1938

Negli ultimi mesi, ispirata in parte dall’attualità politica, in parte da quella che è stata benevolmente definita come una mia peculiare forma di paranoia, ho rispolverato il mio antico interesse per l’oltranzismo e gli ordinamenti politici antidemocratici.
Vorrei capire meglio due cose soprattutto: per un verso, quali sono i gangli all’interno delle istituzioni democratiche facendo pressione sui quali è possibile riorientare l’operare dell’istituzione conservandone nella misura maggiore possibile l’assetto (rendendo la conversione dell’operato istituzionale pressoché impampabile dal punto di vista delle procedure ma sostanziale da quello degli effetti); per un altro, quali sono i discorsi pubblici, le teorie dello stato e le ideologie che preconizzano, indirizzano e giustificano tale conversione istituzionale. Terzo ma non ultimo, mi piacerebbe conoscere meglio le condizioni materiali (in particolare, ma non esclusivamente, quelle economiche) che hanno accompagnato questi passaggi storici.
Si tratta di propositi presuntuosi, ma non ho chissà quali pretese: mi basta leggere di tanto in tanto qualche libro di storia, qualche libro di filosofia politica, e rimuginarci su.

Questo libro fa parte della collana “Storia narrata”, concepita con una finalità divulgativa che privilegia la leggibilità alla profondità di analisi; nondimeno si è trattato di una lettura sorprendente e ricca di spunti interessanti. 1938 ha cambiato in molti modi l’immagine che avevo del Terzo Reich, ricavata soprattutto dalle due principali fabbriche della memoria storica condivisa che sono educazione scolastica e divulgazione ad ampia diffusione.
Il libro è diviso in capitoli che ripercorrono mese per mese gli eventi del 1938 (un anno in cui Hitler divenne capo delle forze armate, fu consumato l’Anschluss, si tenne la Conferenza di Monaco e fu orchestrata la Reichkristallnacht); questo andamento cronachistico offre un punto di vista un po’ insolito, perché nell’inquadratura entrano anche numerosi avvenimenti secondari che solitamente sarebbero esclusi dalla narrazione degli eventi che portarono alla costruzione del Reich.
Retrospettivamente, il percorso di nazistizzazione della Germania sembra talmente lineare, da parere quasi un disegno unitario e coerente tracciato con intenzione sin da principio; tuttavia se si includono i provvedimenti della cancelleria all’interno di un contesto fatto di piccoli scandali, contrasti all’interno del gruppo dirigente tedesco, pettegolezzi, campagne di stampa denigratorie, ed una economia arenata nelle secche di fallimenti industriali a catena e di una disoccupazione dilagante, ci si rende conto del ruolo del caso. Le circostanze mettevano le persone di fronte a delle strade alternative da percorrere, tutt’altro che obbligate ma più banalmente contingenti.
Ad esempio, l’assunzione del comando delle forze armate da parte di Hitler sembrerebbe precisamente il caso di una di quelle mosse strategiche di avanzamento dell’influenza nazista su settori decisivi dello Stato: in realtà, quando si pose il problema del rinnovamento dei vertici, Hitler aveva in mente un candidato proveniente dalle fila dell’esercito, e più precisamente da quella sorta di élite militare di ascendenza prussiana che non si nazistizzò mai. Il candidato di Hitler finì però in mezzo alla faida continua delle varie fazioni che componevano l’entourage di Hitler: la Gestapo montò contro di lui un finto scandalo a sfondo omosessuale per promuovere un altro generale, che altri seguaci di Hitler affossarono rivelando i trascorsi moralmente discutibili della di lui consorte. Solo dopo che i suoi collaboratori ebbero eliminato i due candidati in pole con un fuoco incrociato, il sosia di Chaplin decise di chiudere la questione senza lasciare altro spazio per i contrasti assumendo lui stesso l’incarico.

Questo episodio mi ha dato parecchio da pensare. L’esercito, ed in particolare la sua élite prussiano-guglielmina, rimase legato ai valori aristocratici di integrità ed onore e non digerì mai del tutto la presa del potere da parte del piccolo borghese nazismo; i generali non nutrirono mai particolare rispetto per Hitler, e per quanto ne sappiamo la diffidenza fu contraccambiata (non a torto, visto che il celebre attentato andato a vuoto nacque proprio in seno allo Stato maggiore). Eppure il regime nazista non riuscì ad epurare l’esercito, mentre l’esercito non oppose resistenza all’ascesa nazista.
Quando si parla di nazistizzazione della società, di costruzione di uno stato totalitario, temo che spesso si rimanga vittime da un lato dell’immagine di sé che il nazismo ha cercato di accreditare, dall’altro della narrazione del nazifascismo prodotta dai suoi oppositori dopo la fine della guerra. Mi sorge il dubbio che, complice il desiderio di magnificare la grandiosità del nuovo impero o, per converso, sotto la spinta dell’urgenza di esprimere una condanna senza appello, si sia prodotta un’immagine titanica del regime nazista: quasi si fosse trasposta la compattezza messa in scena dalle adunate di Norimberga con le loro coreaografie pieni di nero, di croci uncinate e di fiaccole sull’intera organizzazione statale; che presentando l’ascesa nazista come una rivoluzione invece che come una conversione si rischi di oscurare invece l’estesa conservazione dell’esistente, il fallimento della penetrazione ideologica all’interno degli apparati statali, e dunque quei punti nevralgici delle istituzioni intervenendo sui quali fu possibile convertire la Repubblica di Weimar in un regime fascista senza sovvertire le istituzioni. I nazisti ne modificarono obiettivi, prerogative e dirigenza; talvolta ne cambiarono anche il nome; ma non le azzerarono per sostituirle con qualcosa di competamente nuovo. Utilizzarono quegli apparati, in cui non di rado continuarono a lavorare addetti personalmente contrari al nazismo, per perseguire le proprie politiche.
Allora mi chiedo quali siano quei punti nevralgici: quegli snodi dai quali dipende l’orientamento democratico o dittatoriale di un apparato burocratico.
Faccio anche un’altra riflessione: basta relativamente poco per passare dall’uno all’altro. Anzi, forse la linea di demarcazione fra i due è sfumata, e di può parlare di orientamento, tendenza, concetto-limite? Con questo non intendo affatto dire che non ci sia differenza fra i due, ma al contrario che bastano interventi limitati per balzare dall’uno all’altro.

