso sa che vedendola intrappolerebbe anche lei nella rete dei suoi sensi. L’unico modo per soddisfare questo desiderio sarebbe morire, e nell’istante della liberazione dalla carne e dalla mente finalmente rivolgere lo sguardo su di lei.

«Incitato dalle sue percezioni, sognava la beatitudine dell’attimo del suicidio, quando Ying Chan, mai vista così da nessun altro, gli sarebbe apparsa in tuttala sua fulgida, pura e ambrata nudità, come una luna che si levi splendente nel cielo.» (p. 304)

Più ancora che nei precedenti romanzi, ne Il tempio dell’alba la scrittura di Mishima vive soprattutto nella dimensione visiva; scenari spettacolari e tuttavia privi di profondità, scenografie teatrali per un dramma che si svolge altrove – nei tortuosi tormenti metafisici di Honda.

«Sulla riva opposta il sole calava dietro il Wat Arun, il Tempio dell’alba. Un immenso tramonto riempiva il vasto cielo sopra la piatta veduta della giungla di Thon Buri, interrotta solo da due o tre alte pagode che si stagliavano all’orizzonte. Simile a cotone, il verde della foresta assorbiva l’intenso bagliore e lo tramutava in smeraldo. I sampan si incrociavano sull’acqua, i corvi si raggruppavano numerosi, e sulla superficie del fiume galleggiava una sudicia patina rosa.» (pp. 19-20)

Autore: MISHIMA Yukio (三島由紀夫) pseudonimo di HIRAOKA Kimitake
Editore: Feltrinelli Anno: 2011 (Edizione originale: 1970) 343 pagg.
Titolo originale: 暁の寺 (Akatsuki no tera)
Traduttore: Emanuele Ciccarella
ISBN: 978-88-07-72238-7

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