La decomposizione dell’angelo

Eccomi qua, a concludere finalmente il ciclo di letture della tetralogia del Mare della fertilità (Hōjō no umi 豊饒の海) con il quarto ed ultimo romanzo. Non è stato faticoso quanto il terzo, ma mi ha suscitato molte domande sul senso complessivo di quest’opera: perché Mishima l’ha scritta? Qual è la relazione che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto avere con la sua visione del Giappone? E come si può reinterpretare, alla luce di tutto questo, il clamoroso suicidio che concluse e coronò la sua opera?

Siamo nuovamente a Tōkyō, è il 1970 e Honda Shigekuni (本多繁邦, “Paese rigoglioso”), è ormai un vedovo settantaseienne, che inganna il tempo viaggiando insieme all’amica anche lei anzianotta Hisamatsu Keiko (久松慶子, “Giuliva”). È proprio durante uno dei loro viaggi che conoscono Yasunaga Tōru (安久透, “Trasparente”), sedicenne parco di parole che lavora presso una stazione di avvistamento poco lontana dal porto. Tōru è un ragazzo estremamente intelligente, dotato di una bellezza conturbante: sul suo «volto pallido e ben modellato si aprivano due occhi stupendi ricolmi di notte profonda.» (p. 20), mentre sul fianco sinistro, in prossimità dell’ascella, ha tre nei «simili alla costellazione delle Pleiadi» (p.38). Scorgendoli Honda crede di riconoscervi uno dei segni distintivi delle reincarnazioni di Kiyoaki, nonostante la lieve incongruenza fra data di nascita di Tōru e data della morte di Ying Chan, e matura la decisione di adottarlo facendone il proprio erede per poter essere testimone del compimento di un altro tassello dell’intricato destino karmico di Kiyoaki/Isao/Ying Chan.
Una volta adottato, Honda cura la sua educazione per consentirgli l’ingresso nell’alta società: Tōru viene addestrato a mangiare all’occidentale, a conversare fatuamente, a non manifestare mai deviazioni dalle convenzioni né alcun interesse per la politica o la società. Tōru si sottopone docilmente alle direttive di Honda, superando alquanto le aspettative nutrite per lui dal padre adottivo: mentre coi suoi modi modesti, affabili e rassicuranti interpreta alla perfezione la parte del giovane promettente, conquistandosi la buona opinione generale, fra le mura domestiche il giovane diventa un tiranno, traendo un particolare piacere dall’infierire su Honda, sempre più malandato, ridottosi ormai ad attendere che il destino karmico strappi il figlio adottivo dal mondo. Sempre che questa volta l’intuizione non abbia portato Honda fuori strada…

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La decomposizione dell’angelo, come suggerisce il titolo stesso, è una grande allegoria della decadenza.
Il primo grande malato è Honda: indebolito, imbolsito, inflaccidito, ispira a Tōru repulsione per i suoi tic, le piccole manie; ma è la corruzione della carne ad angustiare soprattutto Honda, che patisce la diminuzione, il generale imbruttimento con la sola, magra consolazione di non aver mai incarnato la bellezza, diversamente da Kiyoaki, Isao e da Ying Chan. Anzi, si rende conto di essere stato uno spettatore bramoso, attratto dalla bellezza tragica che li faceva risplendere e che a lui invece sarebbe sempre stata preclusa.

«Ma ormai sembrava impossibile attuare una distinzione tra dolore fisico e spirituale. (…) La vecchiaia è di per sé una malattia della carne e dello spirito, e il fatto che sia incurabile significa che l’esistenza stessa è una malattia incurabile. (…) Se la causa della decadenza è la malattia allora la causa fondamentale di essa, la carne, è una malattia. L’essenza della carne è la decadenza. La funzione della carne, collocata nel trascorrere del tempo, è quella di testimoniare la distruzione e la decadenza.» (p. 214)
«Honda sarebe giunto al termine della sua esistenza senza aver provato cosa significasse possedere un corpo mirabile. (…) Ciò che Honda non aveva conosciuto era quello stretto e scuro sentiero che attraverso la carne conduceva alla santità.» (p. 220)