«Ogni mezzo adatto per realizzare la volontà del Capo è considerato legale, anche se dovesse confliggere con procedure preesistenti.» (pp. 219-20)

Il post mi sembra già abbastanza lungo e non vorrei sbrodolarlo in una sorta di fenomenologia complessiva del nazismo (senza averne minimamente le capacità). Ci sono un paio di punti che vorrei annotare lo stesso. Leggendo le pagine che ricostruiscono con grande attenzione l’Anschluss, ho scoperto che, prima dell’unione con la Germania nazista, l’Austria già era uno stato corporativo di carattere fondamentalmente fascista, il cui governo già aveva perseguitato le sinistre ed aveva avuto anche qualche frizione con la Chiesa cattolica. Non lo sapevo, non ne avevo idea. Ma in realtà sono stati molti gli Stati europei che si diedero un’organizzazione fascista nel primo dopoguerra (e movimenti populisti di estrema destra che premevano in quella direzione ce n’erano in ogni paese): purtroppo non se ne parla quasi mai.
Infine, c’è un aspetto al quale il libro fa allusione ma che, per non deviare dal suo piano di ricostruzione cronachistica, non ricostruisce compiutamente: lo stato dell’economia tedesca sotto il nazismo. Passa spesso l’idea che il regime totalitario fu oppressivo e negò le libertà fondamentali però consentì al governo di concentrare le energie e di risollevare l’economia nazionale dallo stato disastroso in cui versava: dittatura in cambio di un po’ di benessere. Be’ no, non fu così, la cronaca del libro registra come l’obiettivo primario del riarmo svenò le risorse statali, come l’espansionismo ai danni dei paesi circumvicini fosse certo motivato dalla rivendicazione dell’unità dei popoli di lingua tedesca ma anche, più pragmaticamente, dalla necessità di appropriarsi delle risorse altrui per sostenere l’industria tedesca ormai esangue, e come inizialmente i nazisti vessarono gli ebrei incoraggiandone l’espatrio all’atto del quale venivano spogliati interamente dei loro beni (si parla degli ebrei della media e alta borghesia: quelli poveri potevano solo sperare in collette o nella conversione al cristianesimo che rendeva assai meno disagevole ed onerosa la fuga, senza considerare che quasi tutti gli Stati del mondo in quegli anni chiusero le frontiere agli ebrei).

P.S. Perché niente bilancio di novembre? Perché è su un computer dal quale in questo momento non posso recuperarlo. Quando avrò aggiustato l’aggiustando lo potrò postare.

Titolo completo: 1938. L’anno cruciale dell’ascesa di Hitler
Autore: Giles MacDONOGH
Editore: Bruno Mondadori Anno: 2013 (Edizione originale: 2009) 324 pagg.
Titolo originale: 1938. Hitler’s Gamble
Traduttrice: Luna Orlando
ISBN: 978-88-61597-86-0

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2 thoughts on “1938

  1. Ricordo un documentario della BBC in cui si diceva che la stessa organizzazione del partito nazista era parecchio caotica. Addirittura Hitler aveva l’abitudine di affidare incarichi quasi identici a più persone, così che le inevitabili rivalità impedissero il sorgere di gerarchi troppo potenti, in grado di insidiare la sua autorità. L’episodio da te citato del comando delle forze armate non corrisponde a questo schema, ma è comunque sintomatico delle lotte intestine che Hitler stesso contribuiva a creare.
    Un post interessante che mi ha fatto riflettere, grazie!

    • Si fanno un sacco di scoperte. Mi capita sempre più spesso, leggendo libri di storia non necessariamente scritti con la pretesa di fare chissà quale rivelazione, di avere autentiche epifanie: di inquadrare un certo periodo e gli uomini che lo vivevano in modo affatto diverso.

      Anche questa storia del divide et impera all’interno del gruppo dirigente nazista mi coglie di sorpresa. Cercherò il documentario.
      Grazie a te e buone letture!

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