Tess of the D’Urbervilles

Finalmente, finalmente riesco a dedicare un po’ di tempo a questo romanzo, letto ormai mesi fa ma non meno vivido nella mia memoria. (E poi un post è un’ottima scusa per scorrere nuovamente fra le pagine, rabbrividendo alla foschia umida e odorosa della brughiera, i piedi che affondano nel fango già calpestato da decine di zoccoli).

La storia di Tess inizia da Tess, o meglio da suo padre Durbeyfield, un umile fittavolo con maggiore familiarità con la bottiglia che con il lavoro: la scoperta di una lontana parentela con l’antica famiglia ormai decaduta dei D’Urbervilles gli offre la scusa perfetta per respingere del tutto il lavoro, giacché sotto il cielo non s’è mai visto un nobiluomo lavorare. Tess è costernata, per sé e per la sua cucciolata di fratellini e sorelline; quando un incidente porta via alla famiglia il vecchio cavallo, la loro ultima fonte di sostentamento, senstendosene responsabile Tess accetta suo malgrado di andare a pietire un posto di lavoro presso il ramo benestande dei D’Urbervilles.
Il giovane Alec D’Urbervilles, uno scapestrato privo di rimorso perché privo del senso di responsabilità delle proprie azioni, mette gli occhi addosso alla graziosa e ritrosa cugina putativa, che dal suo canto fa quello che il suo pudore ed il suo senso del decoro le consentono per tenersene lontana. Una sera d’estate però Alec la coglie di sorpresa ed accade l’irreparabile.
Tess fugge, spera di trovare rifugio a casa, ma ad attenderla ci sono solo le pie illusioni dei genitori, che la vedono già rivendicare nome e titoli dei D’Urbervilles tramite il matrimonio, ed il disonore di una gravidanza senza essere sposata. Il piccolo non sopravvive, ma Tess ormai è marchiata e non può rimanere al paese: deve andare nuovamente a lavorare a servizio, questa volta presso la fattoria di un allevatore di mucche da latte.
La fattoria dei Crick si rivela un’insperata oasi di tranquillità: per padroni e lavoranti lei è solamente una ragazza mite e di poche parole, le cui gote arrossiscono spesso per modestia o per l’aria pungente della brughiera. È qui che sboccia un idillio con Angel Clare, figlio di un pastore protestante che a causa dei suoi dubbi in materia di religione ha preferito non seguire le orme paterne per dedicarsi alla pastorizia delle bestie invece di quella delle anime. Sia Tess che Angel hanno conosciuto la profondità del male di vivere, e la reciproca vicinanza procura loro un senso di conforto che rasenta la tenerezza.

«They were so absorbed in the sense of being close to each other that they did not talking for a long while, the silence being broken only by the clucking of the milk in the tall cans behind them.» (p. 180)

Tess acconsente alle nozze con Angel, ma rimane l’ostacolo del suo passato, per il quale spera di trovare indulgenza presso un uomo profondamente innamorato e già così critico verso molti atteggiamenti accettati acriticamente solo perché parte del senso comune. Eppure, è costretto a scoprire anche Angel suo malgrado, certe convenzioni sociali sono ormai innervate da governare sentimenti ed azioni di chi, a mente fredda, non le risparmierebbe da una critica mordace. Né a Tess né ad Angel è risparmiato il dolore della coscienza di trovarsi una posizione sbagliata. L’unico ad essere dispensato dai rovelli della coscienza sembra essere Alec D’Urbervilles, che torna a farsi vivo proprio quando Tess e la sua famiglia stanno toccando con mano la misera.

Ho sempre avuto un rapporto molto difficile con Thomas Hardy: la sua visione mi sembrava troppo pessimistica, le sue storie troppo cupe, i personaggi condannati ad avvitarsi in una spirale tragica priva non dico di remissione, ma anche di ogni speranza. Solo dopo molte esitazioni mi sono decisa a leggere Tess of the D’Urbervilles (dicendomi che ormai l’avevo comprato, inutile perdersi in ritrosie) ed ho scoperto un romanzo, un autore semplicemente meraviglioso.
Nelle classificazioni linneane dei manuali di storia della letteratura ad Hardy è stato taggato come pessimista, la sua prosa come premodernista, e la questione solitamente viene chiusa lì. Un vero peccato (senza contare che ho un debole per gli autori di fine secolo): il pessimismo di Hardy che ho conosciuto attraverso Tess è assai ricco, complesso, dotato persino di un fascino, ed in realtà non mi pare che sia il pessimismo il punto di partenza, bensì una radicale sfiducia nella società e nelle sue norme, di cui tutti sono allo stesso tempo vittime e complici, emarginati e partecipi. Le convenzioni sociali sono una crosta (particolarmente coriacea e compiaciuta in età vittoriana) al di sotto della quale si svolge una spietete lotta per la vita a cui tutti, volenti o nolenti, partecipano; sono strumenti con i quali i vasi di ferro possono rompere i vasi di coccio come la nostra gentile, innocente Tess.

«She was ashamed of herself for her gloom of the night, based on nothing more tangible than a sense of condemnation under an arbitrary law of society which had no foundation in Nature.» (p. 274)
«Thus Tess walks on; a figure which is part of the landscape; a field-woman pure and simple, in winter guise; (…) Inside this exterior, over which the eye might have roved as over a thing scarcely percipient, almost inorganic, there was the record of a pulsing life which had learnt too well, for its years, of the dust and ashes of things, of the cruelty of lust and the fragility of love.» (p. 275)

L’aspetto tragico della realtà non lascia spazio secondo Hardy per un dio onnipotente e buono, e tantomeno per un dio agitato come giustificazione di un modello di società che rende infelice chi ne fa parte, come quella del suo tempo. Hardy cerca di rendersi invisibile dietro al paravento di un narratore onnisciente, ma nelle descrizioni (brevi, numerose e splendide quelle della brughiera, nella quale si riverberano i vissuti emotivi dei personaggi) emerge inevitabilmente il suo sguardo da naturalista.

«Another year’s instalment of flowers, leaves, nightingales, thrushes, finches, and such ephemeral creatures, took in their positions where only a year ago others had stood in their place when these were nothing more than germs and inorganic particles.» (p. 123)

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Autore: Thomas HARDY
Editore: Penguin Anno: 2002 (Edizione originale: 1891) 392 pagg.
ISBN: 978-0-140-439-544

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