Come nasce una dittatura /1

Un altro incontro del tutto casuale. Durante una breve assenza del commesso della libreria, sceso in magazzino a recuperare i libri che avevo ordinato, il mio sguardo, mai inappetente in prossimità di uno scaffale, si è posato sulla massa giallo zafferano delle costine dell’universale economica Laterza, e questo mi ha subito incuriosita. Ho preso nota di titolo & autore per cercarlo poi in biblioteca, anche se purtroppo l’edizione che ho trovato non era l’economica bensì quella nera e meno sobria della collana in cui è uscito inizialmente.

Me l’avevano sempre raccontata così: il 10 giugno 1924 l’on. Giacomo Matteotti fu rapito e assassinato da un piccolo plotone di squadristi ed il suo cadavere scaricato nella periferia di Roma. Chiamato a riferire in Parlamento, il Pres del Cons Benito Mussolini aveva pronunciato le famose parole «Se il fascismo è stato una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinguere!», assumendosi di fatto ogni responsabilità dell’accaduto; ai parlamentari dell’opposizione, impossibilitati a far valere i più elementari diritti e libertà, non restò che prendere atto dell’inizio della dittatura.
In realtà le cose furono parecchio più complesse di così. Il famoso discorso di Mussolini fu pronunciato solo il 3 gennaio 1925: fra delitti e discorso trascorsero sei mesi – sei mesi pieni di eventi nei quali la maggioranza che sosteneva il governo fu più di una volta sul punto di squagliarsi. Come andarono le cose?

La campagna elettorale del 1924 si era svolta in un clima esasperato: c’era la continua intimidazione delle squadre fasciste, che rompevano comizi ed organizzavano spedizioni punitive contro giornali ed associazioni socialisti; la stampa socialista riportava gli episodi alzando i toni dello scontro, mentre giornali fascisti, conservatori e liberali ridimensionavano gli incidenti come risposte alle provocazioni, come azioni di mantenimento dell’ordine e contenimento del rovinoso radicalismo delle sinistre. Ci furono numerosa violenze anche ai seggi, e la coalizione delle destre stravinse.
Il 30 maggio l’on. Matteotti denunciò alcuni di questi soprusi in un discorso alla Camera con il quale chiese che le elezioni fossero invalidate; sì attirò invece lo sdegno dei parlamentari della maggioranza che degenerò presto in una rissa (niente di nuovo…). Ma la denuncia dei brogli non era l’unico modo in cui l’on. Matteotti costituiva una spina nel fianco per i vertici del Pnf.

«Non solo egli [l’on. Matteotti] intrerpretava il proprio ruolo di oppositore con grande coraggio, ma era anche scrupoloso nel raccogliere informazioni sui traffici in cui erano coinvolti diversi membri dell’esecutivo, incluspo il primo ministro, e le più alte sfere del Pnf. Era pertanto al corrente di aspetti rilevanti dell’affarismo fascista di quegli ultimi anni. Il gruppo dirigente del partito e lo stesso presidente del Consiglio avevano preso parte a operazioni finanziarie che implicavano la distribuzione di tangenti, talvolta finalizzate all’arricchimento personale, più frequentemente a rimpinguare le casse del Partito fascista, quelle del giornale di famiglia dei Mussolini «Il Popolo d’Italia», nonché i fondi segreti del governo. Il deputato socialista da tempo stava seguendo queste piste.» (p. 64)

Non fece in tempo a completare le sue indagini e a denunciare il malaffare prosperato all’ombra del governo fascista: il 10 giugno fu rapito in pieno giorno, malmenato, ucciso e seppellito maldestramente in un sobborgo della periferia di Roma. Gli esecutori non furono una squadraccia fuori controllo, bensì cinque membri della Ceka coordinati da un rispettabile faccendiere del Pnf.
L’immediata denuncia della scomparsa del marito da parte della signora Matteotti fu minimizzata dalla stampa vicina al Pnf, che in un primo momento provò a sgonfiarla descrivendo l’abitudinario on. Matteotti come un tipo strambo con abitudini eccentriche, e successivamente, quando lo scandalo divampò, cercò di presentare il caso come un complotto per diffamare il fascismo.
All’indomani della scomparsa Mussolini aveva promesso all’aula di Montecitorio il pieno appoggio del governo alle indagini per chiarire l’incidente; le indagini condotte dalla magistratura e dalla stampa non filofascista però iniziarono ad indicare con insistenza in direzione di un gruppo di fascisti, quindi del partito, infine dei suoi vertici.
La reazione dei partiti di minoranza fu di abbandonare il Parlamento per manifestarne l’illegittimità e per spingere il re a prendere atto della totale opposizione dell’opinione pubblica al blocco di potere fascista.

«Tutto ciò non riuscì a scalfire l’immobilismo politico e programmatico dell’Aventino, che preferì perseverare nella propria «protesta morale». Alla base di tale posizione vi era in particolare la fiducia negli effetti della pubblica denuncia delle malefatte e dei crimini del fascismo per mezzo dei giornali e nel processo giudiziario ai responsabili immediati e ai mandanti del delitto Matteotti.» (p. 126)
«Sennonché l’opinione pubblica italiana, al di là delle momentanee fasi in cui era attraversata da un forte senso di indignazione, non era mossa da «alte passioni», come invece le minoranze moralistiche dell’Aventino e parte del mondo giornalistico erano portati a credere. I sentimenti delle masse erano molto più opachi e non le sospingevano tanto verso rivolte quanto verso una sorta di «fatalistico quietismo». Esse erano molto più occupate dalle esigenze della vita quotidiana e preoccupate per i possibili effetti della congiuntura economica che interessate alla caduta del governo Mussolini. L’esistenza del comune cittadino, in altre parole, era ripiegata su se stessa e le opposizioni aventiniane erano molto lontane dal riuscirne a recepire i reali interessi.
Fra i difetti più gravi dei partiti antifascisti vi era, dunque, l’inconsistenza del rapporto reale con il paese, giudicato attraverso le reazioni e i sentimenti delle élites.» (p. 127)

[continua]

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