Niente di nuovo sul fronte occidentale

Niente di nuovo sul fronte occidentale - anobiiRipetere come un mantra: appena finito di leggere un libro, butterò giù degli appunti. Non lascerò passare settimane prima di scrivere il post, altrimenti diventa difficile ricordare tutto. Appena finito di leggere un libro, butterò giù degli appunti. Non lascerò passare settimane…
Purtropo con Il caso Danton è andata così: non ricordo più per quale motivo mi fossi annotata alcuni passaggi. A Niente di nuovo sul fronte occidentale, letto e poi finito nella pigna dei libri da commentare ormai un mesetto buono fa, è toccata una sorte un po’ migliore, anche se mi sono dovuta districare fa citazioni e mezze parole appuntate durante la lettura diventate ormai di difficile interpretazione: chissà cos’avevo pensato in quel momento, cosa mi era parso tanto lampante da non necessitare nemmeno di una frase intera.

Il romanzo inzia in media res: siamo catapultati al fronte, al fianco di Paolo (il nome è stato tradotto; l’unico del romanzo, chissà perché), in mezzo alla masnada dei suoi compagni prima di scuola e poi di reparto: alcuni sono già morti, altri sono ancora insieme a lui, insieme a quelli che ha incontrato nell’esercito. Siamo sul fronte occidentale, luogo imprecisato, anno imprecisato, mese imprecisato. Questa vaghezza temporale è una costante di tutto il romanzo: non è chiaro da quanto tempo sia iniziata la guerra, da quanto i ragazzi siano al fronte; e lo scorrere del tempo è scandito, più che dai mesi e dai giorni, dalla morte dei compagni, sporadicamente da qualche segno del passare delle stagioni sul paesaggio. Anche gli spostamenti sono sempre relativi: l’acquartieramento è vicino a delle case, o ad una cascina, ad un ponte; il riferimento più importante è la distanza dal fronte, ma non è mai ben chiaro dove ci si trovi esattamente.
Non un calendario, non una cartina: Paolo e gli altri soldati non sono mai in grado di avere il controllo del tempo e dello spazio. Al contrario vi sono invischiati dentro, e vivono in una dimensione spazio-temporale continua ed indeterminata.
Paolo e compagni svolgono i loro compiti, mangiano il rancio, si fermano a riposare, fanno tutti insieme la cacca (un momento importante della vita del soldato, precisa Paolo), compiono un’ispezione nel circondario, tornano a riposare; poi vengono trasferiti in trincea, ed oltre alle solite mansioni può capitare anche di dover sparare, o di stare ore o giorni chiusi in qualche bunker sotterraneo a ripararsi dai bombardamenti; magari durante un trasferimento notturno qualcuno perde l’orientamento e si acquatta in qualche avvallamento del terreno ad attendere le luci dell’alba al riparo. Il romanzo è pieno della quotidianità della guerra, fatta di piccole mansioni, al più di piccole operazioni di cui i soldati non colgono l’utilità e la funzione all’interno di un disegno complessivo. La guerra è stata parcellizzata in una miriade di piccole attività ciascuna delle quali di per sé priva di senso, ma che i soldati si sono abituati a svolgere nondimeno, in mezzo al fango ed alla continua minaccia di morte.
Ma in fondo la funzione dei soldati è proprio questa: obbedire agli ordini «come cavalli da circo» (p. 19), come hanno imparato a fare durante un addestramento fatto di marce, parate e presentat’arm serviti solo a renderli malleabili; e poi «il soldato deve essere sempre impegnato» (p. 37); «il soldato deve essere sorvegliato sempre» (p. 8).
Dal punto di vista dei soldati sul fronte occidentale l’essenza dell’esperienza di guerra è stata questa, la perdita di individualità e la trasformazione in macchine saldate al dispositivo bellico. La loro unica finalità è essere funzionali al meccanismo complessivo, non si richiede altro. Nemmeno l’adesione personale all’ideologia nazionalistica da cui è pervasa la società, né alla bontà della causa della Germania in guerra.

