L’età dell’ansia

E così eccomi arrivata in fondo al quarto volume della serie della Storia degli Stati Uniti de il Mulino. Avevo in animo di leggerlo con calma il prossimo autunno, ma la partenza mi ha scombussolato parecchi piani, non ultimi quelli di lettura (nonché di gestione del blog).
Il libro di Parrish si occupa del ventennio lungo interbellico americano – un periodo decisivo che ha ridelineato la fisionomia della società, della politica ed anche dell’immaginario americani saldando Ottocento e Novecento. Mi limito a mettere in ordine qualche idea, qualche punto particolarmente interessante.

Gli statunitensi erano emersi dalla Guerra (dalla prima) piuttosto provati. L’economia era in espansione, non c’era penuria di cibo o altro, ma era ormai prevalente un sentimento di stanchezza nei confronti della mobilitazione. Pareva a molti che, approfittanto delle necessità di gestione e coordinamento dello sforzo bellico, il presidente Wilson avesse dilatato la sfera d’intervento del governo ben più di quanto non fosse desiderabile; così, nel 1920 e nelle due tornate elettoriali successive, prevalsero candidati repubblicani che promettevano il ritorno alla normalità ed il rientro nei ranghi del governo federale, ovvero cospicui tagli al bilancio pubblico e maggiore libertà d’azione per le imprese.
L’interventismo pubblico progressista fu sostanzialmente abbandonato, ma persino i presidenti repubblicani degli Anni Venti sostenitori dello Stato minimo come Warren Harding (un pacioso gentiluomo dedito al gioco ed alle donne più che alle beghe fiscali che succedette a Wilson) e Calvin Coolidge (all’opposto del suo predecessore, competente ed austero) si giovarono dell’accresciuto coinvolgimento dell’esecutivo nei processi legislativi lasciato in eredità dal progressismo, sebbene se ne siano serviti soprattutto per ridurre le interferenze del pubblico in campo economico.
E in effetti, nei Ruggenti Anni Venti, le cose sembravano andare a gonfie vele: in tutti i settori la produttività continuò a crescere, ed il mercato fu inondato di beni e servizi alla portata un po’ per tutte le tasche. Fu in questi anni che prese avvio lo sfruttamento su larga scala del petrolio, la distribuzione capillare dell’energia elettrica, la commericalizzazione degli elettrodomestici, la diffusione della pubblicità (fra le proteste dei piccoli esercenti) e delle radio, su cui andavano in onda programmi di informazione, di carattere religioso ma anche puramente di intrattenimento.
Il sogno americano era innanzitutto una promessa di benessere materiale, misurato sulla base dell’accesso al consumo.

Sotto questa crosta di prosperità però l’economia statunitense iniziò a soffrire di una serie di problemi strutturali che la politica di lassez-faire non contribuì in alcun modo a correggere. Tanto per cominciare, gli imprenditori, specialmente quelli agricoli, tendevano a produrre al massimo delle loro capacità, ed in un periodo di produttività crescente, questo significò una rapida disponibilità di beni superiori alla capacità di assorbimento del mercato, con un conseguente crollo dei prezzi ed il fallimento di molte aziende. Gli impiegati nell’industria e nel terziario poterono giovarsi dei cali dei prezzi, anche grazie agli aumenti generalizzati delle loro retribuzioni, il cui andamento però seguì un tasso inferiore a quello della crescita della produttività, mentre le tutele di cui avevano goduto durante la guerra per intervento del governo venivano progressivamente erose dalle aziende.
D’altro canto, c’era anche chi rigettava la cultura urbana e dei consumi ed il tipo di società apertamente più materialista ed edonista che si andava conformando: da un lato gli intellettuali liberal stigmatizzavano l’atteggiamento crasso e compiaciuto dei nuovi piccolo borghesi; dall’altro presso le comunità che vedevano nell’ondata di modernità un’aggressione allo stile di vita al quali erano legati sorsero come funghi associazioni che si prefiggevano come scopo la difesa dei valori “tradizionali”. La più famosa di queste associazioni è il Ku Klux Klan, originariamente fondata negli anni turbolenti della Guerra di Secessione, quindi dissolta riportata in vita nelle comunità rurali wasp del sud e dell’ovest, dove contava milioni di iscritti, fra i quali non mancavano esponenti delle istituzioni ad ogni livello; fu grazie a questi agganci che membri del KKK poterono farla franca nonostante il coinvolgimento in numerose aggressioni ai danni di neri (pare che prendessero di mira in particolar modo i veterani della Prima Guerra Mondiale) e cattolici (ricordo in particolare l’assassinio a sangue freddo di un prete in chiesa). Sarebbe un errore però isolare il KKK dal contesto complessivo: associazioni simili si diffusero ben presto anche presso altre comunità, non ultimi gli immigrati cattolici italiani ed irlandesi (sarei interessata a capire che relazioni ci furono fra queste ultime e l’IRA, molto attiva in quegli anni).

Alla fine del decennio delle notizie allarmanti giunte da New York catapultarono gli Stati Uniti in un’altra epoca.
[continua]

Titolo completo: L’età dell’ansia. Gli Stati Uniti dal 1920 al 1941
Autore: Michael E. PARRISH
Editore: il Mulino Anno: 1995 (Edizione orginale: 1994) 624 pagg.
Titolo originale: Anxious decades: America in prosperity and depression 1920-1941
Traduttori: T. Bonazzi e M. Innocenti
ISBN: 978-88-15-04782-3

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