La decadenza di Honda tuttavia non è solamente carnale; il germe della corruzione si è annidato anche nel suo spirito (un legame che lascia intravvedere ancora una volta l’estetica della kalokagathia di cui Mishima subì intensamente il fascino). Honda sì è fatto cinico, arido, persino crudele. Se in Neve di primavera era un giovane vagamente idealista, in A briglia sciolta un magistrato turbato dalla scoperta di un piano della realtà in grado di influire sul corso degli eventi al cospetto del quale la legge non ha autorità, ne Il tempio dell’alba era giunto ad accettare la necessità strumentale del male e dell’orrendo per la finalità morale superiore del perfezionamento spirituale tramite il ciclo delle reincarnazioni; ne La decomposizione dell’angelo però la presa di coscienza della finitezza delle convenzioni sociali in faccia all’infinità ed alla caoticità dell’universo, invece di divenire il primo passo lungo un cammino di ascesi, diventa per Honda motivo di un ripiegamento sprezzante verso il mondo, quasi alla stregua di un bodhisattva maligno.

«Era a un punto dell’esistenza in cui la giovinezza era un gioco, l’umanità una collezione di bambole di porcellana; un’età in cui le convenzioni sociali venivano usate a proprio piacimento, e l’onestà e la sincerità trasformate in un gioco nel cielo del crepuscolo.» (p. 133)

Il suo male è stato l’assefuazione all’autocoscienza: alla contemplazione che avviene in un tempo differito rispetto all’azione; all’inazione che preclude la strada che conduce alla gloria sfolgorante di una bella morte.

«E il tempo stillava goccia a goccia come il sangue. I vecchi s’inaridivano e poi morivano. Pagando lo scotto di aver trascurato di fermare il tempo nell’attimo glorioso in cui il sangue ricco, all’insaputa di chi lo accoglie nelle proprie vene, reca in sé una deliziosa ebbrezza.» (p. 109)

Nonostante la giovane età e l’apparente freschezza, Tōru possiede una bruttezza simile a quella di Honda, perché è affetto dal medesimo male dello spirito: la vocazione per l’osservazione, aggravata da un senso di superiorità (la convinzione di essere un angelo) che si rivela non essere altro che scaltro opportunismo. Tōru non fa sogni come Kiyoaki, non arde per un ideale politico come Isao, non respira in sintonia con una dimensione carnale ed istintiva che trascende la ragione come Ying Chan.
Non passa molto tempo prima che la laidezza spirituale di Tōru traspaia anche dalla sua carne: un corpo una volta vivo ed elastico che si fa diafano e viene abbandonato a se stesso ed alle cure di una pazza.

Tōru rispecchia l’imbruttimento subito ed abbracciato dal Giappone nel dopoguerra: Mishima sottolinea la propria vibrata disapprovazione, se non addirittura il rigetto su un piano estetico prima ancora che etico – in numerosi passaggi.

«La strada che portava alla stazione di Sakurabashi della linea ferroviaria di Shimizu un tempo passava attraverso le risaie, ma oggi queste erano state tutte colmate e lottizzate. Quelle distese piatte e luminose erano diventate un dozzinale guazzabuglio di nuove botteghe, simili a una strada principale di una cittadina di campagna americana.» (p.37)

Mishima non accettò mai il Giappone in cui viveva, il Paese post-bellico lanciato nel miracolo economico sotto l’egida statunitense.

«Non posso continuare a nutrire speranze per il Giappone futuro. Ogni giorno si acuisce in me la certezza che, se nulla cambierà, il “Giappone” è destinato a scomparire. Al suo posto rimarrà, in un lembo dell’Asia estremo-orientale, un grande Paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Con quanti ritengono che questo sia tollerabile, io non intendo parlare.» (“I miei ultimi venticinque anni”, da Lezioni spirituali per giovani samurai, p. 115)

Preferì creare il mito estetico-nostalgico di un Giappone originario e puro di cuore, immacolato ed animato da uno spirito indomito, sfolgorante di bellezza; preferì scalare le vette di quella grandezza con il gesto spettacolare e inusitato del suo suicidio.
Penso che non si possa parlare della sua ultima opera letteraria senza riflettere anche sulla sua ultima opera estetica (perché fatico a considerare il suo suicidio come un gesto prevalentemente politico, benché sia stato anche questo). Ma ci porterebbe troppo lontano.

Autore: MISHIMA Yukio (三島由紀夫) pseudonimo di HIRAOKA Kimitake
Editore: Feltrinelli Anno: 2012 (Edizione originale: 1971) 245 pagg.
Titolo originale: 天人五衰 (Tennnin gosui)
Traduttore: Emanuele Ciccarella
ISBN: 978-88-07-72319-3

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