«Il sentimento nazionale del fante consiste in questo, che egli è qui a combattere. Ma in ciò pure si esaurisce, tutto il resto viene da lui giudicato empiricamente e dal suo particolare punto di vista.» (p. 161)

D’altronde la vita al fronte non è un ambiente favorevole alla sopravvivenza di grandi ideali – e tantomeno al loro concepimento. La vita emotiva di Paolo e dei suoi compagni si limita ad un attaccamento tenace alla vita, ed alla risoluzione di restare al fronte a combattere insieme ai compagni.
L’esaltazione patriottica sull’onda della quale erano stati accompagnati tutti al comando di arruolamento dal loro insegnante delle superiori al primo impatto della vita al fronte si è rivelato non essere altro che un sottile strato di vernice che la generazione degli adulti, primi fra tutti gli educatori, si compiaceva di tirare a lucido per potercisi specchiare meglio; al di sotto di essa però Paolo e gli altri ragazzi dovevano fare i conti con cose molto più elementari: prima fra tutti, e continuamente, la paura di morire in modo atroce, i brandelli portati via dalle granate od i polmoni escoriati dai gas.

«Mentre essi esaltavano la grandezza del servire lo Stato, noi sapevamo già che il terrore della morte è più forte. (…) E vedevamo che del loro mondo non sopravviveva più nulla. Improvvisamente, spaventevolmente, ci sentimmo soli, e da soli dovevamo sbrigarcela.» (p. 12)

E così è intimamente solo che Paolo torna a casa per una breve visita in licenza: a disagio, disorientato, disadattato. Della vita al fronte non riesce a parlare con nessuno, tantomeno che non ci sia stato.

«sento che c’è un pericolo per me perché, se traducessi quelle cose in parole, temo diventerebbero enormi, gigantesche, e che non le saprei più dominare. Che sarebbe di noi, se avessimo chiara dinanzi agli occhi la visione di ciò che avviene laggiù!» (p. 129)

Paolo si sente lontano e diverso; preferirebbe scansare la curiosità oziosa dei civili nei confronti di un soldato tornato dal fronte. Non ha nemmeno voglia di avere a che fare con l’arroganza dei militari di grado superiore che non sono mai stati al fronte ed esigono che li si saluti battendo i tacchi. Finisce per chiudersi in camera quasi anticipando il ritorno fra i compagni di reparto: la stessa vita e la stessa paura li unisce in una fratellanza che è la sua unica sponda.
La morte dei compagni, uno dopo l’altro, lo lascia sempre più vuoto e solo. Lo è tutta la sua generazione di ragazzi il cui bildungsoman è stata la guerra su scala industriale. Per riprendere a vivere dopo la fine della guerra – di cui si avvertono in maniera incerta le avvisaglie – sarebbe necessaria una riconversione.

«Noi siamo inutili a noi stessi.» (p. 225)

Tutto considerato, Niente di nuovo sul fronte occidentale riesce anche ad essere un bel romanzo. Ho capito perché alla sua uscita fu giudicato scandaloso, perché Remarque fu accusato di antipatriottismo, di disfattismo e di criptogiudaismo: l’intero romanzo è un atto di accusa contro il militarismo guglielmino ed i suoi falsi ideali di onore, valore e patriottismo trionfante.
La valutazione dell’esperienza della guerra fu uno spartiacque fra due immaginari e sistemi di valori alternativi nella Germania di Weimar; fra chi la considerava la dimensione ideale per la tempra di un uomo potente e titanico, e chi un abominio che usava violenza all’umanità stessa. Una frattura visibile anche nelle arti: da un lato un revival del neoclassico infuso di potenza, dall’altro le correnti di arte degenerata (a partire dall’Espressionismo) che elessero a proprio oggetto il raccapriccio, il caos, la nevrosi e l’alienazione.
Insomma bello davvero, e la traduzione d’epoca (la prima edizione italiana risale al 1931: una storia nella storia) conferisce alla lingua una sorta di fragranza datata.

Autore: Erich Maria REMARQUE (pseudonimo di Erich Paul REMARK)
Titolo originale: Im Westen nichts Neues
Traduttore: Stefano Jacini
Editore: Mondadori Anno: 2002 (Edizione originale: 1929) 226 pagg.
ISBN: 9788804492962

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