Furore /1

Tutto è cominciato con Wikiradio, con una puntata dedicata alla stesura di Furore condotta da Laura Antonelli. Fu talmente interessante che (finalmente, dopo molte esitazioni) mi avventurai nella lettura del romanzo, nonostante il mio disagio nell’affrontare libri di una certa mole in formato elettronico. E invece Furore mi ha fatto compagnia per quasi due mesi. Durante questo periodo la lettura di una manciata di capitoli ha accompagnato quotidianamente il mio pranzo, che è diventato una parentesi-santuario nella mia giornata, tanto che ormai mi riesce spontaneo associare i Joad al sapore del bokkŭm kimch’i jumokbap.

Baechu kimch’i – da Kimchimari

Il romanzo è diviso in tre parti: nella prima Tom Joad torna a casa, dopo aver scontato alcuni anni di carcere per omicidio. Torna a casa ma la sua famiglia non è più lì ed anche della casa rimane poco: sono stati sfrattati dalla banca con la quale erano indebitati, e lo stesso è successo a quasi tutte le famiglie del circondario. E così adesso invece di piccole aziende agricole familiari si sono formati latifondi lavorati dai trattori, e coloro che hanno perduto la terra, come i Joad, se ne sono dovuti andare.
Nella seconda parte del romanzo, Tom e le tre generazioni dei Joad al completo (Nonno, Nonna, Ma, Pa, l’alcolizzato zio John, e poi i giovani: Al, Rosesharn con il pancione ed il marito Connie, ed i piccoli Ruth e Winfield) affrontano il viaggio dall’Oklahoma alla California lungo la Route 66 a bordo di un furgone scassato, incontrando per strada altri disperati e la generale ostilità degli abitanti degli Stati attraversati.
Nella terza ed ultima parte i Joad, insieme a migliaia di altri migranti, vagano per la California in cerca di una sistemazione: di lavoro, di una casa, di stabilità. Ma devono fare i conti con lo sfruttamento da parte dei latifondisti, con l’ostilità gratuita delle forze dell’ordine, con il clima di sospetto e timore dei californiani nei confronti di quella massa di poveri affamati.

Una delle cose ce mi ha colpita maggiormente di questo romanzo è lo sforzo dell’autore di costruire una narrazione che sia allo stesso tempo individuale e collettiva: che avvinca il lettore, facendolo simpatizzare con singoli personaggi ben delineati, con le loro disavventure ed il loro mondo interiore; e al contempo mostri come la loro tragedia abbia in realtà dimensioni collettive, e non spunti dal niente, ma sia il prodotto di una logica precisa. Lo sfratto dalle terre, l’emigrazione verso la California e la realtà di sfruttamento coinvolgono decine di migliaia di Joad, espulsi da un sistema economico di produzione agricola che favorisce le concentrazioni di terra e capitale.

[continua]

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